
Buttare via i fiori: la seconda vita delle installazioni floreali a Milano
Piante e fiori attraversano reti di riutilizzo, redistribuzione, donazione, compostaggio e recupero che ne determinano il destino finale
La natura effimera degli allestimenti floreali
Un allestimento floreale nasce già con una data di scadenza. Per alcune ore o pochi giorni, fiori e piante costruiscono scenografie capaci di trasformare una passerella, uno showroom, una mostra o lo spazio di una celebrazione privata. Durante eventi culturali, matrimoni e presentazioni aziendali, la componente botanica entra nella progettazione degli ambienti come elemento estetico, narrativo e sensoriale.
Quando l’evento termina ciò che rimane fuori dall’inquadratura è il percorso successivo di questi elementi. Le strutture vengono rimosse, gli spazi restituiti alla loro funzione originaria e ogni parte dell’allestimento deve trovare una destinazione: conservazione, riutilizzo, redistribuzione, recupero o smaltimento. È in questa fase, spesso invisibile al pubblico, che si decide il destino di piante e fiori.
A Milano, dove Fashion Week, Salone del Mobile, fiere internazionali e produzioni legate ai settori creativi si susseguono durante tutto l’anno, le installazioni botaniche sono diventate parte integrante dell’economia temporanea della città. Ogni progetto porta con sé una riflessione più ampia della pura estetica: riguarda le risorse utilizzate, la loro durata effettiva e le possibilità di prolungarne l’esistenza una volta conclusa la funzione per cui sono state progettate.
La portata di questa filiera va ben oltre il singolo evento. Secondo il Primo Rapporto sul Florovivaismo 2025: Analisi dei mercati globali e delle percezioni imprenditoriali, realizzato da Piermichele La Sala, Giuseppe Pachino, Dario Vivani e Valentina Conti, nel 2024 il florovivaismo italiano ha raggiunto il valore più alto mai registrato, superando i tre miliardi e duecentocinquanta milioni di euro di produzione. Con quasi diciannovemila imprese attive, l’Italia si conferma il terzo produttore dell’Unione Europea dopo Paesi Bassi e Spagna, contribuendo per il tredici virgola tre per cento al valore complessivo del settore europeo. Nei primi nove mesi del 2024, inoltre, le esportazioni italiane di prodotti florovivaistici hanno superato il miliardo di euro, confermando il ruolo strategico del comparto nei mercati internazionali.
Dietro questi numeri si intravede un percorso lungo e articolato: una pianta può richiedere mesi o anni di coltivazione prima di raggiungere uno spazio espositivo, dove la sua presenza è spesso limitata alla durata di un evento. Eppure proprio il momento in cui termina la sua funzione scenografica rimane spesso fuori dal racconto dell’allestimento.
La questione non riguarda soltanto la destinazione finale di fiori e piante dopo la rimozione delle installazioni. Riguarda i sistemi che permettono loro di continuare a crescere, essere riutilizzati o trovare nuovi contesti, prima che il loro valore venga definitivamente esaurito.
Pensare al dopo, prima che tutto cominci
Il destino di una pianta raramente si definisce al termine del suo ruolo scenografico.
A quel punto, molte delle condizioni che ne influenzeranno il futuro sono già state decise. La scelta delle specie, le esigenze di manutenzione, la logistica dei trasporti e le possibili destinazioni finali incidono sulle opzioni disponibili una volta concluso l’evento.
Green Wise Italy affronta queste questioni fin dalle prime fasi del progetto. Lo studio, specializzato nella realizzazione e gestione di allestimenti botanici per uffici, negozi e mostre, concepisce ogni installazione come parte di un ciclo più ampio. Come racconta la designer Hiroko Goda, ogni progetto viene pensato immaginando anche ciò che accadrà dopo: gli esemplari possono restare al cliente, rientrare in azienda, essere impiegati in nuove installazioni o donati, in base alle loro condizioni.
«Per Green Wise Italy una pianta non è un elemento decorativo, ma un organismo vivente. Per questo progettiamo e gestiamo il suo intero ciclo di vita» afferma Goda.
