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Etichette ambientali: come distinguere quelle affidabili – il caso Eco-Label

Criteri scientifici per classificare i prodotti che rispettano l’ambiente e tutelare i consumatori, contro la comunicazione fuorviante dei Green Claims e del Green Washing

EcoLabel è un’etichetta ambientale istituita nel 1992. È in vigore nei 28 Paesi dell’Unione Europea e in quelli appartenenti allo Spazio Economico Europeo (SEE) – Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Segnala che quel prodotto è stato realizzato nel rispetto dell’ambiente, in ogni momento della sua realizzazione: dall’estrazione delle materie prime, alla fase di produzione, di imballaggio e trasporto, di utilizzo e di recupero e smaltimento. Tutti anelli di una catena, quella del Life Cycle Assessment – LCA, in italiano Valutazione del Ciclo di Vita. EcoLabel si focalizza sulle fasi a più alto impatto, diverse da prodotto a prodotto. I criteri scientifici su cui si fonda riguardano aspetti ambientali tra cui l’uso dell’energia, dell’acqua, delle sostanze chimiche e la produzione di rifiuti. A livello europeo, il suo funzionamento è stabilito dal Parlamento Europeo e dal Consiglio, e la sua gestione è nelle mani della Commissione Europea insieme ad autorità dei singoli Stati membri. Sul territorio nazionale se ne occupano la Sezione Ecolabel Italia del Comitato per l’Ecolabel e l’Ecoaudit. 

Il marchio EcoLabel può essere applicato a prodotti per la cura della persona o della casa (per esempio detergenti, carta da cucina, capi d’abbigliamento), ma non ad alimenti o mangimi, né medicinali e dispositivi medici. È su base volontaria – chi vuole può scegliere di richiederlo. Nordic Swan Ecolabel è il marchio coniato nel 1989 da Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia e Islanda. Si applica a oltre 200 tipologie di prodotti e secondo il sito Nordic-ecolabel.org oltre 25mila vengono venduti con questa etichetta fra i Paesi coinvolti. È conosciuto fra i cittadini: stando a una ricerca svolta nel 2019, nove consumatori su dieci sanno cos’è e la metà di questi lo cerca durante la fase di acquisto. In Germania è invece diffuso Der Blau Engel (‘L’Angelo Azzurro’, in tedesco). Istituito nel 1978, si trova su circa 12mila prodotti presentati da 1600 aziende.

etichette
EcoLabel – Arpa Lazio

L’Italia «è tra i principali produttori a marchio EcoLabel. Da parte delle aziende c’è disponibilità a immettere sul mercato merce che segue le regole dell’ecologia», spiega Claudia Chiozzotto, esperta di ambiente per Altroconsumo. «Non sempre i consumatori riescono a distinguere fra etichette affidabili e marchi generici, come ‘amico dell’ambiente’, ‘100% sostenibile’: sono tutte diciture che in realtà vogliono dire poco o nulla». Il documento che contiene le regole normative per le certificazioni ecologiche è il Codice degli Appalti. Lo fa con due articoli. L’art. 69 affronta il tema dei requisiti necessari perché un’etichetta sia considerata affidabile, mentre l’art. 82 contiene le regole rivolte agli enti incaricati di svolgere le verifiche sulle specifiche etichettature. Ciò non basta ad arginare la proliferazione di diciture e slogan improvvisati. La rete delle affermazioni ‘verdi’ è spesso invasa dai green claims, «generiche autodichiarazioni ambientali scritte dal produttore stesso, senza verifica da parte terza», continua Chiozzotto. «Non è detto che siano false, ma hanno basi meno solide rispetto ai marchi ufficiali. Possono avere forma scritta – una o due parole – oppure anche grafica, come se fossero pseudo marchi».

Oltre al green claims, il greenwashing, termine usato dalle associazioni ambientaliste e applicato in passato alle grandi aziende petrolifere o energetiche americane. «Indica una strategia di comunicazione impostata a mettere in buona luce l’azienda in campo ambientale, coprendone le malefatte», spiega Chiozzotto. «Una pratica che va contrastata da chi regola la comunicazione e la concorrenza sul mercato». Un caso ha coinvolto il colosso petrolifero British Petroleum – BP, accusato di fare pubblicità ingannevole. Nel 2019 ha diffuso slogan e spot in cui presentava il proprio impegno nel produrre energia pulita, ma – dicono gli avvocati di Client Earth, organizzazione benefica di diritto ambientale – più del 96% del capitale societario era speso in petrolio e gas. Altre operazioni di greenwashing si possono riscontrare fra le aziende produttrici di acqua minerale – spiega Chiozzotto – che partono in svantaggio per l’utilizzo di plastica. Esiste un modo sfumato di fare greenwashing, che sta al confine con i green claims: «Una comunicazione ambientale vaga, che fa riferimento a benefici diffusi, generici, e non quantificabili o misurabili. A volte si cerca di spostare l’attenzione dal vero tema, per esempio con la frase ‘composto al 99% da sostanze naturali’. Quel 99% è acqua», continua Chiozzotto. 

Il rischio potrebbe aumentare con il varo dell’European Green Deal, il documento con cui l’Unione Europea vuole raggiungere la neutralità climatica nel 2050. Con obiettivi che trasformeranno aspetti della società e dell’economia, ci si aspetta un ulteriore aumento di etichette e loghi verdi e una maggiore spinta data al Green Public Procurement – Acquisti verdi della Pubblica amministrazione. Approvato nel 2015, obbliga le pubbliche amministrazioni a inserire criteri ambientali minimi in ogni tipologia di appalto. Per evitare una proliferazione indisciplinata, nel corso del prossimo anno si cercherà di darne una regolamentazione anche a livello europeo. «I prodotti che hanno benefici ambientali potranno spiccare rispetto a quelli che basano i propri contenuti solo sulle autodichiarazioni dei produttori», prosegue Chiozzotto. «Si sta pensando di usare anche per i claim ambientali un meccanismo analogo a quello usato per i claim salutistici sugli alimenti. Alcune frasi sono riportabili su alcuni prodotti (per esempio gli integratori) solo se sono state autorizzate in precedenza dalle autorità europee». L’idea è nata da Altronconsumo e da altre associazioni europee che fanno parte del Beuc – Bureau Européen des Unions de Consommateurs, che riunisce 44 organizzazioni indipendenti di consumatori da 32 Paesi. Si tratta di un progetto in divenire, ma la direzione è stata tracciata.

Fra gli strumenti per smascherare i falsi sostenibili, ci sono i test comparativi: «Raccogliamo i dati sui prodotti mandandoli in laboratori specializzati, dove li sottoponiamo a test. In base a cosa rileviamo, diciamo se la comunicazione in merito a quel prodotto specifico è conforme ai suoi contenuti oppure no», chiude Chiozzotto. Un gruppo di studio guidato dall’economista Leonardo Becchetti dell’università di Tor Vergata ha condotto un esperimento sulle etichette etiche. Ha esposto accanto ad alcuni prodotti in vendita un cartello cha raccontava l’attenzione all’impatto ambientale nel loro processo di confezionamento, in alcuni casi aumentando il prezzo del 5 o del 10%. Risultato: le vendite non sono calate, ma aumentate. 

IMMAGINI

La giornalista di Altroconusmo Beba Minna ha affrontato l’argomento nel corso del Milano Green Forum, elencando alcune delle principali etichette cui fare riferimento. Milano Green Forum

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