Valentino Garavani morto. Il ritratto di Andy Warhol

Valentino Garavani: la bellezza e il rosso come lava e sangue

La morte di Valentino Garavani segna la fine di un’idea europea di moda come costruzione culturale. Il ritratto di un couturier totale: Roma, l’arte, la mondanità colta e una vita costruita come un’opera

Valentino Garavani, 1932–2025: autore totale e ultimo interprete di una bellezza disciplinata

Con la morte di Valentino Garavani si chiude una delle ultime stagioni in cui la moda europea non era soltanto industria, ma costruzione culturale, sistema di relazioni, visione del mondo. Valentino non è stato un semplice couturier: è stato un autore totale, capace di dare forma a un’idea di bellezza che non cercava lo strappo, né la provocazione, ma la durata. La sua modernità non è mai stata urlata: era classica, disciplinata, nutrita di storia, arte e misura.

Valentino ha attraversato il secondo Novecento e l’inizio del nuovo secolo senza mai rinunciare a un principio fondante: la bellezza come responsabilità. Un canone esigente, talvolta impopolare, sempre coerente. Il suo nome è diventato sinonimo di una grazia che non ha mai avuto bisogno di giustificarsi, né di mimetizzarsi nelle mode del momento.

Accanto a Valentino, per oltre sessant’anni, Giancarlo Giammetti. Un alleato strategico, un garante, un costruttore di condizioni. Se Valentino era l’autore, Giammetti è stato il custode del sistema che ha permesso a quell’opera di esistere, crescere, trasformarsi senza snaturarsi.

Una legacy che si proietta nel futuro grazie alla Fondazione che Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti hanno varato insieme

Valentino con Giancarlo Giammetti ha creato una dimensione estetica onirica che va ben oltre la moda, un concetto di lifestyle sospeso tra passato e il domani che è rimasto primato inossidabile attraverso il tempo e i mutamenti sociali. La bellezza come chiave di volta di un sistema e di una semantica che resta unica. Un mito già in atto da decenni, forse dal fatidico ottobre 1968 in cui Jaqueline Bouvier Kennedy a Skorpios diventa Jakie ‘O in quell’abito bianco corto, complesso e pop, sofisticato ed icastico. Una legacy che si proietta vivida e progettuale nel futuro grazie alla Fondazione che Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti hanno varato insieme.

Sussurra appena Naty Abascal, amica e icona di sempre, mentre sale su un aereo in India per raggiungere Roma per l’estremo saluto. “Sono distrutta, è un enorme dolore. Vedo scorrere nella mente e negli occhi immagini e momenti lungo decenni di vita insieme e di visionaria parabola creativa. L’affetto e l’amicizia profonda che ci lega non verrà mai meno. Penso che il suo nome resterà come un riferimento assoluto che il tempo non può intaccare.”

Il rosso come lava e sangue: il cromatismo identitario che forgia la leggenda di Valentino

Rosso come lava, sangue e passione; rosso come temperamento, rubino e fuoco. Rosso cardinale: identità e codice personale d’artista, archetipo e metamorfosi. Il rosso Valentino non è stato un colore, ma una presa di posizione. Una firma visiva capace di attraversare decenni senza perdere tensione simbolica. È il filo che lega l’opera omnia del couturier, il segno che rende immediatamente riconoscibile una visione.

Valentino Garavani: una felicità irenica contro il mito dell’artista tormentato

C’è una differenza sostanziale tra Valentino Garavani e figure come Yves Saint Laurent o Cristóbal Balenciaga. Valentino ha saputo scrivere la propria storia nella moda e nella macchina sociale immerso in una felicità irenica, fatta di passione, lavoro quotidiano, disciplina e distacco luminoso. Lo conferma la memoria storica della Maison, Daniela Giardina, al suo fianco dai primi anni Settanta. Nulla di più distante dalla temperatura autodistruttiva che vibrò tra Monsieur Yves e Pierre Bergé.

Valentino non ha mai cercato il martirio creativo. Ha lavorato, con costanza, metodo e un’idea chiara di sé. In questo risiede una parte essenziale della sua unicità.

Roma come teatro globale: mondanità, cultura e costruzione di un mondo

Roma non è mai stata solo lo sfondo della sua storia. È stata materia viva, linguaggio, teatro globale. Valentino e il suo universo hanno trasformato la Capitale in un sistema simbolico in cui moda, arte, aristocrazia intellettuale e politica si intrecciavano in modo organico.

