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L’origine di un filato è data dal luogo in cui si svolge il processo di nobilitazione del filo

«La lana merinos dall’Australia, dall’Argentina. L’alpaca dal Perù, il mohair dal SudAfrica, il cotone dall’Egitto. Non ci sono produzioni di cotone in Italia». La lana ecologica di Manifatture Sesia 

L’attenzione per le tecniche a basso impatto ambientale affonda le radici negli anni Settanta. È in questo periodo che Manifattura Sesia già lavora la lana ecologica – composta al 50 per cento da lana alpaca – tosata dalla capra di alpaca – e al 50 per cento da lana greggia, tosata dalla pecora. Non è tinta: «La colorazione è data dalle sfumature naturali dall’alpaca. In natura si trova con ventidue variazioni, che vanno dal bianco lana al nero passando attraverso tonalità di marrone o di cammello. Sono utilizzate queste senza aggiunta di altri colori», spiega Anna Norgia, direttore commerciale. Si evita così uno dei processi più impattanti della produzione tessile, la tintura.  Attiva nel 1963, Manifattura Sesia ha sede a Fara Novarese, non lontano dalle Colline Novaresi, in Piemonte. Fino agli anni Novanta si concentra sull’aguglieria, cioè la realizzazione di gomitoli da lavorare ai ferri o all’uncinetto. In seguito si specializza nella maglieria per l’alta moda – Gucci, Prada, Chanel, Dior, Yves Saint Laurent.

Nel 2003 si certifica Zero emission, uno standard internazionale che riguarda i requisiti per la quantificazione, il monitoraggio e la rendicontazione e riduzione delle emissioni di gas serra: «Tutta l’energia usata per lo stabilimento deriva da fonti riciclabili. Usiamo carbone fossile e non emettiamo Co2 nell’ambiente», spiega Norgia. «Sono stati impiantati pannelli solari ed è stata adottata un’illuminazione con tecnologia Led. Su tutte le linee di produzione abbiamo inserito inverter». Si tratta di componenti elettronici necessari per trasformare la corrente continua – con parametri costanti – in corrente alternata, utili per ottimizzare l’energia. I dati dicono che l’azienda risparmia ogni anno circa 500 tonnellate di anidride carbonica, pari all’assorbimento di 35mila alberi. 

La linea BioSesia è stata certificata da ICEA, l’Istituto per la per la certificazione etica ambientale. Un consorzio senza fini di lucro che riunisce enti, associazioni, imprese e organizzazioni della società civile. Si occupa di controllare (e certificare, appunto) le aziende che operano rispettando l’uomo e l’ambiente. ICEA ha conferito a Manifatture la certificazione GOTS – Global Organic Textile Standards: garantisce che i prodotti contengano almeno il 70 per cento di fibre naturali da agricoltura biologica e svolge un controllo sia sulle attività manifatturiere (come la tintura o la stampa) sia sui prodotti chimici usati. «Riguarda tutti gli aspetti della produzione, dal reperimento delle materie prime fino alla lavorazione. Il consumo di acqua, quello energetico. Verifica che non siano utilizzati OGM, che non ci sia stato sfruttamento di suolo o di animali. Inoltre controlla il rispetto per l’essere umano secondo i parametri Onu», continua Norgia. Le lane di BioSesia sono certificate mulesing free: significa che gli animali non sono sottoposti alla pratica del mulesing, che consiste nell’asportazione di una sezione di pelle e carne viva nella zona anale e perianale, coda inclusa. In alcuni allevamenti viene svolta per evitare che gli esemplari sporchino il vello con gli escrementi. È vietata in Europa ma praticata in Australia, che esporta la gran parte della materia prima mondiale. «La lana ecologica creata negli anni Settanta, ora è ripresentata in collezione. Abbiamo sostituito la parte di lana greggia (mischiata all’alpaca) con lana organica. Per organica intendiamo una fibra capace di soddisfare i requisiti GOTS». 

