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Nulla sarà più creato ex novo, tutto sarà circolare

Scarti ed eccessi di produzione rimodellati dalle cooperative sociali e dagli artigiani – il progetto Mending For Good, l’impresa Quid e l’attività di Camilla Fasoli

Mending For Good – ‘riparare per il bene’ – è un’agenzia di consulenza applicata attiva nel campo della moda. Si rivolge a due interlocutori: designer e brand. Al centro c’è l’eccesso di produzione: gli scarti di materia prima usata per realizzare vestiario o gli stessi capi d’abbigliamento finiti invenduti e lasciati in magazzino. «Intendiamo trovare vie per ridare loro vita e ricreare altri abiti, attraverso il contributo delle cooperative sociali e piccoli artigiani, in Italia e nel Regno Unito», spiegano due delle fondatrici, Barbara Guarducci e Alessandra Favalli. Con loro nel team anche Saskia Terzani. Lanciato nel dicembre 2019 alla Denim Première Vision di Londra, Mending For Good è stato in seguito presentato alla settimana della moda di Copenaghen, a gennaio 2020. Poche settimane dopo la pandemia ha fermato tutte le attività, bloccando in cantiere alcuni progetti che ora iniziano a riprendere. Fra le date segnate sul calendario c’è febbraio 2021. 

A fine novembre le fondatrici hanno lanciato una open call rivolta alle cooperative sociali e alle realtà artigianali italiane operative nel tessile con competenze specialistiche. Il punto è costruire un network di laboratori per ripensare al modo di vivere questo settore. Per lanciare il messaggio Mending For Good ha scelto la Make Something Week, la settimana mondiale dedicata all’azione per una moda più etica e sostenibile. Cade a fine novembre, poco prima del Black Friday (o in sovrapposizione a esso), il giorno che apre a sua volta il periodo di acquisti natalizi. Nel corso di appuntamenti e conferenze lo staff di Make Something Week – spesso accorciata in Make Smthng – cerca di spiegare al pubblico il valore della moda circolare, attraverso la creazione di oggetti nuovi da materiali riutilizzati.  Secondo i dati della Ellen McArthur Foundation, al capitolo riciclo, si rileva una quota minimale di riutilizzo: solo l’1% dei vestiti viene usato di nuovo per produrre altri capi d’abbigliamento. La percentuale sale al 13% se si parla di riutilizzo generico, non esclusivamente destinato alla creazione di nuovi indumenti.

Gli scarti di materia prima usata per realizzare vestiario

«Si pensa che le cooperative sociali non siano capaci di svolgere prodotti elaborati. Ne abbiamo conosciute invece molte che sanno muoversi con professionalità nel campo della moda, e lavorano a livelli alti di qualità nel settore del tessile. Sono tuttavia meno attive nel campo marketing. Mentre i designer sono già preparati sul tema del riciclo – soprattutto se stranieri –, e in questo caso ci limitiamo a suggerire altre soluzioni di lavorazione per le eccedenze di produzione, con alcuni brand bisogna lavorare dalle basi: tendono a preferire capi standardizzati e non sono ancora inclini all’idea di creare una economia circolare». Sull’evoluzione del settore tessile: «Nulla sarò più creato ex novo. Tutto sarà ripensato e realizzato seguendo la circolarità. I brand si concentreranno sui pezzi singoli, specifici, su misura. Non credo si troveranno ampi spazi per le produzioni in grandi quantità», risponde Guarducci di Mending For Good. È d’accordo Favalli: «Si sta sempre più andando verso qualcosa di personalizzato, tipico di quel negozio o di quella bottega. Quello che ora è di nicchia diventerà popolare, come è stato per il biologico. È questione di tempo».

Camilla Fasoli, classe 1988 e formazione da architetto, durante i primi anni di università inizia a lavorare con filati e tessuti: «La mia specializzazione era la progettazione tessile degli interni. Entravo in contatto con aziende che si ritrovavano con campioni invenduti, scaduti perché la stagione si era conclusa. Li portavo a casa e li rielaboravo. Fra le mie prime produzioni ci sono sculture tessili a forma di cactus», racconta. Realizza pezzi unici, nessun capo d’abbigliamento, ma elementi di arredo – tappeti, cuscini creati partendo dall’imbottitura di poltrone o divani: li ritaglia, li ricompone e li ricama. La maggioranza della sua produzione si basa sul riciclo di materiale inutilizzato: «Circa il 90%. Può capitare che per realizzare alcuni tappeti prenda dei filati nuovi, ma se si tratta di tessuto la percentuale sale al 100%», prosegue. Integrare gli scarti fra loro è un’operazione complessa, spiega, perché richiede l’armonizzazione di tante componenti tessili con forme e colori differenti. Non tinge, usa le sfumature delle eccedenze che trova.

