
Raffaella Silvestri: la Milano del futuro sarà per tutti o per pochi?
Dalla Milano-vetrina alla periferia di Ripamonti, passando per la Biblioteca Sormani e il noir di Scerbanenco: in conversazione con Raffaella Silvestri, autrice di La persona peggiore (Mondadori)
Per anni, a Missori, un graffito diceva «La periferia vi odia». Raffaella Silvestri, scrittrice e critica letteraria nata e cresciuta a Milano, lo cita a memoria e lo sottoscrive. «Milano è una città europea di spirito, nelle ambizioni. È una città che non si vergogna di desiderare fortemente il futuro. Non ha gli strumenti adatti per farlo». Parla della città con affetto e con insofferenza, da chi la conosce e ha deciso di non andarsene mai del tutto pur essendosi trasferita a Roma da qualche tempo. In dieci anni Milano ha costruito, ristrutturato e riqualificato più di quanto avesse fatto in decenni, con attriti. Silvestri resta fuori dalle questioni politiche: il suo è il parere di chi ha visto mutare i luoghi in cui è cresciuta, e si ritrova in una Milano che le piace, alla quale riconosce un desiderio di futuro, e che fatica a includere tutti.
Expo e la «Milano dei ricchi»: quando la microeconomia della città smette di includere
La prima crepa è stata l’Expo. Silvestri aveva percepito che il modello economico in nascita coinvolgeva una parte della città. «Ho considerato che il tipo di microeconomia cittadina che si stava sviluppando in tempo di Expo e appena post Expo non era inclusiva, non portava avanti tutta la città. Iniziava a delinearsi quella “Milano social”, quella “Milano tutta comunicazione”, il racconto che ha poi preceduto il fatto. Una Milano dei ricchi. Mentre i cittadini che tutti i giorni la abitavano, che andavano a lavorare, a divertirsi, quei “veri” cittadini, sono stati poco a poco dimenticati».
La Milano da vetrina: dopamina, influencer e l’economia del sé
«Milano è una città che vive di scariche di dopamina, piccole, continue. Ed è anche, nello stesso momento, una città che ha smesso di credere davvero nel proprio futuro, pur non vergognandosi mai di desiderarlo ad alta voce». «Su queste micro scariche di dopamina hanno trovato terreno fertile le week e la cultura degli influencer, che è proprio basata su micro motivazioni — credi in te stesso! — e sull’idea di proiettare un immaginario costruito attorno a micro universi: luoghi, esperienze, vestiti, oggetti».
Nasce così la Milano da vetrina: una città ricostruita attorno ai contenuti di chi la racconta sui social, trasformata nel set d’occasione di una campagna pubblicitaria. Nella Milano in cui si deve «fatturare, fatturare, fatturareee!», ogni esperienza urbana diventa prodotto. Conta poco se utile, comodo, disponibile a chi la città la vive davvero: prima di tutto che sia esteticamente impeccabile, perché il prodotto va visto — fotografato, filmato, raccontato — e poi forse anche vissuto.
Dove c’era l’erba è cresciuta una città di bettole, bar e balere, vampirizzata negli ultimi anni dall’economia del sé: quella delle foto fatte ai toast pagati dieci euro e del bisogno incessante di luoghi instagrammabili. Si prende un posto carico di storia e identità e lo si ripulisce fino a renderlo fotogenico, vendibile, replicabile. «Il problema è che la città non è più reale, perché se estrai del valore economico anche dalle cose autentiche, le rendi un’altra cosa».
Ripamonti girl: la periferia e il romanzo La persona peggiore
«Io sono una Ripamonti girl, e lo sono da sempre, ho vissuto lì tutta la vita». Un quartiere di media o piccola borghesia, gentrificato per inerzia, che è rimasto sempre un po’ sé stesso. «Ripamonti è sempre un po’ rough. La prima fase della gentrificazione è sempre un aumento di bellezza: hanno tolto i graffiti, hanno tolto la sporcizia, le cose sono diventate più carine. E sono assolutamente a favore di tutto ciò. Il problema è che la gentrificazione ha delle fasi inarrestabili: la seconda ondata vuol dire quasi sempre mandare via le persone dai luoghi che abitano». Vivere a due passi dal Duomo — Milano si taglia in un attimo, un paio di chilometri — e sentirsi sempre altrove.
Da questo senso di appartenenza decentrato nasce La persona peggiore, il romanzo che prende il titolo dalla protagonista, in crisi con sé stessa e col mondo. «La persona peggiore è una figlia di Milano, è proprio una Ripamonti girl. È animata da quel senso di riscatto che ti fa pensare: “siamo un po’ in periferia, ma la città è nostra comunque”. Nasce dalla strafottenza di poter andare in giro e sentire che la città è anche tua. Una sicurezza che mi ha potuto dare Milano, perché anche da ragazza, anche da donna, anche da non ricca, potevo fare tutte le esperienze che la città aveva da offrire».

