He(ART), la capsule sviluppata da Cuoio di Toscana con Paul Andrew

Da dove viene il cuoio e che cosa succede prima che diventi una scarpa?

Dalla struttura del collagene ai tannini di castagno, mimosa e quebracho: la collaborazione tra Cuoio di Toscana e Paul Andrew diventa l’occasione per un’indagine sul cuoio

Resta un nodo metodologico: quale parte dell’impatto dell’allevamento va attribuita alla pelle. Se la pelle grezza è considerata materiale residuale della produzione alimentare, gli impatti agricoli e zootecnici ricadono sulla carne. Se è considerata un co-prodotto con un proprio valore economico, una quota degli impatti a monte le viene allocata.

Cuoio contro TPU: lo studio al radiocarbonio di Cuoio di Toscana

Cuoio di Toscana ha commissionato uno studio intitolato Il Cuoio di Toscana come biomateriale. Paragone dei parametri di sostenibilità in ottica anti green-washing, firmato da Gustavo Adrián Defeo e sviluppato con CTC e Ars Tinctoria. Il confronto prende in esame, da un lato, la suola in cuoio di una scarpa doppia fibbia e, dall’altro, quella di una sneaker promossa come vegana, realizzata in poliuretano termoplastico, TPU. L’obiettivo è verificare, parametro per parametro, cosa distingue i due materiali, invece di assumere naturale, bio-based o vegan come sinonimi di minore impatto. [Nel file la frase si interrompe qui: confermami la chiusa]

Il Consorzio richiama il Décret n° 2022-748 del 29 aprile 2022, attuativo della legge francese AGEC, che obbliga a informare il consumatore su qualità ambientali definite — materia riciclata, risorse rinnovabili, durabilità, compostabilità, riparabilità, riutilizzo, riciclabilità, sostanze pericolose, tracciabilità — e vieta diciture generiche come biodegradabile. Sul piano europeo la direttiva (UE) 2024/825 si applica dal 27 settembre 2026 e vieta le asserzioni ambientali generiche prive di prestazioni dimostrabili, insieme a quelle di neutralità basate sulla compensazione.

Lo studio sposta quindi il confronto dalla denominazione commerciale alla composizione del materiale. Uno dei parametri utilizzati è l’origine del carbonio. L’analisi al radiocarbonio distingue il carbonio proveniente da biomassa recente da quello di origine fossile: misura la quota di carbonio moderno presente nel campione e permette di stabilire quanto del carbonio contenuto nel materiale provenga da risorse biologiche e quanto da materie prime petrolchimiche. Nel confronto di Cuoio di Toscana il cuoio vegetale presenta una componente prevalentemente biogenica, mentre il campione sintetico analizzato risulta di origine fossile. Il termine vegan identifica quindi l’assenza di componenti animali, e lascia aperte sia l’origine delle materie prime sia l’impronta ambientale complessiva.

Il radiocarbonio misura una componente della circolarità e dell’origine del materiale, e resta cosa diversa da un’analisi del ciclo di vita. Un materiale può contenere quasi esclusivamente carbonio rinnovabile e avere comunque impatti rilevanti nelle fasi di trasformazione; allo stesso modo, un materiale sintetico può essere riciclabile e continuare a dipendere in larga parte da carbonio fossile.

He(ART), la capsule sviluppata da Cuoio di Toscana con Paul Andrew

Cuoio e pelle: qual è la differenza secondo la legge italiana

Nell’uso corrente si chiama pelle il materiale morbido per borse, abbigliamento e tomaie, cuoio quello spesso per suole, cinture e selleria. Tecnicamente la separazione regge poco.

Il Decreto legislativo 68 del 9 giugno 2020 definisce all’articolo 2.1 lettera a) cuoio e pelle con la stessa formula: il pellame di un animale che abbia conservato più o meno intatta la struttura fibrosa originaria e sia stato conciato in modo da resistere alla putrefazione. La legge disciplina anche cuoio pieno fiore, cuoio rivestito, pelle rivestita e rigenerato di fibre di cuoio. Sul piano normativo sono lo stesso materiale.