Lavora a mano, o con macchina da cucire e telaio. Rivende a privati, una clientela eterogenea fra i venticinque e i cinquant’anni: «Non mi rivolgo ai giovanissimi perché i miei prodotti, in quanto pezzi unici oggetto di ricerca, hanno un costo». Spesso concorda gli oggetti da realizzare in anticipo. Fra i suoi fornitori ci sono le aziende di arredamento con le quali si interfacciava durante la sua attività di architetto, che producono tessuti a livello nazionale e internazionale: «Svolgo questa attività da dieci anni. Con il tempo lavorare nel campo della circolarità è diventato più facile: nell’ultimo biennio le stesse aziende sono state più propense a fornirmelo».

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Mending For Good – ‘riparare per il bene’ – è un’agenzia di consulenza applicata attiva nel campo della moda

Progetto Quid è il brand di moda etica con base a Verona guidato da Anna Fiscale. Fa capo all’impresa sociale Quid, nata come Associazione di promozione sociale nel 2012. Nel 2013 la conversione in Cooperativa sociale e nel 2014 l’apertura del primo laboratorio diretto. Riutilizza rimanenze di produzione regalate o vendute a basso prezzo da brand di lusso o da produttori di tessuto. Con questi crea capi di abbigliamento e accessori che vende su due canali diversi, i negozi (fisici oppure online) e le collezioni destinate ad altre aziende. «Abbiamo avviato una collaborazione con un marchio di cosmetica, per il quale abbiamo realizzato 70mila astucci. Tutti composti con tessuti di rimanenza», racconta Fiscale.  «Le eccedenze rappresentano l’80% del nostro materiale. Abbiamo fatto un’eccezione per cucire le mascherine, la cui produzione ci ha aiutato a proseguire l’attività nel corso di questi mesi. Siamo stati fra i primi a ottenere la certificazione da parte dell’Istituto Superiore di Sanità», prosegue. P

Vige la logica circolare: «Un capo di abbigliamento richiede circa due metri di tessuto. Ogni anno con le donazioni che riceviamo produciamo circa 100mila vestiti e oltre a 300mila accessori. Quest’ anno abbiamo impiegato fra i 250mila e i 300mila metri di tessuto riutilizzato. Da quando siamo partiti siamo a un totale di 800 chilometri», spiega Fiscale. I punti vendita sono dieci, suddivisi fra Veneto, Emilia Romagna, Liguria e Lombardia. 

A lavorare i tessuti sono in tutto 150 dipendenti, per l’80% donne e per il 70% con vissuti di fragilità alle spalle: vittime di tratta, persone con invalidità o malattie, ex detenute, richiedenti asilo. Provengono da 16 nazionalità diverse e hanno fra i 19 e i 72 anni. La creazione di nuovi prodotti passa dalle loro mani, con l’uso di macchine da cucire lineari e taglia e cuci. «Camicie e abiti sono i prodotti merceologici che realizziamo con maggiore frequenza».

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Barbara Guarducci – direttrice artistica dell’attività – è designer e direttrice creativa, specializzata in design tessile e progetti di artigianato. Attraverso la Fondazione Zegna è consulente creativa del reparto tessitura di San Patrignano, comunità terapeutica di recupero per tossicodipendenti. Alessandra Favalli, responsabile del marketing, da sempre si occupa di marketing strategico e green: aiuta le aziende nella loro transizione verso la purpose economy. Approfondisce i temi ambientali a partire dal 2008. Conosce John Grant, autore di The Green Marketing Manifesto, con il quale in seguito collabora. Saskia Terzani, impegnata nella parte commerciale del progetto, ha lavorato con brand di lusso fra Hong Kong, Parigi, Londra e Milano. Poi l’incontro con i valori dell’economia circolare: ora è business strategist per Varana, marchio indiano attento all’artigianato e all’ambiente. Lo shop di Camilla Fasoli si chiama Teca Design e il suo atelier è nocturama.lab. Il Progetto Quid è risultato vincitore del Green Carpet Fashion Award 2020 con il premio Responsible Disruption Award. La competizione è stata organizzata dalla Camera Nazionale della Moda (prima edizione nel 2017) per premiare la moda sostenibile. 

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