Scorrono nomi che oggi appartengono alla storia: Mia Aquarone, Ira Fürstenberg, Marella Agnelli; Audrey Hepburn e Monica Vitti; Liz Taylor, Nan Kempner, Gloria Guinness, Babe Paley — l’Überswan di Truman Capote. Franca Sozzani amava ripetere che nessuno sapeva vivere come Valentino.

Farah Diba, imperatrice d’Iran, visitando nel luglio 2007 la mostra per i 45 anni di Valentino all’Ara Pacis, sussurrò davanti a una vetrina: «Quello era il manteau che indossai lasciando il mio Paese, ignara che non vi sarei mai più tornata». Un frammento che dice più di qualsiasi cronologia.

Le case di Valentino come semantica: abitare la bellezza come disciplina

Le case di Valentino sono sempre state testi da leggere. Spazi dove il gusto si fa semantica. Laure Murat, in Proust, romanzo familiare, racconta il gesto del maggiordomo che misura con un metro la distanza tra forchetta e coltello. Non ossessione sterile, ma codice. Superficie come sostanza.

Dallo château di Wideville — una sorta di Versailles contemporanea, non esitò a demolire il décor Grand Siècle di Mongiardino — alla residenza di Cetona in Toscana, fino agli interni firmati Jacques Grange, Peter Marino, Laura Rimini, ogni spazio riflette un’idea di vita come costruzione rigorosa. Hanno fatto tutto prima degli altri, compresa la creazione di una famiglia allargata queer esemplare per stabilità e normalità affettiva, mai esibita come militanza.

Collezionare come atto di visione: Bacon, Basquiat, Warhol, Twombly

Valentino e Giammetti hanno collezionato arte come si costruisce un pensiero. Francis Bacon quando sembrava troppo disturbante. Jean-Michel Basquiat quando non era nessuno. Rischiavano, spesso senza avere grandi risorse. Accumulavano per necessità interiore, non per status.

Andy Warhol ritrae Valentino nel 1974, all’apice del suo verbum. Fu Warhol a chiederlo, non il contrario. Le Repos di Picasso del 1932 funge da ancora figurativa in un dialogo serrato con l’astrazione. Cy Twombly attraversa la White Collection come un’ombra classica e contemporanea insieme.

Jacqueline Kennedy, Capri e l’esplosione del mito globale

L’America consacra Valentino. Jacqueline Kennedy è il medium. Capri il detonatore. L’abito bianco del matrimonio con Aristotle Onassis nel 1968 diventa icona assoluta. Parte della White Collection, affidata agli scatti di Henry Clarke, dialoga con l’universo di Cy Twombly e una classicità reinventata.

Giancarlo Giammetti: il garante silenzioso

Giancarlo Giammetti resta figura imprescindibile. Stratega, custode, mente ferrea. Ha protetto l’ostinata traiettoria creativa di Valentino fin dall’incontro del 1960 in Via Veneto, durante le Olimpiadi romane. Il mistero sul luogo preciso — forse il Doney — aiuta il mito.

Oggi, però, il suo ruolo si ricompone nella giusta prospettiva: non protagonista, ma architetto delle condizioni che hanno reso possibile un’opera unica.

Cesare Cunaccia

Dettaglio couture: ricami in perline e paillettes rosse e nere, a sottolineare l’ossessione per la qualità e la “feroce ironia” del gusto Valentiniano. Orizzonti Rosso, PM23 Roma
Dettaglio couture: ricami in perline e paillettes rosse e nere. Orizzonti Rosso, PM23 Roma. Foto Luigi Suraci
Manichini disposti su pedane circolari, ciascuno vestito in rosso Valentino: un “esercito couture” che marcia verso un futuro di bellezza. Orizzonti Rosso, PM23 Roma
Rosso Valentino: un esercito couture nella mostra Orizzonti Rosso, PM23 Roma. Foto Luigi Suraci
Il luminogramma Grand Horizon Panoramique °#1 (2025) di Thomas Paquet si apre su Balloon Venus Lespugue (Red) di Jeff Koons, in un dialogo tra arte contemporanea e riferimenti classici. Orizzonti Rosso, PM23 Roma
Il luminogramma Grand Horizon Panoramique °#1 (2025) di Thomas Paquet si apre su Balloon Venus Lespugue (Red) di Jeff Koons, in un dialogo tra arte contemporanea e riferimenti classici. Foto Luigi Suraci