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Il recupero e la ridistribuzione del cibo avanzato nei mercati di Milano

Nel 2020, nonostante la sospensione dei mercati, Recup ha salvato 25 tonnellate di cibo. Sette mercati a Milano – prima dell’emergenza sanitaria erano undici tra città e hinterland

Milano, 21 Febbraio 2021. Assocazione Recup è nata a Milano nell’ottobre 2016, ma operava già da fine 2014 nei mercati del capoluogo lombardo come gruppo informale. La decisione di diventare un’associazione di promozione sociale è nata con l’obiettivo «di fare domande per bandi pubblici e privati, avere una sede, ricevere donazioni dai soci», racconta Lorenzo Di Stasi, volontario, membro del direttivo e responsabile della comunicazione. La quota di contribuzione di 10 euro garantisce un anno di vita associativa e la copertura assicurativa, se il socio è anche un volontario. La fondatrice di Recup è Rebecca Zaccarini, che ha fatto nascere una prima versione di Recup durante il suo Erasmus in Francia nel 2014. Rebecca «frequentava mercati all’aperto come ce ne sono in tutta Europa, e anche a Milano. Si è accorta dello spreco. Lasciato dalle bancarelle a fine mercato. Ha iniziato a chiedere ai singoli commercianti se fossero disponibili a donare quel cibo che avrebbero buttato, nonostante commestibile. Questo cibo presentava dei limiti per chi lo vendeva: o era troppo maturo, o deformato, o a rischio di deperimento per la successiva data di presenza al mercato. Rebecca con il tempo ha creato un gruppo di persone sensibili al tema e ha iniziato fisicamente a recuperare le cassette, a metterle in un posto fisico e a distribuirle gratuitamente – alle persone che partecipavano al recupero e a quanti fossero presenti al mercato e si dimostravano interessati a ricevere il cibo». Una volta tornata in Italia dal suo Erasmus, Rebecca «ha implementato la stessa procedura al mercato Papiniano (uno tra i più frequentati a Milano, vicino alla Darsena dei Navigli, ndr) e ha funzionato».

La tipologia di cibo più a rischio spreco nei mercati sono i prodotti ortofrutticoli, che costituiscono la gran parte del cibo recuperato e redistribuito da Recup. Ci sono poi casi di recupero di pane e prodotti affini dai panettieri. Recup ha anche partecipato alla Fiera dell’artigianato a Milano, recuperando il cibo avanzato dalle bancarelle di gastronomia. Nel 2020, secondo quanto dichiarato dall’Associazione, nonostante le difficoltà causate dall’emergenza sanitaria che hanno portato alla sospensione dei mercati per diverso tempo, Recup ha recuperato e redistribuito 25 tonnellate di cibo.  Al momento l’associazione opera su sette mercati a Milano, ma prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria era arrivato a presenziare in undici mercati del capoluogo lombardo e del suo hinterland, come quelli di Corsico e Melegnano. I volontari, in gruppi di quattro-cinque persone, arrivano nell’ultima ora di apertura del mercato e iniziano a montare un banchetto con le casse di legno, o a usare tavoli o muretti per disporre la merce che recuperano dai commercianti. Nei mercati più grandi è necessario usare «delle cargo bike per aiutare nel trasporto dalle bancarelle al punto di raccolta, se c’è la possibilità di lasciare quello che usiamo. Non abbiamo magazzini, ma una sede operativa vinta con un bando comunale, tra l’altro in periferia, quindi ogni volta dipende dal singolo mercato». Una volta recuperato, il cibo è redistribuito tra i volontari presenti, le persone al mercato, e realtà di volontariato e Terzo Settore.

Le maggiori difficoltà si presentano nei mesi estivi: a luglio e ad agosto, a causa delle elevate temperature, il cibo deperisce in fretta e c’è più spreco, vista anche la minore affluenza ai mercati. Recup riesce quasi sempre a redistribuirlo tutto, potendo contare su una rete consolidata negli anni che comprende parrocchie e altre realtà locali del Terzo settore. Ci sono anche state delle collaborazioni con «ristoranti, attività legate alla ristorazione come cooperative che riescono a trasformare questo cibo». Un esempio di collaborazione è quella con «Cascinett, in zona Lambrate, una cooperativa che fa cene sociali a donazione, e che recupera la frutta e la verdura facendo frullati e macedonie. Croce Rossa ci ha dato una mano nell’ultimo anno, anche se la lotta allo spreco alimentare non è un suo. primo campo di impegno». Coinvolgere i commercianti e convincerli a donare il cibo avanzato è un’altra difficoltà: «A volte sono reticenti. Con il tempo sono gli stessi commercianti a portarci le cassette». 