Questa visione orienta ogni scelta, dalla selezione delle specie alla valutazione delle necessità di cura, fino alla gestione degli spostamenti. L’azienda privilegia piante radicate e elementi vegetali capaci di continuare a crescere oltre il singolo allestimento, evitando che la loro presenza sia legata esclusivamente alla durata di un’occasione.
«Pensiamo fin dall’inizio a quello che succederà dopo l’evento» spiega.
Durante il Salone del Mobile 2026, Green Wise Italy ha seguito circa venti progetti per un totale di trecento piante. Secondo Hiroko Goda, il novanta per cento degli esemplari è stato riutilizzato, ricollocato o donato. Il restante dieci per cento non ha potuto essere recuperato, principalmente a causa dei danni subiti durante l’utilizzo o della natura effimera dei fiori recisi.

La stagione entra nel progetto
Anche la scelta della materia vegetale può determinare quanto a lungo un elemento riuscirà a mantenere la propria funzione. Per White Pepper Studio, fondato a Milano da Camilla Callegaro insieme a Cristina Cozzo e Lena Schneider Rasch, stagionalità e provenienza fanno parte del progetto tanto quanto forma e colore. Ricorrere a una varietà fuori stagione può significare infatti affrontare costi più elevati e una maggiore fragilità del materiale.
«Funziona come con la frutta: posso trovare le ciliegie in mesi invernali, ma avranno un costo alto e non saranno buone come quelle estive», spiega Callegaro.
Una peonia disponibile a dicembre, per esempio, può essere più piccola e risentire degli sbalzi termici, poiché la sua stagione naturale è la primavera. La scelta diventa quindi anche una questione di durata e di qualità. White Pepper Studio, attivo dal 2016 soprattutto nel campo della moda e degli eventi, lavora con fiori freschi e secchi, elementi verdi e materiali naturali, collaborando anche con flower farm: aziende agricole che coltivano fiori da taglio assecondando i cicli naturali e con una distribuzione il più possibile legata al territorio.
«Ci rivolgiamo a loro quando vogliamo un fiore diverso, capace di dare un movimento alla composizione», racconta Callegaro.
Il modello delle flower farm introduce un cambio di prospettiva rispetto alla floricoltura tradizionale. Non si parte dalla richiesta di avere una determinata varietà in qualsiasi momento dell’anno, ma da ciò che il campo può offrire in quella stagione. Floricoltura Racca, realtà nata in Piemonte, coltiva e vende fiori da taglio seguendo l’annualità, senza forzare le fioriture.
«Si lavora seguendo l’annualità. Ogni mese ha il suo fiore», spiega Alessandro Racca, il titolare dell’azienda.
Il principio riguarda anche il modo in cui il fiore viene raccolto. Recidere senza compromettere la pianta significa permetterle di produrre nuovamente, trasformando il raccolto in una forma di continuità anziché in un consumo una tantum. Nelle coltivazioni che seguono questa filosofia, inoltre, il materiale vegetale può essere lasciato seccare sulla pianta e utilizzato nei mesi successivi, mentre in inverno bacche, rami, fogliami e fiori essiccati possono sostituire ciò che il campo non produce in quel momento.
È la logica alla base di Slow Flowers, movimento nato negli Stati Uniti come riflessione sulla provenienza dei fiori e poi sviluppatosi anche in Europa, in una relazione ideale con il principio di Slow Food.
Se Slow Food ha contribuito a riportare l’attenzione sulla provenienza, sulla stagionalità e sulle modalità di produzione degli alimenti, Slow Flowers applica domande analoghe alla filiera floreale: da dove arriva un fiore, come è stato coltivato, quanto ha viaggiato e cosa comporta renderlo disponibile fuori stagione.
In Italia questa filosofia è rappresentata da Slow Flowers Italy, associazione culturale che riunisce realtà impegnate nella promozione di una floricoltura locale, stagionale e rispettosa dei cicli naturali. Il movimento italiano si è sviluppato anche attraverso il collettivo Italian Flower Farmers, nato nel 2019 e composto inizialmente da coltivatori provenienti in larga parte dalle regioni del Nord. Una presenza legata anche alle condizioni climatiche e agricole di queste aree, che hanno favorito la nascita e la diffusione delle flower farm, oggi ancora più numerose nella parte settentrionale del Paese.
