Che cosa siamo diventati? Euphoria 3 – sesso, droga e fede

Nulla di nuovo, Euphoria sta lì, tra un pompino e una preghiera – nella confessione dopo aver sparato un colpo di pistola, nella fede ora alla droga ora al maschio che mi tormenta

Euphoria stagione 3: oltre gossip e cast drama, il passaggio all’età adulta

Dimentichiamo i pettegolezzi. Zendaya e Sidney Sweeney che forse non si parlano più e che non vogliono farsi vedere assieme un po’ per politica – l’eterna lotta tra democratici e repubblicani – un po’ per Tom Holland. Barbie Ferreira, assente in questa terza stagione, che prima sembra aver litigato con Levinson, poi dice di essersi allontanata dal set perché l’arco narrativo del suo personaggio non portava da nessuna parte. Mettiamo da parte il flop di The Idol. Leviamoci di dosso la morale cattolica. Ricordiamo gli assenti: il dolce e dannato Fezco-Angus Cloud, e il Cal di Eric Dane, manipolatore represso.
Ancora una volta, accendiamo la tv, il computer, lo smartphone. 

Ascoltiamo gli sproloqui di Rue (Zendaya), perdiamoci in quel suo sguardo sempre sghembo, languido e commosso. Tremiamo davanti al ghigno di Nate (Jacob Elordi), al suo incedere, ai suoi silenzi. Inciampiamo nell’amore disperato di Cassie (Sidney Sweeney). Rimaniamo ammaliati dal fascino di Maddy (Alexa Demie). Facciamo sempre il tifo per Lexi (Maude Apatow). 

Per un momento, un attimo soltanto, siamo stati tutti loro: la sbagliata, il bullo, l’incompresa, la bella, il diverso, la secchiona, lo sfigato. E nonostante la maturità, gli studi, il lavoro, l’analisi, le relazioni a lungo termine, le tasse, la casa, una gravidanza improvvisa, la morte, quel che siamo stati ce lo portiamo addosso. Cambiamo sempre, per non cambiare mai. Proprio come Rue, Nate, Cassie, Maddy e Lexy che troviamo cinque anni dopo la fine della scuola superiore, sulla soglia della vita adulta. 

Alziamo il volume, seguiamoli. 

Euphoria 3 divide critica e pubblico

Per il Guardian è sporca e disperata. Per Variety, una fan fiction divertente e sconclusionata. Tra gli spettatori, c’è chi dice che ormai è morta, rovinata, distrutta. Su Rotten Tomatoes questa terza stagione non ha raggiunto nemmeno il 50% di gradimento, sia per la critica che per gli spettatori. C’è chi si lamenta per la mancanza di trama, chi la trova bella senz’anima, chi ne contesta la volgarità, la violenza, i risvolti assurdi che strizzano l’occhio al pulp, il grottesco, la black comedy, persino il western. 

Euphoria si muove nell’eccesso, nello sbando. Aspira all’assoluto che governa le vite di chi la abita. Era e resta frenetica, scorretta, acida. Accelera là dove dovrebbe tirare il freno a mano. E si arresta quando vorresti vederla prendere il volo. Urla quando dovrebbe abbassare la voce e tace nel momento in cui vorresti sbraitasse. Parla per estremi, e quel che dice tra glitter e oppiacei è una risposta spietata, sgrammaticata, dolce e incredibilmente sincera, alla domanda più crudele di sempre. Come diventiamo grandi?

Dalla provincia al traffico di droga: deriva narrativa ed eccesso

La seconda stagione si era chiusa nel modo più americano di sempre. In un montaggio serratissimo assistevamo in contemporanea a uno spettacolo di fine anno e una sparatoria. Da un lato la scuola superiore, teatro d’ogni dramma adolescenziale, dall’altro una bettola di periferia.  Ora. La scuola è un ritorno lontano, e dai sobborghi di provincia ci si è spostati tra il Messico e Hollywood.

Dietro la macchina da presa, il solito Sam Levinson – con controversie allegate. Alla fotografia Marcell Rév, che ha girato questa stagione in 35mm e 65mm. Da quel che si vede nel primo episodio, i campi sono larghi, il fiato epico (anche grazie alla colonna sonora di Hans Zimmer), la grana spessa, i colori accesi. Lontani i toni spenti, i filtri grigiastri che sembrano aver sbiadito le opere recenti. Il ritmo è frenetico, sincopato. La storia si apre con un’automobile sospesa sul muro che divide gli Stati Uniti dal Messico. 

È tutto bellissimo e insensato. Un po’ come la vita, sicuramente come l’amore. Ritorviamo Rue ora alle prese con un carico di droga che deve portare oltre confine. Fa la trafficante per compensare il debito contratto con la spacciatrice Laurie (Martha Kelly). Zendaya è bravissima nel darle il giusto tono sommesso, il passo sgraziato, quel broncio gentile che la fa sembrare sempre bambina.

