
La fotografia lenta di Zhang Chaoyin porta l’Himalaya a Firenze
Alla Manifattura Tabacchi quaranta anni di lavoro tra Tibet e Himalaya: fotografie su pellicola stampate al platino-palladio, opere su seta e il volume Himalayas da oltre 10 chili con più di 3.000 immagini
Zhang Chaoyin a Firenze: mostra Luci d’alta quota tra Himalaya e fotografia analogica
Luci d’alta quota. Lettera di un amore di quarant’anni su pellicola, fino al 15 maggio presso la Manifattura Tabacchi, Firenze, invita a un rallentamento, a una percezione meno vorace della fotografia. La mostra, allestita nell’edificio B12, raccoglie circa sessanta opere di Zhang Chaoyin nate nel corso di quattro decenni di esplorazioni tra altopiani, ghiacciai, formazioni geologiche e comunità umane. Il primo dato è il tempo. Prima della montagna, dell’altitudine e della vastità paesaggistica, conta la durata di un lavoro rimasto fedele al proprio soggetto e al proprio metodo.
Zhang Chaoyin lavora con pellicola analogica e stampa al platino-palladio, una tecnica fotografica storica che dà all’immagine una materia più densa, una luce più morbida e un tempo di esecuzione più lento. Le immagini tengono insieme paesaggio e documento, presenza fisica dei luoghi e coscienza della loro fragilità. Un atlante visivo e culturale del cosiddetto “Terzo Polo”, l’area dell’altopiano tibetano e della catena himalayana che concentra la più ampia riserva di ghiaccio del pianeta dopo Artico e Antartide.
Stampa al platino-palladio: il processo fotografico storico spiegato nella mostra
In mostra un video in cui Zhang Chaoyin illustra la stampa al platino-palladio, un procedimento fotografico introdotto nel 1873 da William Willis. Utilizza sali di platino e palladio invece dell’argento. L’immagine non si deposita su uno strato superficiale (come nelle stampe argentiche), ma è incorporata direttamente nelle fibre del supporto. Il risultato è una superficie opaca, senza riflessi, con una gamma tonale molto estesa e passaggi continui tra chiari e scuri. È una tecnica nota per la stabilità chimica: le stampe, se conservate correttamente, hanno una durata molto lunga.
Nel caso di Zhang Chaoyin, le opere esposte a Firenze sono realizzate a partire da negativi analogici e stampate con questo processo. La tecnica consente di registrare con precisione i mezzitoni e le variazioni luminose tipiche dei paesaggi d’alta quota: neve, ghiaccio, foschia, superfici rocciose. La resa è meno contrastata rispetto alla stampa all’argento e più adatta a immagini con variazioni tonali graduali.
Il processo al platino-palladio è manuale. Richiede la preparazione del supporto, l’applicazione dell’emulsione fotosensibile e l’esposizione a contatto con il negativo. Non è un processo industriale standardizzato: questo implica tempi di esecuzione più lunghi e un controllo diretto su ogni stampa.

Zhang Chaoyin biografia: quarant’anni tra Tibet, Himalaya e fotografia documentaria
Altopiani, ghiacciai, formazioni geologiche. Il paesaggio dell’Himalaya entra in scena insieme alle comunità, alla memoria, alla permanenza di chi quei luoghi li attraversa e li abita. Il baricentro del progetto si sposta subito sul dato umano. Si può parlare di uno studio antropologico-culturale condotto per mezzo della fotografia?
Zhang Chaoyin nasce a Lanzhou, nella provincia del Gansu, nel nord-ovest della Cina. La sua formazione non è inizialmente fotografica: studia musica alla Minzu University of China. L’incontro con la fotografia avviene durante gli anni universitari, in modo non accademico. Dopo la laurea, nel 1983, entra nel comitato per gli affari etnici del Gansu, un contesto che lo porta a viaggiare nelle regioni occidentali della Cina e a entrare in contatto diretto con territori periferici e comunità locali.
Il primo viaggio nell’area dell’altopiano tibetano risale al 1985, nella regione di Hoh Xil. Da quel momento il suo lavoro si concentra in modo continuativo su questo spazio geografico. Compie decine di spedizioni tra Tibet, Qinghai, Sichuan, Gansu e le aree himalayane di Nepal, Bhutan e India. La pratica si struttura per ritorni successivi negli stessi luoghi, con l’obiettivo di osservare trasformazioni ambientali e culturali nel tempo.
Nel 1997 completa una formazione in fotografia alla Central Academy of Fine Arts di Pechino, approfondendo aspetti tecnici come ottica, chimica fotografica e scienza del colore. Due anni dopo, nel 1999, si trasferisce a Pechino per lavorare con Nationality Pictorial (Minzu Huabao), rivista dedicata alle minoranze etniche cinesi. Questo passaggio consolida il suo interesse per il rapporto tra paesaggio, cultura materiale e pratiche religiose.


Zhang Chaoyin e Zhang Yuxiao: dialogo tra generazioni e progetto Himalayas
Accanto al nucleo principale dedicato a Zhang Chaoyin, la mostra introduce alcune opere di Zhang Yuxiao. Padre e figlio, entrambi attivi presso Chinese National Geography, condividono un ambito di ricerca comune. Nel percorso espositivo questo rapporto si traduce in un confronto tra due pratiche che operano sullo stesso territorio, ma con esiti e accenti differenti.
Una sezione è dedicata a Primavera, Estate, Autunno, Inverno, serie di opere stampate su seta cinese. Il supporto non è secondario: la scelta della seta modifica la percezione dell’immagine, introducendo una componente materica che si affianca al processo al platino-palladio.
Il lavoro di Zhang Chaoyin confluisce nel progetto editoriale Himalayas: An Image Exploration of Landscape and Culture, presentato in mostra come parte integrante del percorso. Il volume raccoglie oltre 3.000 immagini e circa 850.000 parole, organizzate per ambiti tematici: ambiente geografico, storia, religione, arte e vita quotidiana.
Manifattura Tabacchi Firenze: spazio industriale e fotografia contemporanea
Manifattura Tabacchi come contesto espositivo entra in relazione diretta con il lavoro di Zhang Chaoyin. Non solo come spazio che ospita la mostra, ma come dispositivo coerente con il suo impianto. Se il progetto di Zhang insiste su tempo, materia e processo, anche il luogo che lo accoglie è definito da una trasformazione lenta, stratificata, ancora in corso.
L’ex fabbrica fiorentina, costruita negli anni Trenta per la produzione di sigari e sigarette, è oggi al centro di un intervento di rigenerazione urbana su un’area di circa 110.000 metri quadrati articolata in sedici edifici. Il complesso si trova nella zona nord-ovest della città, fuori dal centro storico, e rappresenta uno dei principali poli di riconversione industriale a Firenze. Il masterplan prevede un mix di funzioni: spazi espositivi, studi per artisti e designer, formazione, residenze, uffici e servizi.
L’edificio B12, dove è allestita la mostra, mantiene una dimensione architettonica essenziale: volumi ampi, struttura industriale, superfici non rifinite. In questo contesto, le fotografie di Zhang non vengono isolate come oggetti autonomi, ma si inseriscono in uno spazio che conserva tracce di produzione e lavorazione.




