
Dalla Milano Design Week 2026: i progetti in cui la materia torna al centro
Legno di recupero, pietre toscane, fibre ancestrali, fiori generati dall’AI: alla MDW 2026, una selezione di progetti in cui la materia non è sfondo ma protagonista del design contemporaneo
Milano Design Week: il design torna a interrogare il suo rapporto con le persone
Essere progetto. Tradotto dal linguaggio curatoriale, il design non è più — o non è soltanto — prodotto, ma processo fluido, etico, umano. Un ritorno alle origini della progettazione, si direbbe: una sorta di rifondazione morale del settore. L’installazione di AMDL Circle, L’anello mancante (2018), nel cortile de Il Giardino delle Idee, dà forma a questa tensione progettuale rappresentando, con la sua circolarità, il pensiero umano che nasce da un’idea e si sviluppa in direzioni molteplici, lasciandosi permeare dall’ambiente esterno in una continua mutazione.
Durante la Milano Design Week 2026, tra installazioni immersive e dichiarazioni d’intenti, riaffiora l’ambizione di rimettere “l’essere umano al centro”. Il ritorno a materiali naturali, texture organiche e lavorazioni artigianali si eleva a gesto politico, mentre si riscoprono — con rinnovato entusiasmo — i maestri del passato. Lo spazio domestico si carica di suggestioni mistiche, tra ritualità e spiritualità, trasformando la casa in tempio. Il rapporto uomo-macchina viene ripensato attraverso il filtro della memoria, come nell’installazione Anima Mundi di Dotdotdot per Geely all’Istituto dei Ciechi, che legge nell’attuale ritorno agli aspetti più ancestrali della vita una forma di rinascimento tecnologico capace di far coesistere progresso e natura. A completare il quadro, non mancano progetti ispirati alla natura e prese di posizione apertamente politiche. Quest’anno il design torna a interrogarsi su sé stesso. E lo fa con grande convinzione.

Il design che riconnette natura e progetto: Molteni & C., Entropia di Cristián Mohaded, Faye Toogood per Tacchini e La Casa di Marmo di Hannes Peer
In una Milano sempre più frenetica e soverchiante, Responsive Nature di Elisa Ossino per Molteni & C. si configura come un’oasi di pace articolata in sei mondi botanici, che spaziano da ambienti fantastici a scenari naturali. Spazi segnati dall’intervento e dalla cura dell’uomo si alternano a momenti in cui la natura riprende il sopravvento, innescando una riflessione sul rapporto tra essere umano, forma e paesaggio. Particolarmente evocativo lo spazio del Terzo Paesaggio, ispirato al pensiero dell’agronomo Gilles Clément, che identifica in questa categoria tutti i luoghi — rurali o urbani — abbandonati dall’uomo e riconquistati dalla natura. Tra le tante specie botaniche di questo eden urbano trova spazio la collezione outdoor del brand, con pezzi firmati da Vincent Van Duysen, Foster + Partners e dalla stessa Ossino.

L’azienda brasiliana Etel, celebre per la lavorazione di legni pregiati, presenta Entropia, la nuova collezione firmata da Cristián Mohaded. Il progetto prosegue la missione di valorizzare il legno attraverso il sapere delle maestranze artigiane brasiliane, esplorando il potenziale creativo del legno di recupero. Frammenti di essenze diverse vengono trasformati in oggetti che mettono in dialogo l’irregolarità naturale della materia con il rigore della geometria. Come suggerisce il nome, la collezione nasce da un diagramma ortogonale sviluppato da Mohaded: una griglia concettuale che ordina il caso senza imporre una forma predefinita. All’interno di questo sistema, gli artigiani sperimentano giunzioni, contrasti e proporzioni, dando vita a superfici costruite sull’equilibrio tra intuizione e precisione.

Lo showroom di Tacchini si trasforma grazie alla visione di Faye Toogood, che per l’occasione si è immersa negli archivi e nei siti produttivi dell’azienda, oltre che nel suo studio-laboratorio, esplorando la vasta materioteca da cui attinge il brand. Con l’installazione totale Material Anthology, Tacchini presenta le nuove finiture, mentre Toogood offre prospettive inedite sull’uso degli scarti, che diventano oggetti funzionali e decorativi in un’ottica di circolarità e riduzione degli sprechi.



