
Zegna, distretto e manifattura: che sia l’unica storia che ci serve?
Non è una questione di moda, ma di lavoro: il ben fatto, quel tessuto che dura nell’armadio: il metodo Zegna e tutto quello che continua a insegnarci la buona imprenditoria del Nord Italia
Zegna, lana pettinata a Biella, distretto e manifattura
Dal distretto di Biella, arriva la lana. Più preciso: a Biella, la storia ha portato alla costruzione di un distretto di tessitura specializzato nella lana pettinata – diversa dalla lana cardata per la quale abbiamo il distretto di Prato. Quanto ci sarebbe sempre e ancora da dire, su questi distretti di manifatture italiane? Argomento di storia commerciale e industriale italiana.
Quanto si potrebbe dire e scrivere – forse all’infinito – su questi miracoli di vita collettiva, di produttività e società civile, che sono i distretti di manifattura? I distretti si formarono per le contingenze più svariate – facile influirono le condizioni geologiche e climatiche di una zona – ma potevano anche nascere per la fortuna patrimoniale di un gruppo di pochi che sapeva evolversi in possibilità per un’intera comunità. La domanda, retorica e utopica, si pone sulla possibilità che oggi si formino nuovi distretti manifatturieri. In molti credono che si debba proteggere quelli esistenti, e che non sia possibile crearne di nuovi.
Vivendo in prossimità variabile, le persone si misero a fare lo stesso lavoro: entità diverse, aziende diverse, che iniziarono a fare squadra, a muoversi come un unico. Così che le idee incontrarono le esperienze di altri – e soprattutto, gli artigiani, gli operari che lavoravano per uno, per altre svariate ragioni, andarono a lavorare per un altro, muovendo maestria, prove e abilità diverse. Oggi, il distretto è un tessuto sociale vivo, che diventa un continuo banco di prova per abilità manuali e atteggiamenti intellettuali. Il distretto non nasce in città – ma in un territorio che possiamo chiamare provincia, dove le manifatture hanno potuto meglio ricorrere alle risorse naturali del contesto, alle tradizioni radicate, ai legami umani.
La sfilata di Zegna e la leggenda del distretto – il casting come elemento dissacrante
Zegna sa essere simbolo, titolo di narrazione, di tutto questo immaginario culturale e storico. Per ogni sfilata, Zegna sa ripetere la leggenda del distretto. Si tratta di Biella, dicevo, di lana pettinata – e delle altre fibre naturali che i telai storici hanno saputo sfidare – il cachemire che arriva dall’india, i fili che valgono quanto oro provengono dal Sud America. Lino, cotone – soprattutto la speranza della canapa, la fibra naturale più nobile che esiste. La canapa è l’unica fibra tessile che si può definire sostenibile, che potrebbe essere coltivata in Italia – e che, se fosse italiana, non avrebbe alcun contrappunto in materia di sostenibilità per l’industria nazionale.
Una sfilata di Zegna è come una buona canzone che ci mette tutti d’accordo. Il ciglio si alza per il casting maschile, la scelta dei volti e dei corpi – un grado di fluidità variabile, un’eterosessualità che piace quando in discussione. Sagome allungate e affusolate che potrebbero andare in reazione con il background di qualità manifatturiera, solida e robusta, di cui ho scritto le righe poco sopra, e che Zegna presiede nell’immaginario collettivo. I modelli hanno volti spigolosi, le spalle sono angoli – pantere o gazzelle, carnefici e vittime, angeli e demoni. Sono extraterrestri che arrivano da una dimensione futuribile. Per Zegna, il casting è un elemento di rottura nel coerenza della sfilata – dove ogni altro riferimento rimane familiare, classico maschile, il guardaroba della famiglia per bene. Il casting è il fattore dissacrante: riesce a dare modernità, aggressività creativa, azzardo quasi a schiaffo, che accende la sfilata come un motore a idrogeno.

Zegna, il racconto e l’immaginario collettivo – la villa in campagna e la casa in città
Al netto quindi dei graffi tirati dal casting, il racconto della sfilata rimane – ripeto e proseguo – un racconto che consola, che ci rassicura: un armadio di casa, un grande salotto della villa, la cabina armadio della camera del commendatore, padrone, del conte. La boiserie incornicia il camino – i tappeti persiani si sovrappongono, sono uno sull’altro, come scendi letto dal baldacchino. È la magione in campagna della famiglia borghese che di tanto in tanto va in città – se fossimo a Londra, sarebbe il club. Siamo in Italia: da Biella si gravita su Torino, soprattutto su Milano.
C’è un collegamento, tra la vita in provincia, nella villa circondata da giardini e bosco, poco distante della fabbrica – e l’appartamento in città. Quello che voglio provare a scrivere qui non è neanche uno stile, ma un modo di vivere – che provo a leggere nella sfilata di Zegna. L’imprenditore biellese, il patriarca, sceglieva architetti nuovi, quelli che oggi sono maestri insuperati: ancora Gardella, Caccia Dominioni – li cito come riferimenti, non come rilievi comprovati. L’uomo di Zegna cerca un’estetica razionalista, incentrata nella contemporaneità del tempo in cui vive. Niente decoro, niente Mongiardino, niente Rococò. La casa è una abitazione vissuta, dove l’impronta umana è un libro lasciato cadere per terra, la domenica pomeriggio quando gli occhi si chiudono per un’ora di riposo.
Oggi, l’uomo di Zegna è un ragazzo – come ragazzi sono i dirigenti che ne hanno preso le redini. Zegna prova la sfida di diventare un marchio per la nuova generazione e non solo per chi sa scegliere – e può permettersi – la qualità della lana pettinata, di un capo spalla con una grammatura che ricorda il legno massello. Come si può evolvere la solidità intellettuale e culturale dei nostri genitori, quando il cervello si allenava solo sui libri, e già la televisione era una pigrizia di cui poco si abusava? Come si evolve la consistenza di gusto estetico, di misura che si poteva alimentare soltanto con una potenza neuronale accesa da pagine e pagine di lettura? Noi viviamo oggi in un mondo dove la soglia di attenzione è ridotta ai minimi dalla continua ipnosi su un Social Media.
La sfida per Zegna – e per tutti noi, essere umani nati in Italia – è trovare e coltivare la misura della nostra cultura – e in particolare, di Milano. Reinterpretare la cifra milanese che è propria del nostro territorio, risultante dal lavoro e cortesia, buone maniere e ascolto. Viaggiare sì, certo – ma anche un romanzo è un passaggio attraverso città e nazioni, e tempo e stupore. La sfilata di Zegna non è solo l’ammirazione di un guardaroba di un imprenditore, brava persona – è un invito a riattivarci, a fare fatica. Dell’eleganza non interessa più niente a nessuno – a meno che l’eleganza non torni a essere sinonimo di intelligenza.
Carlo Mazzoni