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Fino agli anni Novanta l’azienda si concentra sull’aguglieria, cioè la realizzazione di gomitoli da lavorare ai ferri o all’uncinetto

La base di tutto è la fibra: «Di origine animale: come lana, cashmere, alpaca, cammello. Tutte derivanti dalla tosatura; oppure provenienti dalle coltivazioni di piante e quindi vegetali: cotone, lino». Per rendere la produzione a basso impatto si deve partire dalla cura e dal reperimento di queste materie prime: «Non intervenire con pesticidi, fertilizzanti oppure con l’uso di Ogm per incrementare la produttività: questi sono i primi passi necessari per la certificazione GOTS. Il suolo non va iper-sfruttato, altrimenti si rischia acidificazione o erosione. Ecco perché per le fibre vegetali si consiglia la rotazione delle colture e l’alternanza dei pascoli per quelle animali», spiega Norgia. Una volta colta (o tosata) la materia prima attraversa cicli di lavorazione che variano a seconda della sua struttura e del prodotto finale che si vuole ottenere. Il punto è trasformare la fibra in filo, con macchinari e processi che cambiano con la fibra stessa: «Quest’ultima ha due caratteristiche principali. La lunghezza e il diametro, che si misura in micron. Le fibre lunghe sono pettinate, parallelizzate e allineate per essere filate. Per quelle corte c’è un altro procedimento: come se si facesse una sorta di feltro da cui poi si procede alla filatura» Pettinatura, filatura, torcitura e cardatura alcune delle tecniche più usate. 

Sul reperimento del materiale: «La lana merinos può arrivare dall’Australia, dall’Argentina, dal SudAfrica. L’alpaca dal Perù, il mohair dal SudAfrica. Per quanto riguarda il cotone, lo acquistiamo dall’Egitto». La produzione non è a chilometro zero: «La fibra greggia si acquista all’estero, perché spesso non c’è alternativa. Non ci sono produzioni di cotone in Italia. Tuttavia, almeno formalmente, l’origine del filato è data dal luogo in cui è svolto il processo di nobilitazione del filo. Noi svolgiamo questo processo nell’ambito di cento chilometri. Cerchiamo in questo modo di ridurre le emissioni di Co2, che altrimenti sarebbero determinate dallo spostamento e dal trasferimento delle merci». 

Manifattura Sesia aderisce a Standard 100 by Oeko Tex: un sistema di controllo e certificazione riguardante le materie prime, i semilavorati e i prodotti finiti del settore tessile ad ogni livello di lavorazione. Esiste dal 1992. Bandisce le sostanze nocive per la pelle e che – quindi – non possono essere usate nelle colorazioni. Divide gli indumenti in classi in base all’aderenza con la cute e aumenta la severità del controllo in modo direttamente proporzionale. La più attenta per esempio è Classe I, che comprende gli articoli per neonati quali biancheria, tutine, lenzuola.  Seguono i prodotti a contatto con la pelle ma per adulti (biancheria intima, da letto, t-shirt, calzini), articoli non a contatto diretto (giacche, cappotti) e materiali da arredamento. «Siamo allineati alle disposizioni di legge vigenti, che regolamentano la depurazione delle acque, i coloranti da usare e quelli da non usare, i trattamenti da svolgere e quelli pericolosi. Abbiamo aderito anche a ZDHC – Zero discharge of hazardous chemicals – un programma internazionale attivo dal 2011 che vuole ridurre a zero lo scarico di prodotti chimici nell’ambiente». 

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MRSL – Manufacturing Restricted Substances List, una lista di sostanze chimiche vietate negli impianti che lavorano materiali tessili, pelle, gomma, schiuma, adesivi, abbigliamento e calzature. Punta a superare le già presenti limitazioni su questo tema, cioè quelle sui prodotti finiti (Product Restricted Substances List – PRSL). Il primo elenco è stato pubblicato a tre anni dalla partenza del progetto, nel 2014. Ad oggi conta 160 soggetti attivi. «Coinvolge sia i produttori di filo sia i produttori di sostanze chimiche»,chiude Norgia.

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