Dal legno alla pietra: Margraf presenta il progetto immersivo La Casa di Marmo, firmato da Hannes Peer Architecture. La pietra naturale diventa elemento architettonico totale che ripensa ogni ambiente della casa, offrendo al pubblico un’esperienza multisensoriale nella quale la Santafiora — pietra italiana estratta nella cava di Manciano, in Toscana — è protagonista assoluta. Un dialogo tra progettualità contemporanea e lavorazioni tradizionali che ridefinisce l’identità stessa del materiale.

Circolarità e ricerca materica protagoniste della scena internazionale del design indipendente
Anche le nuove generazioni di progettisti si misurano con i temi del riuso e della sostenibilità, cercando soluzioni innovative per materiali poveri o di scarto. No Space for Waste in Isola raccoglie una serie di progetti che promuovono approcci più responsabili alla produzione e al consumo: tra gli altri, Archeomaterico trasforma residui industriali tessili in materiali inediti, mentre Re-Edit presenta un oggetto che riflette sui temi dell’upcycling, della bio-ingegnerizzazione e della lavorazione artigianale del legno. Anche Spelèo di Nagot, in mostra negli spazi di Retreat, è un esempio virtuoso di riutilizzo: realizzato a mano da Studio F in collaborazione con artigiani della provincia di Torino, nasce da una riflessione — e insieme da una provocazione — sull’instabilità dell’ambiente naturale piegato dall’attività umana.


La Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia torna a Milano con Shared Matter da Spazio Vento, una piccola collettiva dedicata al design svizzero emergente. Tra i lavori in mostra, Vera Roggli e la designer filippina Julia Villamonte hanno realizzato Sapin-Sapin, un tappeto multifunzionale ispirato alle tradizioni d’intreccio dei rispettivi Paesi d’origine. Intrecciato a mano con foglie di karagumoy (Pandanus simplex), il pezzo è stato realizzato in stretta collaborazione con laboratori di tessitura nella città natale di Julia, Labo, nella provincia di Camarines Norte, nelle Filippine, mettendo in relazione design, artigianato e saperi locali. Paper Glasses è invece il frutto di una residenza di ricerca nel corso della quale Silvio Rebholz ha sviluppato un’alternativa naturale e biodegradabile ai bicchieri monouso in plastica. Realizzati con stampi rivestiti in cera d’api, la loro forma traslucida offre un’esperienza tattile e visiva solitamente associata al vetro, restituendo un senso di cura e trasparenza all’uso quotidiano del monouso.



Lo spazio domestico tra riti, credenze e simbolismo: La Casa Magica e Balmaceda
La casa come combinazione di suggestioni, momenti e ricordi, ma anche di rituali personali e collettivi che si fanno vita concreta giorno dopo giorno. Nina Yashar, con la curatela di Valentina Ciuffi e ispirandosi a pensatori come Claude Lévi-Strauss, Martin Heidegger e Bronisław Malinowski, porta nella sede storica di Nilufar una concezione di spazio domestico che va oltre la funzionalità e i bisogni quotidiani cui il design è chiamato a rispondere. La Casa Magica riunisce oggetti provenienti da contesti geografici e culturali differenti, accomunati dal lavoro sul rito, sulla forza delle tradizioni e delle credenze: oggetti vivi, carichi di significato. Tra i lavori in mostra, la componente femminile prende il sopravvento, tra rappresentazione e politica. Le scope di Anna Zoe Hamm si trasformano da strumento domestico in dispositivi simbolici, interpretando la cura come atto di resistenza. Gli specchi-portali di Clara Schweers convertono l’atto di riflettere la propria immagine in un rituale di auto-riconoscimento. Le sculture-lampade di Anita Morvillo costruiscono una mitologia domestica che riflette sul corpo — la nostra prima e perenne casa — e sulla sua costante metamorfosi. Il potere delle piante come strumenti di purificazione e protezione è invece al centro dei lavori di Flora Lechner, Marc Etienne e Christian Pellizzari.



