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Upcycling, anno zero: tessuti vintage, juta, canapa dai mercati di Ostuni e Bari

Il progetto Post Pandemic Tote usa fodere di materassi, sacchi per il trasporto di armi in canapa e calcola il risparmio dell’impronta inquinante

Bari, 19 febbraio 2021. L’Italia ha una popolazione che supera i sessanta milioni. Gli abiti consumati nel Paese, segnando il numero più alto di indumenti pro capite d’Europa, superano gli ottocento-ottanta mila. I dati, riportati dall’European Clothing Action Plan (ECAP) confermano anche la tendenza – quantificabile al sessantotto percento – di buttare gli abiti direttamente in discarica una volta usati. Gli italiani, rispetto a Inghilterra, Francia, Danimarca e Germania gettano più di sette chili di vestiti l’anno a persona. A questo deve essere aggiunta anche la pratica dello stiro – rituale post lavaggio che include maggiori consumi di energia – valido per il cinquantanove percento della popolazione (la Germania, seconda in classifica, stira per il quaranta percento). L’asciugatrice non è ancora entrata con prepotenza nella cultura nazionale – solo il tredici percento. Usare vestiti e fare il cambio di alcuni capi ad ogni arrivo di stagione è cultura frequente. Per cambiare i comportamenti di una generazione con queste abitudini ci vogliono decenni. L’ecosistema non ha più tempo da perdere e per questo si punta sui più giovani. 

Se da un lato i numeri sullo scarto della moda sono ingombranti, quelli provenienti da zone grigie – non di settore o destinate alla vendita diretta – sono una possibile risorsa. Una delle formule considerate per ridurre i consumi e lo spreco degli indumenti è quella dell’up-cycling, che consiste nella valorizzazione dello scarto e nella possibilità di trasformare questo in un nuovo bene rigenerato. In ottica di economia circolare il riuso non potrebbe adattare o prevedere uso di prodotti chimici né coinvolgere elementi e materiali così diversi, tali da non poter essere a loro volta riciclati. Ecco perché si tende a realizzare prodotti up-cycling derivati dalla stessa filiera, come nel caso degli scarti della lavorazione della pelle conciata. La sostenibilità ipocrita e il coronavirus come fonte di ispirazione. Si possono chiamare sinestesie di argomento. Oltre la retorica, si parla di riuso del già esistente, dell’usato e non solo dell’indossato. Nato da magazzini, soffitte, cantine svuotate e tessuti militari uniti dal desiderio di avvicinare tessuti, storie e passati differenti. La base è la Puglia, circoscritta nei territori vicini a Bari. Post Pandemic Tote (PPT) è un’idea – prima di essere brand – che nasce durante il primo lockdown e che si concretizza nel secondo. Le sue origini vogliono rappresentare un anno zero. 

«Crediamo che il coronavirus sia stato un veicolo di negatività ma allo stesso tempo, sia promotore di aspetti positivi come catalizzatore di alcuni processi. Quello che ci auguriamo è che la moda di prima, cioè quella che parlava di riuso di nylon da reti da pesca – ma di cui utilizzava solo l’uno percento, e che per la maggior parte aveva origini industriali – non possa più andare avanti allo stesso modo», dice Stefano Pugliese co-fondatore di PPT. «Le persone sensibili a questi argomenti sono stufe dell’ipocrisia. Il nostro intento è dare un segnale: se una realtà come la nostra può permettersi con fondi privati i costi – alti – di una produzione zero waste, penso sia possibile per tutti. Noi comunichiamo i nomi e cognomi dei fornitori sull’etichetta per far capire la trasparenza dei materiali all’origine». 

Post Pandemic Tote nasce in seguito a un altro percorso moda legato alla sostenibilità, ÀLEA Project. Dopo aver ricevuto il sostegno del bando PIN della regione Puglia per il progetto, Stefano Pugliese insieme a Tatiana Orlova e lo stilista Vincenzo Lattanzio (che in passato si è occupato della ricerca dei tessuti per Jil Sander, Giorgio Armani, Prada ed Ermenegildo Zegna), hanno presentato la collezione alla F/W Fashion Week 2020 di Parigi nel gennaio scorso. Punto di partenza i tessuti utilizzati, provenienti da scarti di magazzino e il consciuos digital streetwear come filosofia d’azione. Durante i primi mesi di isolamento domiciliare Stefano Pugliese insieme a Tatiana Orlova pensano alla realizzazione di un brand ripulito dalle convinzioni pre-pandemiche. «Da qui l’idea di realizzare una borsa – che sarebbe solo l’inizio e il primo tassello del progetto – realizzata con materiali di scarto», spiega Pugliese. «Recuperiamo tutti i materiali dalle rimanenze dei magazzini delle aziende, in parte si tratta di invenduto, in parte di prodotti destinati alla spazzatura come i sacchi di juta per il caffè. Noi li prendiamo e li customizziamo abbinandoli a materiali e colori forti»

I materiali usati per realizzare la prima collezione, composta da soli pezzi unici – perché le borse si realizzano con quello che c’è e non si possono fare repliche aggiungendo lo stesso materiale – non provengono solo da aziende ma anche da ricerche nei mercati del territorio e tra magazzini militari. «Andiamo in giro per i mercatini pugliesi (come quelli di Ostuni o Bari) dove si trovano le fodere dei materassi anni trenta e cinquanta – con cui realizziamo gli interni delle borse, i corredi con teli e lenzuola in canapa provenienti dalle case delle signore del posto realizzate con telai a mano negli anni cinquanta. Ci sono trame e tessuti che non si vedono e sentono più oggi. È anche un modo per riallacciare con il territorio. Abbiamo preso anche delle capotte delle Jeep che ci sono servite per fare i fondi delle borse e renderle più rigide», sottolinea Pugliese. 