Per Slow Flowers Italy, il tema della stagionalità si lega naturalmente anche al modo in cui i fiori vengono coltivati. Le flower farm ricorrono generalmente a concimi organici e pratiche agricole orientate a preservare l’equilibrio biologico del terreno, utilizzando preparati naturali e limitando il ricorso a sostanze chimiche. Sono metodi che richiedono più tempo e, spesso, anche maggiori costi, ma che restituiscono una materia diversa, anche sul piano estetico: fiori meno uniformi e standardizzati, con forme, dimensioni e imperfezioni che raccontano il luogo e il momento in cui sono cresciuti.
Il calendario botanico, quindi, non definisce soltanto ciò che è disponibile in un determinato momento, ma orienta forme, colori e composizioni. Lo dimostra il lavoro di Tommaso Torrini, presidente e fondatore di Slow Flowers Italy e titolare de La Rosa Canina, laboratorio floreale toscano da anni specializzato negli allestimenti per eventi, in particolare nei destination wedding. Nel corso dell’anno la materia cambia: in primavera emergono tulipani, giacinti e altri fiori da bulbo; a maggio arrivano rose e peonie; l’estate favorisce varietà più resistenti come la zinnia; tra la fine dell’estate e l’autunno compaiono bacche e frutti; in inverno, invece, l’attenzione si sposta verso rami, arbusti e sempreverdi, dove a prevalere è la texture.
«L’estate è caratterizzata dal bruciato: non si trovano fiori carnosi ma con una consistenza cartacea, come la zinnia. Hanno una durata maggiore nel tempo e possono resistere con poca acqua», racconta Torrini.
Il calendario, tuttavia, non è rigido: le variazioni climatiche possono anticipare o ritardare le fioriture, modificando di anno in anno la disponibilità delle specie. Seguire la stagionalità significa allora lasciare che sia la materia stessa a suggerire parte del linguaggio dell’allestimento.
Per Torrini, questo principio riguarda anche il modo in cui il fiore viene composto: «Già nel fiore possiamo leggere la composizione che sarà».
Osservare la crescita, la direzione di un gambo, la consistenza di una pianta significa costruire l’installazione a partire dalle sue caratteristiche reali, invece di imporle una forma estranea.

La filiera si accorcia
Accettare il ritmo della stagione significa anche ripensare la distanza che separa il fiore dal luogo in cui verrà utilizzato. La prossimità diventa così parte della sua qualità: un fiore raccolto e consegnato nell’arco di poche decine di ore arriva al consumatore in condizioni diverse rispetto a uno trasportato per migliaia di chilometri e conservato a basse temperature.
«Un fiore raccolto e consegnato nell’arco di 24-48 ore ha una tenuta in vaso migliore rispetto a uno che ha viaggiato per migliaia di chilometri in celle frigorifere. Resiste di più nel tempo», racconta Marzia Barosso, titolare dell’azienda piemontese Viale Flower Farm.
Il modello delle flower farm mette così in discussione anche l’idea di un mercato in cui ogni varietà debba essere disponibile durante tutto l’anno. Per un mercato come quello milanese, abituato alla disponibilità continua di fiori provenienti da filiere internazionali, significa accettare una diversa idea di scelta: non avere necessariamente qualsiasi pianta in qualsiasi momento, ma costruire il progetto a partire da ciò che la stagione rende disponibile.
Un principio già applicato da alcune realtà nate proprio a Milano. Fiore Urbano, fondato nel 2018 da Nadia Benatti e Roberta Bajoni, lavora esclusivamente con fiori di stagione acquistati da un mercato italiano e collabora con flower farm come Floricoltura Racca, Viale Flower Farm e Olga’s Flower Farm. La distribuzione avviene in bicicletta e il packaging è riutilizzabile. Anche il sistema di vendita è costruito per limitare le eccedenze: attraverso gli abbonamenti il cliente non sceglie in anticipo le varietà, ma riceve ciò che il mercato offre in quella settimana.