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Il recupero e la ridistribuzione del cibo avanzato nei mercati di Milano

A causa dell’emergenza sanitaria, Associazione Recup è stata costretta a riorganizzarsi, dopo l’improvvisa chiusura dei mercati a marzo e delle difficoltà logistiche dovute all’assenza di personale. Uno dei pochi punti rimasti aperti è stato l’Ortomercato di Milano, il principale in Italia per numero di merci: Associazione Recup si è spostata qui per continuare le sue attività. Sempre a marzo è intervenuto anche il Comune di Milano con il progetto Milano aiuta, al quale l’associazione ha partecipato nella prima fase [il Comune ha rilasciato un nuovo bando nel novembre 2020, ndr]: «due mesi abbondanti di messa a disposizione alla cittadinanza, di recupero e distribuzione insieme a una rete di 16 realtà tra associazioni e anche realtà nate spontaneamente, come le Brigate della Solidarietà che hanno operato nei quartieri milanesi. Recup qui non si è occupato della logistica, ma del recupero e dello smistamento nei sacchetti. Il cibo è stato donato a 4900 famiglie meno abbienti e alle persone anziane, che non potevano uscire di casa. Dopo giugno, il Comune se ne è andato, Recup è uscito dal progetto, ma ha continuato a collaborare con Banco Alimentare e le associazioni della rete che si era venuta a creare e che avevamo contribuito a far nascere. Dopo aver chiuso ad agosto, a settembre si è ripartiti con sette mercati sugli undici di prima».

Nel settembre 2016 in Italia è entrata in vigore una legge sullo spreco di cibo, la Legge Gadda (dal nome della prima firmataria, Maria Chiara Gadda, deputata del Partito Democratico e oggi in Italia Viva). L’obiettivo è quello di ridurre gli sprechi non solo alimentari, ma anche di farmaci e altre categorie di prodotti di consumo quotidiano, favorendo il recupero e la donazione dei prodotti invenduti. I punti principali della legge sono: la facilitazione delle procedure burocratiche e fiscali per il recupero e la donazione delle eccedenze alimentari, la riduzione della tassa sui rifiuti per gli esercizi commerciali che donano il cibo avanzato e l’implementazione della doggy bag nei ristoranti. L’entrata in vigore della legge ha portato a un forte aumento delle donazioni di eccedenze alimentari: nell’anno dell’entrata in vigore della legge, secondo la Fondazione Banco Alimentare, le donazioni fatte alla Onlus sono aumentate del 21,4%. Sempre secondo un’indagine della Coldiretti, più della meta degli italiani ha diminuito (33%) o ha annullato (25%) lo spreco di cibo domestico, che tuttavia rimane elevato, con una media di 145kg di cibo sprecato per famiglia all’anno.  

Da quanto hanno potuto osservare i volontari di Recup nella realtà di Milano, la sensibilità nei confronti dello spreco di cibo è aumentata, e sono nate in tutta Italia altre realtà con «obiettivi simili sul lato spreco ma forse non gli stessi obiettivi dal punto di vista dell’inclusione sociale. Esistono realtà aziendali come Too Good To Go, ma anche altri gruppi volontari simili al nostro, come a Bari, che fanno un po’ quello che facciamo noi». Recup agisce anche a livello istituzionale «per far sì che alcune pratiche siano seguite in modo più rigoroso: i sacchetti che l’AMSA dà a fine mercato, per esempio, non ci sono in tutti i mercati. Un’idea nostra che porterebbe più partecipazione, ma che deve essere messa in pratica dalle istituzioni della città, è scontare la tassa sui rifiuti ai commercianti che donano cibo».

Recup non ha il solo obiettivo di salvare il cibo che finirebbe sprecato nei mercati, ma anche promuovere, insieme a un concetto di economia circolare e di recupero delle risorse, un’idea di coesione sociale e di comunità. Questo avviene principalmente nei mercati, dove i volontari di Recup che operano hanno differenti età ed estrazione sociale tra le più diverse: «Contando tutti i mercati, si tratta di un gruppo trasversale: studenti, giovani lavoratori, precari, pensionati. C’è stato anche qualche immigrato, già integrato nella società, che ha fatto parte del gruppo». L’azione di sensibilizzazione di Recup passa anche attraverso la partecipazione a eventi e fiere e l’educazione alimentare dei bambini in laboratori di pittura, con acquerelli ricavati dalla buccia di frutta e verdura. Recup al momento opera nella realtà milanese e in un mercato di Verona, ma «può essere estesa potenzialmente ovunque: dove c’è un mercato ci può essere Recup. Noi non possiamo spostarci a spese nostre: ci deve essere interesse locale, basta che ci sia un gruppo di 3-4 persone interessate al tema, ci scrivono e noi diamo tutte le indicazioni del caso e il supporto logistico di magliette e quant’altro».

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Ad oggi un terzo del cibo prodotto a livello mondiale, corrispondente a circa 1,3 miliardi di tonnellate, viene buttato via ogni anno senza essere consumato. Nonostante le centinaia di milioni di persone che soffrono la fame, e i miliardi di persone che vivono in una condizione di insicurezza alimentare, la quantità di cibo sprecata è cresciuta negli ultimi cinque anni. Stando quanto scrive la FAO nel report Stato dell’alimentazione e dell’agricoltura del 2019, una parte del cibo (si stima circa il 14% della produzione alimentare globale) viene perso ancora prima di arrivare sul mercato, nella filiera dell’agricoltura e dell’industria alimentare, dove viene scartato perché non affine allo standard estetico. Le case sono tuttavia il principale luogo di spreco, per diverse ragioni, che vanno dalla quantità eccessiva di cibo acquistato alle scadenze non rispettate. Il danno dato dallo spreco di cibo è su più fronti: quello economico, poiché la quantità di cibo sprecata ha un valore economico di circa mille miliardi di dollari, senza tenere in conto i costi delle risorse naturali usate per produrlo; quello ambientale, dato che si è stimato che lo spreco alimentare genera ogni anno secondo la FAO 1,5 giga-tonnellate di CO2.

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