Dalla Biblioteca Sormani al genius loci: cosa si perde quando i luoghi cambiano funzione
Ogni storia di riqualificazione è un inventario di perdite. Cosa resta quando mutano le strade, i quartieri, i palazzi? Quante storie si perdono, che fine fanno gli amori nati ai tavoli di un bar, nei bagni di una biblioteca comunale, una sera su una panchina? «È un continuo lutto, perché ho perso la possibilità di andare nei luoghi storici in cui non c’era performance. I bagni della Sormani sono un esempio pazzesco».
La biblioteca centrale del Comune di Milano apre a Palazzo Sormani il 10 marzo 1956, su progetto di Arrigo Arrighetti. L’8 marzo 2026 l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi annuncia il trasferimento delle funzioni bibliotecarie nella nuova BEIC, la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura, in costruzione a Porta Vittoria e attesa per il 2027; pochi giorni dopo il Consiglio comunale approva un atto di indirizzo, e Palazzo Sormani resta a uso culturale, senza uffici né funzioni amministrative.
«La Sormani aveva senza dubbio bisogno di essere ristrutturata, e il problema non è nemmeno l’apertura di una biblioteca più grande e più bella. Il problema è che il tessuto urbano ha una memoria storica. Se per settant’anni le persone sono andate in Sormani a fare il gesto fisico di prendere un libro in prestito, non si può pensare che spostarla un chilometro e mezzo più in là non cambi nulla. Io credo nel genius loci, nell’anima dei luoghi, che si costruisce con anni di utilizzo da parte di persone che fanno la loro vita e donano un po’ della loro emotività ai luoghi stessi. Se togli la funzione a un luogo, quel luogo rimane vuoto. Diventa soltanto un contenitore».
Milano come Gotham: il centro ricco e la periferia respinta
La Milano di Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci, quella del miracolo raccontata al cinema da Vittorio De Sica, la Ghisolfa di Giovanni Testori e il San Siro di Roberto Vecchioni, la Milano notturna di Lucio Dalla. La Milano piena di rabbia di Luciano Bianciardi, e quella che vive solo di notte nei libri di Umberto Simonetta. Fino a quella che Fabri Fibra e Joan Thiele hanno messo in un ritornello.
«Il racconto di Milano a cui sono più affezionata è legato a Giorgio Scerbanenco. Perché per me Milano è Gotham, e quando Scerbanenco descrive le strade del centro riconosce questa anima milanese oscura». Scerbanenco, scrittore morto nel 1969, ha ambientato in città il ciclo noir di Duca Lamberti, aperto nel 1966 da Venere privata. «Ho sempre visto un po’ di sporco in Milano, che non vuol dire che le strade siano o debbano essere sporche. Vuol dire un’anima nera, una verità. La persona che ha fatto quel graffito a Missori, che non sono stata io anche se lo sottoscrivo, ha colto quello che c’era di sbagliato nel modello Milano vetrina».
Da un lato l’anima medievale, raccolta verso l’interno — il centro, i cortili, le vie della moda. Dall’altro l’anima ruvida della periferia, sporca, anche violenta: un’anima che si tiene fuori campo, e che si cerca in tutti i modi di nascondere, perdendo le voci di chi quella città la abita nel profondo. «Per questo Gotham. Perché come nella città dei fumetti di Batman c’è un avamposto di ricchezza, mentre il nero rimane sotterraneo. Invece di inglobarlo, lo si respinge. Se penso ad altre città, Vienna è un esempio riuscito: lì si sono fatte le case popolari puntando a una bella edilizia pubblica. Questo è un vero gentrificare: rendere bello quello che è di tutti».
La persona peggiore: la pressione alla performance e la solitudine milanese
Resta un’ultima domanda: perché, in una città costruita per tenerti sempre in movimento, così tante persone si sentono comunque sole? «Siamo soli perché Milano ci ha messo addosso una pressione alla performance, mutuata dalla cultura degli influencer e accompagnata da una crescente instabilità economica. Abbiamo tutti stipendi italiani: non possiamo fare i pranzi da 300 euro, non possiamo fare gli aperitivi in terrazza ogni sera. Non ci riescono nemmeno più i manager per cui la città è stata progettata. Milano è tutta la mia identità, è tutto il mio carattere. Anche il bisogno di stare sempre in movimento me l’ha dato crescere in questa città. Però io sono la persona peggiore, come il titolo del mio libro, quindi non posso sposare questa spinta a essere sempre la versione migliore di sé».
La persona peggiore, uscito per Mondadori nel settembre 2026, è il racconto di una donna che, subito dopo aver sposato l’uomo inseguito per anni — un marito finlandese «senza difetti», trasferitosi in Italia per lei —, decide comunque di partire da sola per Bali, senza una data di ritorno, per diventare insegnante certificata di yoga e, soprattutto, per capire sé stessa. Una protagonista che, invece di rispondere all’ennesima scarica di dopamina e costruire un’altra versione migliore di sé da mostrare agli altri, decide di sparire. Lontano dalla pazza folla. Così come dovrebbe fare Milano: per ripensarsi e ricostruirsi. E poi tornare, un giorno, non per forza diversa, ma un po’ più vera.
Nicolo Bellon