Per la seconda volta alla Milano Design Week, il brand messicano Balmaceda presenta la collezione Códices attraverso l’installazione A Letter About Codices dell’artista Luis Urculo, allestita nella casa del fondatore e trasformata per l’occasione in uno spazio sospeso e rituale, tra tendaggi, candele e luci soffuse che evocano un’atmosfera mistica. La collezione attinge al patrimonio culturale preispanico del Messico e si articola in tre categorie principali. I tappeti, realizzati a mano in Nepal da una famiglia di artigiani attiva da oltre cinque generazioni, richiedono dai cinque ai sette mesi di lavoro per quattro persone e combinano materiali come lana, seta, allo (fibra simile alla canapa) e pelle: ogni pezzo è personalizzabile e riflette un processo che vale più del risultato finale. I motivi spaziano da simboli ancestrali — l’albero della ceiba, le piramidi, le creature mitologiche — a composizioni più minimali, dove l’identità massimalista e cromatica del Messico viene reinterpretata con maggiore sottigliezza. Le ceramiche, prodotte da artigiani di Jalapa, assumono la forma di amuleti e oggetti decorativi carichi di significato, mentre i ricami, realizzati in India con tecniche ancestrali, comprendono un pezzo con trentasei tipi di punti in fili di lana e seta e un altro, nei toni del marrone, che traduce in tessuto un codice di origine incerta — tra cicli della vita e calendario — ricostruendo elementi di antichi libri attraverso il ricamo. A completare il percorso sensoriale, una fragranza al copal, legata simbolicamente all’albero della ceiba, asse della vita e dei punti cardinali, già evocato nel primo tappeto della collezione.



Il design si confronta con politica e ambientalismo: Ai Weiwei × Rubelli e When Apricots Blossom
Politica è l’installazione site-specific di Ai Weiwei nello showroom di Rubelli. About Silk si ispira ai motivi e ai temi ricorrenti nella ricerca dell’artista cinese: un elaborato lampasso di seta riproduce fedelmente il disegno originale di The Animal that Looks like a Llama but is Actually an Alpaca. Le telecamere di sorveglianza — metafora del potere e del controllo politico —, le manette e le catene — simboli di oppressione e della prigionia subita dall’artista —, l’uccellino di Twitter — emblema della libertà di parola in rete — e il lama/alpaca che dà il nome all’opera, divenuto simbolo di libertà, dissidenza e lotta contro la censura di internet in Cina. Nella seconda sala, tendaggi rossi realizzati con la medesima tecnica recano un altro motivo caro all’artista: Finger, un dito medio che campeggia ironicamente sulle quinte che fanno da sfondo a due teche contenenti documenti tessili provenienti dall’Archivio Storico Rubelli e dalla Fondazione Rubelli. L’installazione — che vede per la prima volta Ai Weiwei confrontarsi con la seta — è anche una riflessione politica e sociale sul ruolo che questa fibra ha rappresentato, e continua a rappresentare, per le economie cinese e italiana, oggi più che mai indissolubilmente intrecciate, e sulle rivoluzioni tecnologiche e politiche che rischiano di cancellare tradizioni artigianali millenarie. Completa l’esperienza immersiva un docufilm inedito del regista argentino Felipe Sanguinetti, girato tra le storiche mura del Downing College di Cambridge e la tessitura comasca di Rubelli.

Rivendicazioni politiche e celebrazione del patrimonio immateriale si intrecciano in When Apricots Blossom a Palazzo Citterio. La Uzbekistan Art and Culture Development Foundation invita il pubblico a esplorare la tradizione artigianale uzbeka attraverso una mostra che è al tempo stesso tecnica e poetica. Da una parte l’omonima poesia del 1937 dello scrittore uzbeko Hamid Olimjon, ispirata alla resilienza degli alberi di albicocco; dall’altra una puntuale rassegna di tecniche e materiali locali. Il pane, elemento distintivo della cultura uzbeka, diventa protagonista grazie al coinvolgimento di dodici designer internazionali — tra cui Studio CoPain, Fernando Laposse e Bethan Laura Wood, che firma anche l’installazione d’ingresso — invitati a progettare stampi manuali e vassoi in collaborazione con maestranze locali. Ad affiancare questi progetti, le ricerche materiche e i manufatti dell’Aral School — un programma di educazione ecologica con sede a Nukus — e dell’Aral Culture Summit offrono uno spaccato della ricca tradizione artigianale della regione del Mar d’Aral: dai tradizionali mattoni di fango al giunco intrecciato a mano, fino al sapone di olio di semi di cotone. Il tutto accompagnato da rivendicazioni ambientaliste di grande urgenza: il Mar d’Aral era il quarto lago d’acqua dolce più grande del mondo. A partire dagli anni Sessanta, ha perso circa il novanta per cento della sua superficie originale a causa della deviazione, in epoca sovietica, delle acque dei suoi due principali fiumi immissari per l’irrigazione dei campi di cotone.


