
Veronica Yoko Plebani: il corpo, il dissenso e il peso di una bandiera
Portabandiera alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi a Verona, Veronica Yoko Plebani riflette sulla necessità di espandere l’idea di corpo, sabotare la retorica, trattare con il sistema senza farsi travolgere
Veronica Yoko Plebani alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali – il peso specifico di una bandiera
Alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina, a Verona, è Veronica Yoko Plebani a portare la bandiera italiana. Diciassette medaglie nel suo palmarès tra canoa, snowboard e triathlon, lo scorso febbraio era già stata tedofora per le strade di Milano in occasione dei Giochi. Una presenza simbolica – negli ultimi sedici anni ha trasformato lo sport in un laboratorio politico, corporeo, estetico – ma non scontata. Portare la bandiera italiana non è un gesto neutro. Il peso è quello della tensione tra appartenenza e dissenso, tra rappresentare e sentirsi rappresentata.
Da un lato c’è la politica: «I contesti pubblici sportivi non permettono di parlarne. Alle Olimpiadi, che è lo spazio massimo di voce che abbiamo come sportivi, non lo si può fare. Lo capisco, è un momento di unità. Oggi è difficile non parlarne. Ho scelto di esserci – una decisione ponderata». Dall’altro c’è la consapevolezza di essere lei stessa, a partire dai segni sul corpo della meningite che l’ha colpita nell’aprile del 2011, la rappresentanza che molti cercano: «Vado per chi è marginalizzato, per una visione più ampia di un mondo che tende sempre più a opprimere chi è diverso. Per una bandiera che è un miracolo d’unione e di diritti».
In occasione della cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina a Verona, Veronica Yoko Plebani è stata ritratta da Alessandro Oliva con styling di Alessandro Travaini per Lampoonmagazine.com.
Espandere la propria idea di sé – lo sport e la scienza
Plebani ricorda il momento in cui nella sua testa si accese una miccia. «Quando non pensavo nemmeno di potermi muovere di nuovo, ho avuto la fortuna di trovare lo sport. Ero in carrozzina, con una mobilità estremamente ridotta, e un’assistenza costante da parte delle persone che avevo in torno. Poi mi sono ritrovata in mezzo a un fiume, da sola, in canoa. Mi sono resa conto che riuscivo a farlo. Lì mi sono immaginata nel mondo. Dopo essere stata così vicina alla morte, entrare in un elemento così vivo come lo sport e vedere il mio corpo che ci riusciva ha compensato il dolore provato prima. Bisogna cercare uno spazio nuovo dove espandere la visione che si ha di sé per rinascere. Questo vale per ogni tipo di difficoltà».

La relazione con il proprio corpo e con la disabilità è comunque un rapporto in continuo mutamento. Non solo dal punto di vista psicologico, ma anche fisico. Plebani parla di una costante scoperta di sé e delle proprie possibilità, anche grazie al supporto della scienza. «La mia è un’amputazione antipatica, essendo alla metà dei piedi. Ogni amputazione non è mai veramente uguale a un’altra: ci sono sempre adattamenti diversi da persona a persona. Questo è uno dei drammi della disabilità. Per me tutto è limitato dal fatto che è associata alle caviglie bloccate. Ho bisogno di plantari nelle scarpe con un volume tale da permettermi di stare in piedi e di camminare».
«Nella corsa e nella bici ho delle vere e proprie protesi. Per la corsa uso le lamine e ho un invaso fatto apposta per me, perché di solito non si usano per chi ha ancora le caviglie. È chiaro che anche questo è stato un processo di scoperta: è interessante espandere la propria idea di corpo attraverso degli ausili esterni. Ed è comunque tutto in movimento. Ancora oggi lavoro con il team di ingegneri che mi segue per trovare nuove possibilità. Quando decido di fare un nuovo sport vado da loro e ne parliamo. Gli chiedo: ‘Che dite, ci riusciamo?’». Ride.
La meningite a 15 anni e la scoperta della sessualità
Quest’anno Plebani, che di Paralimpiadi alle spalle ne ha quattro (Sochi 2014, Rio 2016, Tokyo 2020 e Parigi 2024), non gareggia in alcuna disciplina. A maggio la vedremo però al Festival del Cinema di Cannes, come parte di un docufilm corale – di cui ancora poco si può dire – che si interroga sul concetto di bellezza. È una riflessione che spesso le viene chiesto di fare, nel cortocircuito mediatico di una storia dove aver sconfitto la malattia continua a venire presentato come il suo più grande successo, prima delle medaglie.
Adesso ha 30 anni. Quando contrae una meningite batterica fulminante ne aveva esattamente la metà. Perse le falangi delle mani, le furono amputati i piedi a metà su entrambi i lati. Caviglie bloccate, un corpo da reinventare, centimetro dopo centimetro. «Prima della meningite, le mie giornate, le mie paranoie e le mie prerogative avevano tutte il sapore della superficialità deliziosa che caratterizza l’adolescenza. In un attimo sono dovuta diventare adulta, dovevo riuscire a capire che sarei riuscita ad andare avanti, a fare tutto, capire che il mio corpo andava comunque bene così. Navigavo a vista», racconta.
La malattia arriva nel momento in cui si scopre la sessualità, quando il corpo per molti è un nemico già di per sé. È un tema che spesso viene rimosso quando si parla di disabilità, come se il desiderio venisse in secondo piano. «Mi ci è voluto del tempo per appropriarmi della mia sessualità. Ero dipendente dagli altri, ero infantilizzata. Mi sono anche lasciata infantilizzare io stessa, perché sentivo di aver bisogno dello stesso supporto che serve ai bambini. Pian piano mi sono approcciata all’intimità, in modo forse più carico di pensiero rispetto alle mie coetanee, ma sono riuscita a riportare la leggerezza ai luoghi dove dovrebbe sempre esserci. Ho avuto la fortuna di conoscere persone che mi hanno permesso di farlo».

