
Gioielleria – come si riconosce un falso d’epoca? Risponde Gabriele Pennisi
Montatura, saldature, taglio delle pietre e leghe precedono la ricerca della firma — Gabriele Pennisi sulla lettura di un manufatto prima della ricostruzione della sua provenienza
«Quando vediamo un gioiello troppo bello, con accostamenti di pietre troppo perfetti, iniziamo a fare tutti i controlli. Se prendiamo un gioiello dell’Ottocento e troviamo un taglio moderno delle pietre, nasce il sospetto».
Molti gioielli d’epoca sono riprodotti in Argentina, dove la qualità della manifattura rende l’identificazione difficile anche per un occhio esperto. «Dopo 55 anni sappiamo riconoscere i gioielli d’epoca originali. Molti gioielli vengono riprodotti in Argentina», spiega Gabriele Pennisi, gemmologo e terza generazione della Gioielleria Pennisi di Milano.
L’attribuzione di un gioiello procede per altra via rispetto alla ricerca di una firma. La montatura, il sistema di incassatura, le saldature, il taglio delle pietre e la lega impiegata costituiscono i primi elementi di analisi. Solo dopo arrivano il confronto con la bibliografia, la consultazione degli archivi e la verifica dei punzoni. Nella pratica del mercato antiquario la lettura dell’oggetto precede la ricostruzione della sua provenienza.
«I punzoni aiutano a capire il periodo e il Paese di provenienza. Se c’è una firma, la confrontiamo con il nostro archivio di libri e la documentazione disponibile. Poi guardiamo la montatura, la leggerezza della struttura, il taglio delle pietre. Se un gioiello dell’Ottocento monta tagli moderni oppure una montatura troppo pesante, qualcosa non torna».
Fondata nel 1971 da Giovanni Pennisi, la gioielleria nasce dall’esperienza di una famiglia di orafi e gioiellieri originaria di Catania. L’attività si sviluppa nel commercio dei diamanti e dei gioielli antichi, per poi estendere la ricerca agli objets de vertu, agli argenti e alla gioielleria europea compresa tra la seconda metà del Settecento e il Novecento. Oggi Gabriele e il fratello Emanuele affiancano all’attività commerciale la catalogazione delle opere e la ricerca bibliografica, e dal 2020 fanno parte del comitato scientifico del Museo del Gioiello di Vicenza. La collezione comprende manufatti francesi, inglesi, italiani e austro-ungarici, con un nucleo dedicato alla produzione ottocentesca e Art Déco.

Manifattura del gioiello: riconoscere un’epoca attraverso materiali e costruzione
Due gioielli realizzati nello stesso periodo possono presentare differenze sostanziali nella costruzione. Provenienza geografica, manifattura, disponibilità dei materiali e tecniche adottate dalle botteghe modificano montature, saldature, incassature e tagli delle pietre. L’analisi parte da queste variazioni, e si concentra sulla coerenza tra i diversi elementi costruttivi.
Anche i materiali raccontano il periodo in cui un oggetto è stato realizzato. Fino ai primi anni del Novecento l’oro bianco restava ancora da inventare, e per le montature si usava l’argento, soprattutto nei gioielli destinati a valorizzare i diamanti. Con l’affermazione dell’Art Déco il platino diventa uno dei metalli di riferimento dell’alta gioielleria, grazie alla resistenza e alla possibilità di creare strutture più sottili.
L’osservazione è affiancata dal confronto con cataloghi e pubblicazioni specialistiche. Disegni preparatori, fotografie d’epoca e repertori dei principali gioiellieri europei permettono di verificare l’esistenza di modelli analoghi e di confrontarne proporzioni e dettagli costruttivi.
«Abbiamo un grosso archivio di libri. Controlliamo se esistono fotografie o disegni e poi osserviamo la montatura, la leggerezza e tutti quei particolari che aiutano a capire se il gioiello appartiene al periodo dichiarato».
Più complessa la valutazione delle pietre preziose. Per i diamanti il controllo può essere eseguito internamente, mentre le gemme di colore richiedono analisi di laboratorio, soprattutto quando presentano trattamenti o caratteristiche che incidono sulla classificazione: «Valuto i diamanti direttamente poiché sono diplomato, mentre per le pietre di colore ci affidiamo a laboratori specializzati di Milano o in Svizzera».
René Lalique e lo smalto plique-à-jour: settantotto figure femminili in una collana del 1897
Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento René Lalique contribuisce a modificare il linguaggio della gioielleria europea. Nei suoi lavori il valore del manufatto dipende dalla composizione complessiva oltre che dalla rarità delle pietre: figure femminili, insetti, elementi vegetali e creature fantastiche diventano parte di una ricerca che avvicina il gioiello alle arti decorative. Smalti, corno, vetro e perle.
«Abbiamo una collana del 1897 in oro giallo con smalti, perle naturali e cabochon di ametista. È composta da settantotto figure femminili disposte in cerchio con le braccia aperte, quasi delle ali». Le braccia delle figure sono realizzate con smalti plique-à-jour, tecnica che elimina il fondo metallico della cella smaltata e lascia filtrare la luce attraverso una sottile membrana vitrea: «Attraverso questi smalti passa la luce e all’interno ci sono piccole pagliuzze d’oro e d’argento». Prima dell’acquisizione la collana è stata confrontata con la bibliografia dedicata a Lalique: «Una collana del genere non l’avevamo mai vista. L’abbiamo ritrovata in un libro dedicato a Lalique e abbiamo ottenuto il certificato di autenticità».