«Compriamo tanti fiori quanti poi ne useremo per comporre i mazzi. Non abbiamo eccedenze e così evitiamo sprechi», racconta Benatti.
L’attività aveva già mostrato la propria resilienza durante la pandemia, quando Fiore Urbano aveva potuto mantenere le consegne a domicilio grazie a un’organizzazione già basata sulla distribuzione locale e sui pagamenti online. Anche in quel momento la scelta era stata di non ampliare l’offerta per rispondere indiscriminatamente alla domanda, ma di mantenere il modello esistente e destinare i proventi agli ospedali in difficoltà.
La questione, in fondo, non riguarda soltanto ciò che accade a un fiore dopo essere stato utilizzato. Riguarda il modo in cui viene scelto, coltivato, trasportato e inserito nello spazio. La sostenibilità smette così di essere una fase successiva allo smontaggio e diventa una condizione progettuale: il dopo non comincia quando l’evento finisce, ma quando si decide quale elemento vegetale far entrare in scena.

Quando il recupero arriva troppo tardi
Non sempre, però, il destino della materia vegetale viene considerato prima che l’allestimento prenda forma. Quando la progettazione non prevede già una destinazione successiva, il recupero deve intervenire a ridosso dello smontaggio, in una corsa contro il tempo in cui anche una pianta ancora in buone condizioni può diventare difficile da salvare.
È in questo intervallo, tra la fine dell’allestimento e l’ultimo momento utile per intervenire, che opera Re-plant.
Fondata a Milano nel 2021 da Sonia Magnifico, Federico Santarelli e Francesco Montanari, l’associazione recupera piante provenienti da abitazioni private, uffici, hotel, showroom, aziende ed eventi. Il suo lavoro inizia quando il verde non ha più una funzione nel contesto per cui era stato scelto, ma conserva ancora le condizioni per continuare a vivere altrove.
Oggi Re-plant recupera mediamente cinquanta esemplari al mese. Circa il trenta per cento degli interventi riguarda aziende e attività ricettive, mentre il resto proviene da privati.
Secondo Magnifico, il principale limite è il tempo. Gli interventi devono essere organizzati prima che lo smaltimento diventi l’unica soluzione praticabile.
«Spesso ci contattano dicendo: avete due giorni, altrimenti verrà buttato via tutto».
Trasferire elementi botanici all’interno della città richiede competenze specifiche, ma soprattutto una complessa organizzazione logistica. Gli esemplari di grandi dimensioni possono necessitare di più operatori, mezzi adeguati e accessi compatibili con gli edifici in cui si trovano. Vasi voluminosi, scale strette, aree di carico limitate e zone a traffico regolamentato influenzano concretamente la possibilità di intervenire.
«Il recupero pratico è la parte più difficile. A volte dobbiamo trasportare grandi piante per diversi piani di scale».
Ne emerge un paradosso: il destino di una pianta non dipende necessariamente dalle sue condizioni biologiche. Può essere sana e continuare a crescere, ma diventare comunque un rifiuto perché manca il tempo per organizzarne il trasporto, individuare una nuova collocazione o coordinare le operazioni necessarie.
Per questo, secondo Magnifico, il passaggio successivo dovrebbe essere considerato già durante la pianificazione dell’evento e non soltanto quando questo è terminato.
«Così come si organizzano l’inaugurazione, gli ospiti e il catering, si dovrebbe programmare anche il recupero delle piante.»
La prospettiva di Re-plant completa così quella di Green Wise Italy, White Pepper Studio e Slow Flowers Italy: la possibilità di prolungare la vita di un elemento botanico dipende da una serie di decisioni che iniziano molto prima dello smontaggio.

Piante e fiori seguono tempi diversi
Piante e fiori recisi condividono spesso lo stesso allestimento, ma seguono percorsi profondamente diversi quando questo viene rimosso.
Le prime possono essere trasferite, mantenute e inserite in nuovi contesti; i secondi, invece, dispongono di una finestra temporale molto più limitata. È questa differenza a definire il lavoro di Angels Flowers Milano, realtà della rete non profit Love Therapy Zero, fondata a Ginevra da Valeria Tassan Din Visconti e Barbara Walter.
