Copertina del romanzo Una splendida rovina di Vincenzo Latronico, pubblicato da Einaudi nel 2026. Illustrazione astratta con forme geometriche irregolari rosa e arancioni e due piccole figure umane su sfondo bianco
Vincenzo Latronico, Una splendida rovina, Einaudi, 2026

Vincenzo Latronico: se fossi un tiranno a Milano, farei così

La BAM non è un parco, Piazza San Babila è un’oasi di afa. Vincenzo Latronico, autore di Una splendida rovina, parla di verde urbano, speculazione immobiliare e di una Milano che ha sacrificato gli spazi collettivi

«Se avessimo delle piste ciclabili che funzionano, il pavé non mi darebbe fastidio. Lo apprezzo visivamente, ma, da ciclista, lo detesto. Vorrei delle buone ciclabili e che il pavé restasse. Se fossi il tiranno di Milano, farei così». In piena campagna elettorale, alla domanda su cosa dovrebbe fare il prossimo sindaco per trattenere i giovani, Vincenzo Latronico insiste sui limiti del ruolo. «Purtroppo ci sono alcune cose che il sindaco non può fare. Ora è in discussione il regolamento europeo sugli affitti brevi: già regolamentarli sarebbe una grande cosa, ma non potrebbe farlo nemmeno se venisse Trotsky. Ci sono tante cose da fare, ma sono interventi di lungo periodo, come la trasformazione delle Ferrovie Nord in una metropolitana. È assurdo che Milano sia ancora chiusa entro la cerchia della 90. A Berlino potevo andare in bicicletta per undici chilometri da una parte all’altra restando sempre dentro il perimetro della città. A Milano non è possibile. Milano dovrebbe mirare a estendersi idealmente da Lodi a Varese. Neanche questo rientra nelle competenze del sindaco: può riqualificare le abitazioni, ma sono interventi piccoli rispetto alla scala del problema».

Milano è la città delle opportunità. La domanda è: per chi? È da qui che si muove lo scrittore Vincenzo Latronico, tornato in libreria con Una splendida rovina, il romanzo che dopo Le perfezioni sposta lo sguardo dalla precarietà esistenziale a quella materiale. Tra comuni per artisti, Berlino e la campagna della Pomerania nell’ex DDR, il libro interroga il modo in cui abitiamo, lavoriamo e immaginiamo il futuro. Milano è il punto di partenza per ragionare di crisi abitativa, spazi indipendenti, verde urbano e della possibilità, sempre più difficile, di costruire una città per tutti.

Affitti a Milano: 970 euro per una stanza singola, 170 nella città di vent’anni fa

«Certo che è la città delle opportunità. Per chi? Milano offre tante opportunità a chi, a 19 anni, può permettersi 970 euro al mese per una stanza singola, oltre alla retta universitaria, privata o pubblica, e al costo della vita. Queste persone hanno le opportunità, ma chi sono? Sono i migliori? Sono i talenti? No, sono i figli della borghesia di tutta Italia». Latronico parla anche di sé. «Adesso sono un uomo di mezza età che ha avuto un certo successo in quello che fa. Sto bene a Milano, posso permettermi una casa, non enorme, vado alle mostre, vado ai concerti. Sono arrivato a questo punto perché mi sono formato nella Milano di vent’anni fa, in cui, a tre isolati da qua, pagavo 170 euro al mese per un posto in una camera doppia. Vivevo con la borsa di studio, cosa che adesso è inconcepibile: non basta a coprire una stanza».

Smart working e crisi abitativa: «A trarne vantaggio sono solo i palazzinari»

L’ostacolo principale alla soluzione della crisi abitativa, nella lettura di Latronico, è la tendenza padronale a vietare il lavoro da remoto. «La soluzione ai problemi abitativi non è cementificare o costruire di più. Sarebbero più efficaci misure come l’equo canone. Durante la pandemia il lavoro da remoto funzionava. Non voglio passare per complottista, ma trovo assurdo che l’unico punto su cui tutto lo spettro politico converge sia che lo smart working non va bene. Dietro ci sono interessi economici che non c’entrano con la produttività: se non perdi un’ora e mezza di Ferrovie Nord la mattina e la sera, sei più produttivo; se l’azienda non paga l’affitto di un ufficio perché la gente lavora da casa, è più competitiva. A trarre vantaggio da questo regime sono solo i palazzinari».