Veronica Yoko Plebani: «Vorrei si potesse non parlare più del corpo»
Negli anni, a Plebani è stata cucita addosso la parola ‘inclusività’. Ne è diventata un simbolo femminista. Manifesto di positività, accettazione, testimonial della resilienza. Il corpo è sempre stato il baricentro del discorso: anche il documentario che seguiva la sua preparazione per Tokyo 2020, diretto da Maria Iovine, si chiamava Corpo a corpo.
Adesso, Plebani sembra un po’ stufa: «Nella mia vita quotidiana sono riuscita a decentrare questo argomento. Che al mio corpo venga attribuito un peso specifico, che venga giudicato, non me ne frega poi più di tanto. Vorrei che fregasse un po’ di meno a tutti. Vorrei che la questione fosse più ampia: parlare di bellezza come di un sentimento, un modo di attraversare le cose, non come qualcosa di così identificabile allo sguardo e basta». E va anche più in là: «Potenzialmente non avrei nemmeno più voglia di raccontarmi tutti i giorni, come ho fatto in questi 15 anni».

Veronica Yoko Plebani e il potere della rappresentanza
Plebani sembra permeata da una tensione bidirezionale. La voglia di passare oltre ciò che è stato, di smetterla di dire sempre le stesse cose, si scontra con il desiderio di utilizzare il suo privilegio – è una parola che usa spesso per descrivere la sua esperienza, insieme a «fortuna» – per far sì che altre persone possano sentirsi «accolte», vedendo un po’ di se stessi in lei. «La mia storia mi porta quindi a parlare ancora di corpo. Mi sono anche infilata in molti mondi, tra cui quello della moda, dove si gira ancora una volta sempre intorno ai canoni della bellezza». Il suo debutto in passerella è stato nel 2022 con Boss. Poi campagne, progetti, editoriali.
Da parte del sistema c’è inclusione o capitalizzazione?«Questo è il nodo centrale. Mi è capitato di lavorare in contesti in cui il messaggio della mia immagine era parte di una visione artistica. Allo stesso tempo, è evidente che qualche anno fa c’è stato un picco nel tentativo dei brand di “spuntare la casella” e poter dire di avere una persona disabile in passerella o in campagna. Mi sembra, peraltro, che sia durato poco: quella lista è stata presto accantonata. È successo anche a me di sentirmi, in certi momenti, strumentalizzata. Quando accadeva, provavo a spostare il fuoco su ciò che poteva produrre».
«Anche se il grande marchio cerca di capitalizzare, io pensavo alla ragazzina con le mie stesse cicatrici che apre un giornale e vede qualcuno che le somiglia. La mia difficoltà più grande, quando sono uscita dall’ospedale e sono rientrata nella vita, è stata questa: non riuscivo a immaginarmi. Non vedevo quali possibilità potessi avere nel mondo, nel lavoro, nei contesti sociali. Eppure le persone con disabilità sono circa il 15% della popolazione mondiale. Qui sta il potere della rappresentanza». Il marketing, a volte, può diventare una breccia.
Veronica Yoko Plebani
Veronica Yoko Plebani nasce il 1° marzo 1996, trascorre la propria infanzia a Palazzolo sull’Oglio nel Bresciano. Nel 2011 contrae una meningite fulminante. Nel 2012 raggiunge già il primo posto nei campionati italiani Junior di paracanoa: è la prima di molte medaglie, conquistate tra canoa, snowboard e triathlon. Nel 2020 esce il suo romanzo semi-autobiografico, Fiori affamati di vita.
Giacomo Cadeddu






TEAM Talent Veronica Yoko Plebani, fotografia Alessandro Oliva, styling Alessandro Travaini, art direction Sara Ferraris, makeup Andrea Severino, hair Marco Patti, produzione IKU Production, location IKU Studio, assistente fotografia Andrea Leonetti, assistenti styling Matteo Dei e Micaela Pergolini