L’iniziativa nasce da un’idea semplice: un fiore che ha esaurito il proprio valore commerciale può conservare ancora un importante valore sociale. Milano è stata la prima sede italiana del progetto, aprendo la strada all’espansione in altre regioni. Oggi il capitolo milanese opera attraverso una rete di otto volontari coordinata da Elisabetta Morandi.
Le composizioni recuperate provengono da fioristi, boutique, uffici, privati, eventi e cerimonie e vengono redistribuite a ospedali, case di riposo e organizzazioni del territorio. Secondo Valeria Tassan Din Visconti, il fenomeno supera ampiamente il mondo degli eventi.
«Ci sono molti uffici e boutique che hanno abbonamenti con i fioristi. Il fiorista non sempre ha interesse a ritirare le composizioni, che rischiano quindi di essere gettate».
La sostituzione degli allestimenti floreali è un processo continuo che coinvolge hotel, negozi, showroom e sedi aziendali durante tutto l’anno. Molte installazioni vengono rimosse quando sono ancora gradevoli dal punto di vista estetico, semplicemente perché non rispondono più agli standard richiesti dal contesto in cui si trovano.
A differenza della filiera commerciale, Angels Flowers non applica una soglia rigida oltre la quale un fiore reciso perde valore.
«Ogni fiore, anche se ha solo poche ore di vita davanti a sé, ha ancora qualcosa da comunicare».
Una volta recuperati, i bouquet vengono smontati e ricomposti in base al loro stato di conservazione: alcuni steli danno vita a nuove composizioni, mentre i petali vengono essiccati o destinati ad attività creative. Il processo si conclude nel giro di poche ore, grazie al coordinamento tra donatori, volontari e strutture beneficiarie.
Secondo l’associazione, negli ultimi anni la sensibilità verso queste pratiche è cresciuta: aziende e donatori scelgono spesso di collaborare nuovamente, trasformando un gesto occasionale in una pratica ricorrente.
Oltre i fiori: i materiali invisibili dell’allestimento
Il futuro di un’installazione non riguarda soltanto piante e fiori.
Quando una composizione viene smontata emergono tutti gli elementi che ne hanno reso possibile la costruzione: contenitori, cesti, nastri, clip, ganci, strutture di sostegno, fili metallici e supporti tecnici.
Sono componenti che raramente entrano nel racconto estetico dell’allestimento, ma che incidono direttamente sulle possibilità di recupero. Un elemento botanico può essere ancora adatto al riutilizzo, mentre i materiali che lo sostengono possono renderne più complessa la separazione e la gestione.
Secondo Angels Flowers, molte di queste parti possono essere recuperate e impiegate nuovamente, ma solo attraverso un lavoro aggiuntivo di divisione e selezione. Cestini, contenitori e supporti vengono spesso conservati e riutilizzati nelle attività dell’associazione, prolungandone la vita e riducendo la necessità di nuovi acquisti.
Tra i materiali più discussi nel settore del floral design figura la spugna floreale, utilizzata per mantenere idratate le infiorescenze e garantirne la stabilità. La versione tradizionale è prodotta con resine fenoliche a base di formaldeide, dunque non può essere smaltita insieme ai rifiuti organici.
Per limitarne l’impiego, designer e professionisti stanno sperimentando sistemi alternativi: reti metalliche riutilizzabili, muschi stabilizzati, strutture in filo metallico e kenzan, piccoli supporti in acciaio inox della tradizione giapponese utilizzati per ancorare gli steli. È la direzione seguita anche da Tommaso Torrini attraverso La Rosa Canina e Slow Flowers Italy.
«La spugna floreale è inquinante. Slow Flowers si occupa di fare workshop che insegnano a sostituirla», spiega Torrini, indicando proprio nella rete metallica e nel kenzan due possibilità per costruire composizioni più sostenibili.
La ricerca si sta spingendo anche oltre le soluzioni già disponibili, verso materiali biodegradabili e sostituti compostabili ottenuti, in alcuni casi, dagli stessi scarti della lavorazione floreale, come gli steli. L’obiettivo è ridurre la presenza di componenti che, una volta conclusa la loro funzione, interrompono il percorso della materia vegetale e devono essere gestiti separatamente.