Spazi indipendenti: Isola Art Center, la Stecca e chi oggi guida Fondazione Prada, Triennale e Miart

Alla domanda su cosa la Milano di oggi dovrebbe recuperare dalla città in cui Latronico si è formato, la risposta sono gli spazi indipendenti. «Conosco abbastanza bene il mondo dell’arte contemporanea, perché ci ho lavorato. Molte delle persone che oggi ricoprono ruoli di peso in Fondazione Prada, in Triennale o a Miart sono cresciute grazie a una serie di spazi indipendenti, arrangiati, inventati, a volte anche occupati, come Isola Art Center e la Stecca degli Artigiani, che oggi non esistono più. Queste persone contribuiscono a fare di Milano quello che è perché hanno potuto formarsi in una città che offriva loro delle opportunità. Il prezzo non lo vediamo adesso: lo vedremo tra qualche decennio».

Chi resterà a Milano: infermiere, poliziotti, camerieri e la domanda sul «come»

E chi resterà a Milano tra dieci o vent’anni? «Persone molto benestanti che hanno studiato cose che di sicuro non sono storia dell’arte o cinema. La vera domanda non è chi, bensì come. Una città non è fatta dai ricchi, dagli startupper, da quelli che comprano la penthouse sulla torre. La città è fatta da infermiere, poliziotti, autisti dell’autobus, camerieri. Queste persone continueranno a esserci. La domanda è come vivranno, quante ore di commuting dovranno fare, quanta parte della loro vita dovranno sacrificare per pagare l’affitto, come potranno avere figli senza una stanza in più. La domanda è come. E la risposta è: malissimo».

Vincenzo Latronico, Foto: Marzena Skubatz
Vincenzo Latronico, Foto: Marzena Skubatz

Co-living a Milano: la soluzione abitativa a cui mancano edifici e contratti

Una delle strade possibili è il co-living, esperienza che Latronico conosce da vicino. «Quando ero ragazzo, ho fatto parte di un centro sociale qui vicino e ho vissuto in una specie di comune. Mia zia ha preso parte ad alcune esperienze più radicali degli anni Sessanta e Settanta. La forma di abitare che abbiamo oggi, in cui viviamo da soli o con il partner, eventualmente con dei bambini, un labrador, una lavastoviglie e un touchscreen, è un unicum nella storia dell’umanità. Non abbiamo mai vissuto così da soli. Tanti dei problemi che abbiamo — pagare la babysitter, la badante, lo psicoterapeuta — sono dovuti alla scelta di abitare da soli. Non credo che la risposta siano le comuni degli anni Sessanta, perché, avendole sperimentate, ne conosco i limiti. Almeno all’epoca si pensava a un altro modo di abitare».

La strada passa da un cambiamento culturale. «Molte persone vedrebbero l’idea di vivere da adulti, con dei figli, in spazi condivisi come una forma di giovanilismo o di fallimento. Non deve essere una soluzione di nicchia per pochi che ci credono, ma qualcosa di normale, come la bicicletta. In Italia la bicicletta è vista come una cosa di nicchia, da giovani, da poveri, da hippy, che molti non prenderebbero per il loro senso di rispettabilità. In Danimarca non è così». Il tentativo è stato anche personale. «Quando sono tornato a Milano, tre anni fa, ho cercato subito soluzioni di co-living. Con alcuni amici e amiche, tutti quasi quarantenni e tutti lavoratori, abbiamo cercato un posto grande dove vivere insieme. Non ci siamo riusciti. Mancano gli edifici e mancano le istituzioni. Se hai un appartamento di 350 metri quadri in cui potrebbero vivere bene otto adulti, con figli e magari i genitori, e otto persone sono a chiederti di affittarlo, non pensi: “Che bello, dei professionisti che vogliono fare co-living”. Pensi che siano degli scappati di casa, e preferisci affittarlo al calciatore che vuole lo sconto fiscale. Istituzionalmente non siamo preparati: che tipo di contratto fai?».

Verde urbano a Milano: la BAM, piazza San Babila e il parcheggio sotto il parco

Sul tema del verde urbano: «Quale verde? L’esempio migliore è la BAM, la Biblioteca degli Alberi. Perché non si chiama parco? Perché non è un parco. E perché non è un parco? Perché non ci sono alberi di alto fusto. E perché non ci sono alberi di alto fusto? Perché sotto c’è letteralmente un parcheggio. Un altro esempio è piazza San Babila, un’oasi di afa creata artificialmente senza nessuna ragione, se non quella di avere uno spazio piano da affittare per le attivazioni dei brand. Per questo non ci hanno messo gli alberi. Quando sento la parola “sostenibilità” mi viene la mano alla pistola. Non perché non ci creda, ma perché di solito è una cortina di fumo».