Nel settore calzaturiero italiano cuoio indica un pellame bovino consistente e compatto, lavorato per componenti strutturali e soprattutto per suole. Una pelle grezza diventa cuoio dopo la stabilizzazione.

Come una pelle diventa cuoio: rinverdimento, calcinaio e concia

La pelle animale è un tessuto costituito principalmente da collagene. Allo stato grezzo si degrada per effetto di acqua, microrganismi, temperatura e processi enzimatici. Conciare significa intervenire sulla matrice di collagene perché diventi stabile e resistente alla putrefazione.

Il processo comincia prima dei tannini. Il rinverdimento ripristina il contenuto d’acqua della pelle e rimuove sale e sostanze indesiderate. Seguono, secondo il prodotto da ottenere, depilazione e calcinaio, scarnatura, spaccatura, decalcinazione e macerazione. La scarnatura elimina tessuti e grassi residui dalla parte interna; la spaccatura divide meccanicamente una pelle spessa in più strati.

Nella concia vegetale intervengono tannini estratti da materiale vegetale: composti polifenolici che interagiscono con il collagene e ne stabilizzano la struttura. Le fonti storiche documentano l’impiego di cortecce, legni e frutti, usati in passato direttamente e oggi attraverso estratti concentrati.

Il cuoio da suola occupa, nella calzatura, la posizione meno visibile. Per secoli è stato selezionato perché forma una superficie continua, resistente alla compressione e all’abrasione. Paul Andrew interviene proprio sulla continuità: taglia, riduce, ripete, intreccia.

He(ART), la capsule sviluppata da Cuoio di Toscana con Paul Andrew

Castagno, mimosa e quebracho: la concia vegetale del cuoio da suola

Cuoio di Toscana dichiara di lavorare il proprio cuoio da suola con una concia vegetale lenta in vasca, basata su estratti di castagno, mimosa e quebracho. I tannini restano fuori dalla superficie: entrano nella matrice fibrosa e ne modificano la risposta fisica. Consistenza, tenuta della forma, comportamento alla flessione, spessore e risposta all’umidità si determinano qui, molto prima dell’intervento del designer.

Il Consorzio indica per il proprio cuoio una composizione tipica con collagene tra il 42 e il 49 per cento, sostanze concianti complessive tra il 32 e il 44, acqua tra il 6 e il 9, materia grassa tra l’1,6 e il 4,7 e zolfo, espresso come SO₃, tra il 3,2 e il 5,9. Il rapporto tra concianti e sostanza dermica è alto, coerentemente con la funzione: una suola deve essere compatta, poco deformabile e lenta ad assorbire acqua.

I tannini vegetali rappresentano tra il 30 e il 43 per cento, i sintetici tra l’1 e il 6. È una concia a netta prevalenza di estratti naturali, nella quale quote ridotte di sintani intervengono come ausiliari, per favorire la penetrazione degli estratti o regolare il colore. Lo zolfo può derivare da estratti solfitati e da sintani solfonati.

Paul Andrew – Da Pitti Uomo 110 a Milano: i tre modelli della capsule He(ART)

Antonioli ospita il secondo capitolo di He(ART), la capsule sviluppata da Cuoio di Toscana con Paul Andrew. La collezione resta in esclusiva nello store. Il nuovo modello si chiama The Fettuccine. Il nome descrive un procedimento: ricavare dal cuoio da suola fasce sottili e regolari, controllandone spessore e lunghezza, e usarle per costruire la tomaia. La superficie deriva dalla successione delle fasce, invece che da un pezzo unico tagliato su sagoma. Le varianti sono nero, oro e verde.

Paul Andrew ha collaborato con Calvin Klein, Donna Karan, Narciso Rodriguez e Alexander McQueen, e nel 2014 è stato il primo footwear designer a vincere il CFDA/Vogue Fashion Fund. È entrato in Ferragamo nel 2016 come responsabile delle calzature donna e ne ha assunto la direzione creativa fino al 2021. È stato creative director di Sergio Rossi dal luglio 2024 fino alla separazione annunciata a fine gennaio 2026.