La scelta del supporto diventa così parte integrante del progetto, al pari di quella dei fiori. Una struttura riutilizzabile può accompagnare diversi allestimenti nel tempo, mentre un materiale biodegradabile può rientrare più facilmente nei cicli naturali. Dietro una composizione apparentemente semplice si nasconde spesso un insieme di elementi e materiali differenti: quando questi sono difficili da separare, anche il loro corretto smaltimento diventa più complesso. Progettare un allestimento significa quindi immaginarne non solo l’aspetto, ma anche come potrà essere smontato, scomposto e, quando possibile, nuovamente utilizzato.

Dove il recupero si interrompe
Non tutte le piante possono essere ricollocate. Non tutti i fiori possono essere donati.
Anche nei progetti che integrano strategie di riutilizzo e redistribuzione, una parte del materiale non riesce a trovare una destinazione successiva. Danni, deterioramento, stress dovuto al trasporto o, più semplicemente, il termine naturale del ciclo di vita possono ridurre o annullare le possibilità di recupero. Per il reciso, il margine è ancora più sottile: una volta superato il momento della fioritura, la finestra commerciale si chiude rapidamente.
È una fragilità che la pandemia ha reso particolarmente evidente. Nella primavera del 2020, la chiusura di serre, vivai, garden e negozi di fiori interruppe il mercato proprio durante uno dei periodi più importanti dell’anno. Milioni di piante già pronte alla vendita rimasero senza destinazione: alcune vennero rinvasate o trasferite, altre donate, altre ancora messe a disposizione del pubblico. In alcune città, i coltivatori le lasciarono negli spazi pubblici, permettendo ai cittadini di recuperarle e portarle a casa, mentre diverse aziende cercarono di destinarle a strutture sanitarie o amministrazioni locali. Queste soluzioni, tuttavia, riuscirono ad assorbire solo una parte limitata delle eccedenze; per il materiale restante, l’unico esito possibile fu il macero.
La stagionalità rese il problema ancora più difficile da gestire. Viole, gerani, begonie e altre varietà primaverili non potevano semplicemente essere conservate in attesa di una ripresa della domanda: la loro disponibilità commerciale, infatti, coincide con un periodo preciso, oltre il quale il loro valore si riduce rapidamente. La floricoltura mostra così una particolare dipendenza dalla sincronizzazione tra tempi biologici, domanda e distribuzione. Molte produzioni vengono programmate con mesi di anticipo e, quando una coltura raggiunge il momento della fioritura mentre il mercato è fermo o la domanda rallenta, lo spazio per intervenire è minimo. Lo spreco, quindi, non nasce necessariamente da un eccesso di produzione, ma anche dal disallineamento, talvolta improvviso, tra il momento in cui una pianta è pronta per essere venduta e quello in cui qualcuno è disposto o in grado di accoglierla.
I dati più recenti restituiscono un settore ancora sottoposto a pressioni. Il Primo Rapporto sul Florovivaismo 2025, pubblicato da Myplant & Garden, individua la gestione dei residui vegetali come una criticità operativa per il diciotto virgola due per cento delle imprese intervistate. Lo stesso studio descrive un comparto sottoposto a crescenti pressioni legate ai costi energetici, alla carenza di manodopera e agli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici.
In parallelo, tra il 2015 e il 2024, i volumi produttivi del florovivaismo italiano si sono ridotti del sei virgola uno per cento, mentre il valore economico della produzione è aumentato di oltre il trenta per cento, trainato soprattutto dall’incremento dei prezzi e dei costi di produzione.
Le iniziative di recupero ampliano le possibilità disponibili per piante e fiori, ma non intercettano l’intero flusso di materiale generato dal settore. Esiste una fase successiva, dedicata a ciò che non può più essere riutilizzato.
Dall’allestimento al compost: quando il verde torna alla terra
Quando ricollocazione, redistribuzione e donazione non sono più percorribili, fiori e piante entrano nel sistema di gestione dei rifiuti della città.