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Terreni su cui PPT pianterà alberi (tanti quanti le borse vendute) e si trovano nella contrada Le Monache che rientra nel comune di Turi (BA)

Dallo stock militare vicino a Valenzano sono state recuperate tende da campo e reti copri elmetto, rotoli di canapa a trama fitta. «C’è piaciuto anche l’accostamento tra l’origine militare – che rimandano a un concetto non convenzionalmente pacifico – e un messaggio positivo come quello di dare una seconda vita ai materiali. Nel magazzino abbiamo prelevato sacchi di canapa usati per trasportare materiale bellico super resistenti. Anche le cerniere sono tutte di origine militare», spiega Orlova. Una volta scelti i materiali, tagliati in forma quadrata o rettangolare così da ridurre scarti nella realizzazione della tote a parallelepipedo (disegnata sulla carta velina riciclata del cartamodello) la borsa viene confezionata da sarte pugliesi – della zona di Turi. 

Per quanto riguarda il filo utilizzato, Pugliese e Orlova stanno cercando un fornitore che possa avere filo rigenerato. I manici delle borse sono realizzati con tessuto rigenerato in una mescola di cotone e acrilico, e provengono da una ditta Toscana – unico fornitore fuori regione. L’obiettivo è quello di realizzare prodotti durevoli e resistenti, in modo da colmare il gap dello spreco «e augurarsi che siano borse da usare per anni, contribuendo alla riduzione dell’impatto ambientale evitando lo smaltimento dei materiali utilizzati per farle», dice Pugliese. Ogni anno in Italia, secondo il dato di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), novantadue tonnellate di indumenti vengono gettati e solo parte di essi viene riutilizzata. 

Dall’etichetta parlante si possono leggere le origini e i luoghi da cui provengono i materiali ma non si può avere una tracciabilità completa, proprio perché si tratta anche di materiale vintage – specifica Pugliese. «Quando vendiamo la borsa noi non possiamo garantire tutto riguardo all’origine, ma lo specifichiamo nell’etichetta. Il materiale principale puro è la juta – allo stesso modo non possiamo addentrarci nel mix di filati che compongono un tessuto degli anni cinquanta». Natural born green è il mantra in cui si riconosce Post Pandemic Tote, che ha pensato di realizzare un calcolatore dello spreco e di renderlo disponibile sul sito del brand. Attraverso una media ponderata – non sapendo l’esatta composizione di ogni parte dei materiali e dei tessuti che vengono utilizzati –  basata su parametri numerici evidenziati da fonti istituzionali e di settore (visibili al pubblico) e per i novecento grammi della borsa, si deducono i chili di anidride carbonica e di acqua risparmiati per chilo. 

Se l’ispirazione è il punk inglese – rivedibile nell’uso di cromie e consistenze diverse – la destinazione delle tote non vuole essere catalogata o essere vittima di omologazione di genere. «Oggi crediamo ci sia molta ipocrisia anche in questo aspetto – da parte della moda – e noi vorremmo, nel nostro piccolo, andare contro a questi sistemi di ragionamento». Il recupero dello scarto una religione e una ricerca che non si arresterà nemmeno per i drop successivi (il primo è andato online a fine 2020). «Stiamo pensando di recuperare le vele rotte dalle scuole di kyte surf e wind surf per il prossimo drop. Sono tessuti molto resistenti che sulle barche vengono cambiati spesso e sono destinati allo smaltimento». Prima di iniziare una nuova ricerca da zero, devono essere vendute tutte le borse precedenti – spiegano «non possiamo creare del deadstock noi stessi».

Per chiudere il cerchio – o meglio rafforzarlo, creando anche una prospettiva di crescita e valorizzazione tra la community (così chiamati i clienti) e il brand, per ogni Post Pandemic Tote venduta verrà piantato un albero. Non si usano piattaforme internazionali, le piante – le prime dodici sono già nelle growing box casalinghe – si troveranno nei terreni incolti tra Turi e Rutigliano (Bari), nella contrada Le Monache. Si tratta di alberi da frutto «così potremo poi donare i frutti in beneficienza», spiega Pugliese. Un’idea maturata grazie alle competenze nel settore. Da tre anni Pugliese ha rilevato l’azienda agricola di famiglia che si occupa di produzione di frutta biologica, e con gli attrezzi del mestiere, pianterà anche gli alberi. «Sono in contatto con un vivaista per recuperare i semi degli alberi invenduti in scadenza, così potremo recuperare anche quelli».


Stefano Pugliese – laurea triennale in Business Administration in Cattolica a Milano, magistrale in Marketing Management in Bocconi. Sei anni di esperienza nel food – nella BCA Holding – e poi l’ingresso nel mondo delle startup green con SkinLabo e ÀLEA.

Tatiana Orlova – trasferita in Italia da Murmansk – Russia – per studiare Fashion Business all’Istituto Marangoni di Milano, si laurea in Business Management alla European School of Economics e lavora per cinque anni nel gruppo NGG per i brand di OFF WHITE e UNRAVEL come sales manager.

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