Suora o pornostar? Fede e sesso in Euphoria stagione 3

Facciamo un passo indietro per dire un paio di cose. Intanto, il casting. La serie è uscita nel 2019. Al tempo nessuno degli attori principali aveva grandi lavori alle spalle. Oggi, le riprese della terza stagione sono state rimandate più volte per far fronte ai continui impegni dei suoi protagonisti. Lode a Jennifer Venditti, casting director della serie, abile nell’affiancare a noti professionisti, nuovi talenti che hanno saputo poi imporsi nello star business contemporaneo. (Venditti ha scoperto Hunter Schafer, ha lavorato con Andrea Arnold, Ryan Gosling e i fratelli Safdie, ricevendo una nomination agli Oscar 2026 per il miglior casting per Marty Supreme). E non c’è Dune, Challengers o Frankestein che regga, Zendaya e Jacob Elordi danno ancora il meglio di sé nei panni di Rue e Nate.

Poi, la fede. O meglio, la redenzione. Insieme al sesso, punto cardine di questa terza stagione. Chiaro fin dalla locandina che presenta sulla destra un’insegna luminosa che recita “JESUS SAVES” e sulla sinistra quella di un locale di spogliarelliste.  Nulla di nuovo. Euphoria sta lì. Tra un pompino e una preghiera. Nella confessione estrema dopo aver sparato un colpo di pistola. Nella fede cieca e assoluta, ora alla droga, al corpo che mi vuole, al maschio che mi tormenta, ora a chi mi può salvare – che si trovi in terra o in cielo. 

Ricordiamo il quarto episodio della seconda stagione, quando Rue, in preda a una violenta crisi d’astinenza, sulle note di Labrinth, ha una visione allucinatoria in cui entra in una chiesa dove si ricongiunge con il padre morto, ritrovando la pace. 

Allora l’incipit di questa storia non è solo bellissimo e insensato. È una dichiarazione poetica: l’auto è in bilico tra l’adolescenza e l’età adulta, tra la fede e la perdizione. Che si può fare? Lasciarla lì, proseguire a piedi. Incontrare una famiglia numerosissima e religiosissima, sperare ancora e di nuovo che Dio possa perdonarci, salvarci, elevarci. Parlarne con il proprio sponsor (il sempre eccezionale Colman Domingo). E poi, al primo night club, chiedere a un malvivente di entrare in affari con lui nel suo mercato di donne. Perché finché si è giovani, tutto è possibile.

Dove sono finiti: sesso, denaro e identità in Euphoria 3

Un breve accenno a cosa n’è stato degli altri.  Nate e Cassie sono a un passo dal matrimonio. Vivono nei sobborghi. Donna di servizio, auto elettrica, piscina. Lui cerca di costruire case di riposo per baby boomer nel sud della California, ma gli affari sembrano non andare come previsto. Lei vuole il matrimonio dei sogni e si è iscritta a OnlyFans per finanziarlo. Belli e tragici, intrappolati nel personaggio che il mondo ha cucito loro addosso. La bella e il bullo che chissà se troveranno mai il coraggio di diventare quel che davvero sono.

Lexi e Maddy lavorano entrambe a Hollywood, la prima come assistente della produttrice Sharon Stone (tra le new entry di questa nuova stagione insieme alla cantante Rosalia, Natasha Lyonne e Adewale Akinnuoye-Agbaje), l’altra come talent manager, ma troppo poco è stato visto. Ancora meno sappiamo della Jules di Hunter Schafer, assente in questo primo episodio. Apprendiamo soltanto che fa l’artista e ha uno sugar daddy. 

Flop o spettacolo? Moda, violenza e culto dell’eccesso

Forse è vero, sarà un flop. Forse è vero, non ha più nulla da dire, non porterà da nessuna parte, ed è sporca, volgare, inutilmente eccessiva. C’è persino chi l’ha attaccata perché il guardaroba dei suoi protagonisti è troppo cool: Nate in camicie Bottega Veneta, Rue in felpe Saint Angel.  Ancora una volta, ricordiamoci che tutto è finto e non può essere altrimenti. La fiaba vive nell’eccesso, per rivelarci il bene e il male, e farci notare che spesso sono incagliati l’uno nell’altro.  

A Euphoria non va chiesta né una presa documentaristica, né un portamento composto. Va lasciata libera di sgomitare, prendersi tutto e aspirare all’incendio. Il trucco regge finché crediamo all’incanto. Sta lì il potere del cinema, della televisione, di ogni storia che ci viene raccontata. Basta chiudere gli occhi e abbandonare il giudizio per ritrovarsi in vite che non sono la nostra, negli estremi, nei deliri. Per riuscire ad accettare che diventare grandi fa un po’ schifo, non rimangono che pezzi sparsi di desideri interrotti, sogni infranti, amori perduti. Anche per scoprire che forse è possibile pure crescere senza diventare grandi mai. 

Nicolò Bellon