Grandi maestri e design contemporaneo in dialogo: Visteria Foundation, Mutina e cc-tapis
In un’ottica di trasformazione, il design si confronta con il passato per rileggere il presente. Al sedicesimo piano della Torre Velasca, Visteria Foundation presenta Polish Modernism. A Struggle for Beauty, una mostra che restituisce complessità a un capitolo del modernismo ancora poco conosciuto al di fuori della Polonia. Il percorso intreccia narrazioni diverse e mette in dialogo opere storiche e oggetti contemporanei, rivelando quanto le idee moderniste continuino a influenzare il design polacco attuale. Particolarmente interessante la sezione dedicata alla traiettoria brasiliana di Jorge Zalszupin, che approfondisce il legame tra modernismo europeo e cultura progettuale latinoamericana.
L’interpretazione del passato passa anche attraverso la rilettura dei grandi maestri del Novecento. cc-tapis e Mutina affrontano questo dialogo in chiave contemporanea, confrontandosi rispettivamente con l’universo visionario di Piero Fornasetti e Barnaba Fornasetti e con la ricerca cromatica di Josef Albers e Anni Albers. Con (META)FISICA, cc-tapis indaga il tappeto come opera e architettura, traducendo l’immaginario opulento ed eclettico di Fornasetti in superfici tessili dove la ricchezza decorativa entra in tensione con la ruvidità del manufatto. Lane himalayane, merino e seta amplificano dettagli e sfumature, mentre tecniche che spaziano dall’annodatura tibetana ai ricami artigianali dell’Uttar Pradesh fino alle lavorazioni hand-loomed restituiscono profondità a una collezione sospesa tra arte e progetto.
Con Homage to the Square, Mutina traduce il pensiero di Albers in una ricerca ceramica fondata sul colore. La collezione si sviluppa attraverso una palette di sette tonalità ispirate ai suoi dipinti e ai principi dell’interazione cromatica, trasformando la superficie in campo percettivo. Il know-how aziendale si misura qui con una sperimentazione meticolosa su smalti, pigmenti e processi produttivi, mantenendo al centro quel rapporto con le maestrie artigiane che da sempre definisce l’identità di Mutina.