He(ART) era nato tre mesi prima. Cuoio di Toscana aveva presentato la capsule a giugno 2026, in occasione di Pitti Uomo 110. Tre modelli isolavano ciascuno una proprietà. Modello 1 – Softy, mocassino per uomo e per donna, verificava la flessibilità del materiale. Modello 2 – Intertwist portava fasce sottili dentro una costruzione intrecciata. Modello 3 – Facet combinava un sandalo con un tacco scultoreo nel verde dell’identità visiva del Consorzio.

Da dove arrivano le pelli: oltre il 90 per cento dall’estero

La conceria non produce la propria materia prima. Le pelli arrivano dalla filiera alimentare: la Commissione europea definisce hides and skins come sottoprodotti delle industrie della carne e del latte, e secondo l’Unione Nazionale Industria Conciaria oltre il 99 per cento delle pelli grezze lavorate in Italia proviene dalle filiere bovina, ovicaprina e suina.

Un aumento della richiesta di cuoio lascia quindi invariato il numero di pelli grezze. Le quantità dipendono dalla consistenza degli allevamenti e dalle macellazioni. Eurostat rileva nel 2025, nell’Unione europea, 71,6 milioni di bovini, 55,3 milioni di ovini e 10,2 milioni di caprini: rispetto al 2015 sono in calo rispettivamente del 9,7, del 12,2 e del 17,5 per cento. Tra patrimonio zootecnico e disponibilità per una singola conceria intervengono macellazioni, commercio internazionale, dimensione e qualità delle pelli, prezzi e domanda; il dato segnala comunque una riduzione della base europea.

L’Italia importa gran parte del materiale che trasforma. Secondo UNIC l’approvvigionamento estero copre più del 90 per cento delle necessità delle concerie italiane e coinvolge 103 Paesi: il 45 per cento delle importazioni in volume è costituito da pelli grezze, il 54 da materiale già lavorato allo stadio wet blue, circa l’uno per cento da crust.

Il luogo in cui nasce l’animale, quello in cui viene macellato e quello in cui la pelle viene trasformata possono quindi essere diversi. Per le regole di origine una pelle acquisisce origine italiana attraverso la trasformazione sostanziale effettuata nel Paese, anche quando la materia grezza viene dall’estero; UNIC richiama la norma tecnica UNI EN 16484. L’origine italiana del cuoio lascia aperta la possibilità che l’animale sia stato allevato o macellato altrove.

He(ART), la capsule sviluppata da Cuoio di Toscana con Paul Andrew

Circolarità della concia: dove comincia e dove si ferma

Una pelle derivata dalla macellazione ha già avuto origine dentro un altro ciclo produttivo. La conceria la intercetta e la trasforma in un prodotto che può restare in uso per anni; in assenza di questa destinazione il materiale va trattato attraverso altre filiere di gestione dei sottoprodotti animali. La Commissione europea individua in questa valorizzazione una caratteristica del settore.

Recuperare un sottoprodotto porta comunque con sé degli impatti. La concia richiede acqua, energia e sostanze chimiche, e genera reflui, residui solidi ed emissioni. Il documento europeo sulle Best Available Techniques per le concerie fissa, per la lavorazione di pelli bovine, consumi idrici tra 16 e 25 metri cubi per tonnellata per pelli non salate e tra 19 e 28 per quelle salate, considerando insieme lavorazione dal grezzo e post-concia.

Il secondo livello riguarda ciò che esce dalla conceria. Scarnature, rifili, rasature e fanghi seguono percorsi differenti: in Italia sono state sviluppate filiere che trasformano parte dei residui proteici in gelatine, collagene idrolizzato, fertilizzanti e biostimolanti. UNIC documenta il recupero dei fanghi della concia vegetale nel comprensorio toscano per la produzione di fertilizzanti.