A Milano questo passaggio è gestito da AMSA, società del Gruppo A2A responsabile dei servizi di raccolta cittadina. Per fioristi, vivai e altre attività commerciali esiste un circuito dedicato: fiori appassiti, foglie, rami e altri residui verdi vengono differenziati nei cassonetti grigi forniti dall’azienda e, nei periodi di maggiore produzione, anche in appositi sacchi. I quantitativi più consistenti possono invece essere portati alle riciclerie comunali, dove sfalci e potature vengono gestiti separatamente.
Prima del trattamento, la componente organica deve essere separata dagli elementi che seguono percorsi differenti: nastri plastici, decorazioni sintetiche, fili metallici, contenitori e spugne floreali. Questa operazione può risultare particolarmente complessa nel caso delle piante in vaso, dove materiale vegetale, terriccio, contenitori e supporti seguono filiere differenti. La separazione dei componenti rappresenta spesso una delle fasi meno visibili ma più rilevanti nella gestione del fine vita delle installazioni botaniche.
Una volta completato questo passaggio, il materiale vegetale può essere destinato al compostaggio, trasformandosi in ammendante utilizzato nell’orticoltura, nel landscaping e in agricoltura. Un destino diverso rispetto al riuso o alla donazione, che permette comunque al verde di proseguire il proprio ciclo.
La dimensione dell’infrastruttura che rende possibile questo processo è significativa. Secondo il Bilancio di Sostenibilità Territoriale di A2A, nel 2024 nell’area metropolitana di Milano sono state trattate oltre un milione e duecentomila tonnellate di rifiuti per il recupero di materia ed energia, mentre la raccolta urbana ha raggiunto circa settecentottantasettemila tonnellate.
Fiori e piante rappresentano soltanto una quota marginale di questi volumi. Tuttavia, quando non esistono ulteriori possibilità di recupero, entrano nello stesso sistema che gestisce gli altri residui organici della città.
Ciò che per pochi giorni ha contribuito all’immagine di uno showroom, di una mostra o di un evento può così tornare ai cicli naturali attraverso il compostaggio.

Una filiera senza regia centrale
Le realtà coinvolte in questa inchiesta operano in momenti diversi dello stesso percorso, ma nessuna ne governa l’intero ciclo. Green Wise Italy interviene già nella progettazione, immaginando una destinazione per le piante oltre l’allestimento. White Pepper Studio lavora sulla scelta della materia, lasciando che stagionalità e provenienza influenzino la composizione. Le flower farm riportano la produzione a una dimensione stagionale e locale, coltivando fiori destinati a essere utilizzati nel territorio e distribuiti attraverso filiere più brevi, mentre Re-plant e Angels Flowers intervengono quando l’elemento vegetale ha già esaurito la propria funzione originaria. Solo quando queste possibilità vengono meno, il materiale entra nei sistemi di gestione dei rifiuti.
Tra questi passaggi non esiste oggi una regia unica. A Milano non c’è un sistema centralizzato dedicato ai materiali botanici provenienti da eventi e allestimenti temporanei: esiste piuttosto una rete informale e frammentata di progettisti, fioristi, produttori, aziende, associazioni, volontari e operatori ambientali. La possibilità di prolungare la vita di una pianta o di un fiore dipende quindi dalla capacità di questi soggetti di intercettarsi, ma anche dal momento in cui ciascuno viene coinvolto.
È forse proprio qui che si trova il passaggio più significativo. La seconda vita di un allestimento non è una fase che comincia dopo lo smontaggio, ma il risultato di decisioni prese molto prima: nella scelta di una specie stagionale, nella distanza che percorre, nel modo in cui viene coltivata, nella possibilità di separare i materiali con cui è stata assemblata, nella logistica necessaria per trasferirla e, infine, nella destinazione prevista quando non potrà più essere utilizzata.
A Milano, dove la componente botanica accompagna eventi, moda, design e hospitality per poi scomparire nel giro di pochi giorni, questa prospettiva sposta lo sguardo dalla durata dell’immagine alla durata della materia. Un allestimento può essere effimero per definizione, ma non per questo tutto ciò che lo compone deve esserlo.
Anna Olivo