Restauro del gioiello antico: saldature sul platino, smalti e la patina da conservare
Il restauro interviene quando la stabilità del manufatto è compromessa: un elemento staccato, una saldatura che ha ceduto, una pietra mancante, un castone che ha perso tenuta. Il numero delle persone coinvolte dipende dalle condizioni dell’oggetto. Nella maggior parte dei casi intervengono l’orafo, responsabile delle riparazioni strutturali e delle eventuali integrazioni, e l’incassatrice, chiamata a ricollocare o sostituire le pietre.
La presenza del platino complica l’intervento, perché richiede temperature elevate e un controllo preciso della saldatura. Gli smalti vengono affidati a una restauratrice esterna, formata anche nel recupero di pitture e affreschi. La ricostruzione delle parti mancanti si basa sulla continuità cromatica e sulla compatibilità tra materiali impiegati e originali. La difficoltà cresce con gli smalti traslucidi e con il plique-à-jour.
Molti pezzi arrivano integri e sono conservati senza lucidature: «Se sono in argento e oro giallo non li lucidiamo, perché gli toglieremmo la patina dell’epoca e sembrerebbero moderni». Tra i restauri più impegnativi Pennisi ricorda una tiara ottocentesca di Köchert, la gioielleria viennese legata alla corte asburgica. La montatura in argento e oro giallo sosteneva diamanti di taglio antico; alcuni elementi risultavano distaccati, altri mancavano del tutto. «Bisognava saldare diversi pezzi e ricrearne un paio che non c’erano più».
Dalla Birmania alla Colombia: cosa dice la provenienza di una pietra preziosa
La provenienza geografica di una pietra costituisce uno degli elementi utilizzati nell’analisi di un gioiello, e raramente può essere stabilita attraverso la sola osservazione visiva. Colore, inclusioni, composizione chimica e struttura cristallina consentono di formulare un’ipotesi, verificata poi attraverso analisi gemmologiche e confrontata con la documentazione disponibile. Trattamenti termici, riempimenti di fratture e altre modifiche intervenute nel tempo alterano alcune caratteristiche originarie della gemma e rendono più complessa l’identificazione dell’area di estrazione.
Per rubini, smeraldi e zaffiri esistono giacimenti che hanno segnato la storia della gioielleria europea. Pennisi cita la Birmania per i rubini e la Colombia, in particolare il distretto minerario di Muzo, per gli smeraldi. L’indicazione della provenienza viene letta insieme alle caratteristiche della pietra, al periodo di realizzazione del gioiello e alla documentazione che accompagna il manufatto, oltre che come dato autonomo. Un manufatto senza provenienza documentata conserva comunque interesse storico e collezionistico: «Se il gioiello ci piace per il disegno e per come è realizzato, possiamo acquistarlo anche quando non riusciamo a ricostruire esattamente chi lo abbia prodotto».

Filigrana, platino e smalti: le lavorazioni più rare sul mercato antiquario
Le tecniche orafe cambiano in funzione dell’epoca, della manifattura e della destinazione del gioiello. La filigrana ricorre soprattutto negli oggetti provenienti dall’Italia meridionale, mentre l’abbinamento tra oro giallo e argento caratterizza numerosi manufatti del Settecento e Ottocento. Il platino diventa centrale nei gioielli Art Déco, dove consente montature sottili e strutture geometriche destinate a sostenere diamanti e pietre colorate. «Le lavorazioni si trovano più o meno tutte. Sono i gioielli firmati a essere più difficili da reperire. Anche gli smalti conservati bene sono meno frequenti, soprattutto quando si tratta di lavorazioni come quelle della collana di Lalique».
Dall’Ottocento agli anni Settanta: come cambia la domanda di gioielli storici
La specializzazione della Gioielleria Pennisi ha riguardato a lungo i pezzi compresi tra l’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento. Negli ultimi anni l’interesse dei compratori si è esteso ai decenni successivi, in particolare agli anni Sessanta e Settanta. Il cambiamento ha portato sul mercato antiquario oggetti rimasti fino a poco tempo prima all’interno del commercio del secondo Novecento.
Tra gli esempi citati da Pennisi compaiono le collane con la moneta di Bulgari, costruite intorno all’inserimento di monete antiche in montature contemporanee. La catena è generalmente in oro giallo, mentre la moneta può essere in argento o bronzo. Il passaggio verso periodi più recenti ha ampliato il campo cronologico entro cui si muove il collezionismo, includendo oggetti che raccontano la crescita delle maison italianke e francesi dopo la Seconda guerra mondiale, e lasciando intatto l’interesse per l’Ottocento e l’Art Déco, ancora presenti nella selezione.
Debora Vitulano