Dal materiale all’oggetto: fine vita ed ecodesign di una scarpa in cuoio

Un secondo livello dello studio riguarda il fine vita, dove le destinazioni valide cambiano da biomateriale a biomateriale. Vengono considerate diverse possibilità: riciclo, recupero organico, compostaggio quando dimostrato da test specifici, biodegradazione, recupero energetico e gestione controllata del residuo. Tra i possibili output del recupero organico rientrano biogas, fertilizzanti, biochar, compost e biostimolanti. La possibilità teorica resta però distinta da quella effettiva per un singolo articolo in cuoio: finiture, coating, adesivi, filati, metalli e altri materiali presenti nella scarpa vanno considerati separatamente. La valutazione riguarda prima il materiale, poi l’oggetto nel quale quel materiale viene incorporato.

Qui entra l’ecodesign. Le informazioni su composizione, origine della biomassa e opzioni di fine vita possono essere usate già in fase progettuale. Per una scarpa significa valutare se materiali diversi possano seguire lo stesso percorso di recupero, oppure se il prodotto debba essere costruito in modo da consentirne la separazione. Il profilo ambientale dipende quindi da una sequenza di dati — provenienza delle materie prime, contenuto bio-based, trasformazione, durata, possibilità di riparazione o sostituzione delle parti, separabilità dei componenti e destinazione a fine vita — e non da una definizione come naturale, vegan o biodegradabile.

He(ART), la capsule sviluppata da Cuoio di Toscana con Paul Andrew

Santa Croce sull’Arno e Ponte a Egola: il distretto del cuoio da suola

Le concerie si concentrano tra Santa Croce sull’Arno, Castelfranco di Sotto, San Miniato, Montopoli Val d’Arno, Bientina, Santa Maria a Monte e Fucecchio. UNIC attribuisce al distretto circa il 35 per cento del fatturato conciario nazionale e indica nell’area di San Miniato e Ponte a Egola la quasi totalità della produzione italiana di cuoio da suola.

Cuoio di Toscana nasce nel 1985. Riunisce sette aziende e attribuisce alla propria produzione il 98 per cento del mercato italiano del cuoio da suola e oltre l’80 per cento di quello europeo. Sono dati dichiarati dal Consorzio; il 98 per cento è il valore oggi pubblicato sul sito e sostituisce il 95 per cento ancora presente in alcuni materiali stampa.

Conceria in Toscana: i Serristori e la manifattura del cuoio medievale

La lavorazione conciaria in Toscana precede di secoli il distretto industriale. Lo storico dell’economia Sergio Tognetti, che ha ricostruito attraverso i libri contabili l’attività della conceria Serristori di Figline Valdarno nel primo Cinquecento, descrive un’impresa nella quale produzione conciaria, attività commerciali e investimenti erano connessi: la conceria faceva parte di un sistema che comprendeva botteghe, relazioni mercantili e canali di distribuzione tra Figline, Firenze e altri centri.

Anche allora la geografia della materia prima era più ampia di quella della trasformazione. La storica Laura Righi, che ha studiato tecniche, approvvigionamento e organizzazione della manifattura del cuoio nell’Italia comunale, documenta che, quando l’offerta locale restava insufficiente, cuoiai, calzolai e conciatori ricorrevano a mercati interregionali e internazionali: penisola iberica, Irlanda, Maghreb, Sardegna e Sicilia. Per i Serristori, Tognetti documenta acquisti da circuiti che comprendevano Grecia, Levante, Portogallo, Castiglia, Barberia e Fiandre.

La profondità storica resta cosa diversa dalla continuità diretta. Righi colloca la formazione dei distretti industriali nel XIX secolo e precisa che vanno tenuti distinti da una prosecuzione delle specializzazioni produttive medievali. Dalle fonti emerge la persistenza, in alcune aree, di competenze, risorse e relazioni territoriali legate alla lavorazione del cuoio.

Samuel Hernest

He(ART), la capsule sviluppata da Cuoio di Toscana con Paul Andrew
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