Quando i fiori nascono da un algoritmo: arte, intelligenza artificiale e natura alla Milano Art Week
Un’intelligenza artificiale che genera vita. Non biologica, ma qualcosa che la evoca con fedeltà: forme floreali, paesaggi alieni, ecosistemi immaginari. È questo il terreno esplorato da FineSettimana, il progetto annuale di Thomas Zangaro Studio tornato per la terza edizione durante la Milano Art Week 2026 — e visibile ancora questo fine settimana, fino a domenica 19 aprile, nello spazio di Via Carlo Vittadini 31.
Flos Aliena, fiore straniero. Un ossimoro visivo, quello messo in scena dall’artista Lorenza Liguori, in cui l’organico e il computazionale cessano di essere opposti e cominciano a dialogare. Sul pavimento azzurro-grigio dello studio sbocciano fiori privi di petali, fatti di filamenti luminosi che si attorcigliano come onde. Al centro di ciascuno, una gemma cristallina pulsa e cambia colore. Il cielo sopra è viola profondo. Non siamo su questo pianeta, eppure tutto appare riconoscibile, quasi familiare. È la natura come potrebbe essere, non come è.
Il progetto tocca una domanda sempre più urgente nel dibattito sull’intelligenza artificiale applicata alla creatività: la tecnologia può davvero restituire qualcosa al mondo naturale che ha contribuito a mettere sotto pressione? Oppure ne produce soltanto un’immagine seducente, una proiezione consolatoria?
Le forme di Flos Aliena non rimangono confinate entro le loro strutture di vetro. I fiori sembrano pronti a tracimare e contaminare lo spazio reale: la natura digitale vuole espandersi nel mondo fisico, e lo fa con la stessa logica virale del selvatico. Liguori parla di “ecosistema sensibile”: organismi che reagiscono, comunicano, si trasformano. Il riferimento al comportamento biologico non è casuale. L’intelligenza artificiale, in questo contesto, non imita la natura — la reinterpreta secondo logiche proprie, producendo qualcosa che non sarebbe mai potuto esistere senza di essa, ma che ne porta impressa la grammatica.
Accanto all’installazione, lo studio ha progettato Mnemo, un photo booth esperienziale che sposta la riflessione sul rapporto uomo-macchina su un piano più ludico e diretto. Ispirato all’estetica delle cabine fotografiche coreane, il dispositivo accompagna il visitatore in un breve percorso di domande e stimoli visivi, per poi scattare una serie di fotografie stampate in formato strip. La palette cromatica generata dal sistema al termine dell’esperienza è un “ritratto emotivo” costruito dall’intelligenza artificiale sulla base delle interazioni avvenute: una traduzione cromatica dello stato percettivo del momento. Il design della cabina omaggia il futurismo Space Age degli anni Settanta, come a suggerire che la fascinazione per il futuro — e per i suoi rischi — non sia poi così recente.

Marimekko porta la Design Week sul Naviglio Pavese: fiori finlandesi in un’osteria con campo da bocce
Marimekko ha scelto l’Osteria Grand Hotel di Via Ascanio Sforza 75 — un locale sul Naviglio Pavese, nella Zona 5, attivo da circa trent’anni ma radicato in una storia molto più lunga. Conserva ancora i campi da bocce, il giardino interno e la terrazza da ballo. Si chiamava El Gandin: prima bocciofila con sala da ballo, poi pub con spettacoli di cabaret — sul palco, tra gli altri, Lella Costa, Claudio Bisio e Angela Finocchiaro. Un indirizzo lontano dai circuiti abituali del Fuorisalone.
La scelta non è una novità per il brand finlandese. Nel 2024 Marimekko aveva occupato il Bar Stoppani, in Via Antonio Stoppani 15, lasciando volutamente intatto il layout del locale per creare un contrasto tra il linguaggio del brand e l’estetica dei bar milanesi di quartiere. La direttrice creativa Rebekka Bay aveva spiegato la logica: “L’idea era trovare una vera istituzione milanese. Se non fosse stato questo il nostro intento, avremmo potuto prendere uno spazio vuoto.” Nel 2025 la rotta era cambiata — l’installazione era approdata al Teatro Litta, in Corso Magenta, in collaborazione con l’artista Laila Gohar. Quest’anno il brand torna alla formula del locale con una storia, con un’escalation: da bar di quartiere a osteria con giardino, gazebo e bocciofila.

Il progetto si chiama Osteria Fiori di Marimekko e ruota attorno al nuovo pattern Kukasta kukkaan della designer Erja Hirvi — fiori dipinti a mano il cui nome significa “di fiore in fiore”, riferimento al volo degli insetti impollinatori. Il disegno compare nelle installazioni tessili che occupano gli interni, in una serie di ceramiche in edizione limitata acquistabili in loco — piccoli piatti, tazze da espresso, piatti tridimensionali — e nel menù aperitivo firmato dallo chef Maud Saddok del ristorante helsinkiano Maukku, con bevande e bocconi ispirati cromaticamente alle stampe del brand.
Lo spazio che accoglie tutto questo è sul Naviglio Pavese, con campi da bocce, giardino e terrazza. In primavera il patio fiorisce sotto un tetto di glicine; si aggiunge il profumo del gelsomino del giardino, che entra anche nelle bevande del menù. I tornei di bocce si tengono ogni giorno. L’aperitivo è servito dalla mattina alla sera — sul patio, sotto i gazebo, nella terrazza vetrata, in giardino. Marimekko non trasforma lo spazio: lo usa come cornice, aggiungendo colore senza cancellare quello che c’era.
Agnese Torres, Matteo Mammoli