Stecca degli Artigiani e Bosco Verticale: l’alternativa di ChiamaMilano che non fu costruita

La Stecca degli Artigiani resta il caso emblematico. «Facevo parte della Stecca degli Artigiani, il centro sociale che sorgeva dove oggi c’è il Bosco Verticale. Non era solo un centro sociale: c’era la sede di un partito, associazioni di quartiere, una mensa gratuita con gli scarti del mercato. Non era il solito posto dove si fumano canne e si suonano i bonghi». Quando la Stecca fu sgomberata e l’area destinata al progetto immobiliare attuale, l’associazione ChiamaMilano, fondata dall’attivista Milly Moratti, presentò un’alternativa. «Aveva commissionato agli architetti uno studio per costruire le stesse cubature di appartamenti, quindi senza perdere guadagni, ma massimizzando il verde. Invece di grandi grattacieli con enormi parcheggi sotterranei, un perimetro di palazzine di quattro o cinque piani intorno a un grande parco. Costava meno da costruire e conservava più verde. Non è stato fatto. Vale la pena ricordare che le cose potevano andare diversamente, e che dietro queste scelte ci sono volontà politiche chiare».

Lo stesso meccanismo è all’origine del Bosco Verticale. «È l’esempio paradigmatico della Nuova Milano. All’epoca lì c’era un parco, ma non era accatastato come tale perché era l’ex parcheggio di un’azienda, la Brown Boveri. Le persone del quartiere lo avevano riscattato, trasformandolo negli anni in un parco». Gli standard urbanistici italiani fissano una quota minima di verde per abitante — il DM 1444 del 1968 chiede 18 metri quadri di spazi pubblici per abitante, di cui 9 di verde attrezzato — e l’Isola sta sotto quella soglia. «Hanno potuto realizzare questa cementificazione grazie alla gabola per cui quel parco non era registrato come tale. È arrivato l’architetto Stefano Boeri e ha detto: “Risolvo io il problema. Invece del verde orizzontale, avremo il verde verticale”. Il nome è nato così. Ma cosa significa verde verticale? Significa che è privato, che si trova a casa di qualcuno. Non è un parco».

Da Le perfezioni a Una splendida rovina: il ritiro nel privato

Ne Le perfezioni la precarietà estetizzata di una generazione passa attraverso il racconto dello spazio domestico: un modo per dire che la dimensione pubblica ha deluso. «Negli anni Ottanta si parlava del ritiro verso il privato, ed è una cosa simile. I personaggi raccontano anche quello che è successo a me dopo il naufragio di vari progetti politici in cui mi ero impegnato. In questi momenti pensi che l’orizzonte della felicità sia quello individuale o di coppia, e che l’impegno collettivo non serva. La risposta è che sì, serve. Questi due personaggi, che in teoria hanno tutto quello che vogliono, continuano a non essere soddisfatti, anche perché sono soli e non se ne accorgono, concentrati come sono sulla dimensione del privato».

Le perfezioni all’estero: il caso Elena Ferrante

Resta il capitolo del riconoscimento internazionale. Le perfezioni ha avuto più seguito all’estero che in Italia, soprattutto dopo la traduzione. Il fastidio? «Non mi hanno mai chiesto se mi avesse dato fastidio». Eppure spesso un italiano, per fare carriera in patria, deve prima essere riconosciuto fuori. «Nella scrittura non capita tanto. Negli altri ambiti sì. In letteratura è un caso raro: sostanzialmente è successo solo a Elena Ferrante, quindi sono in buona compagnia. Mi aiuta il fatto che questo riconoscimento sia arrivato in Inghilterra e negli Stati Uniti, e non in Paesi con un mercato più piccolo e un panorama culturale meno ricco. Quindi no, sono contento».

Copertina del romanzo Una splendida rovina di Vincenzo Latronico, pubblicato da Einaudi nel 2026. Illustrazione astratta con forme geometriche irregolari rosa e arancioni e due piccole figure umane su sfondo bianco
Vincenzo Latronico, Una splendida rovina, Einaudi, 2026