
Grand Tour e la filiera della formazione: come la moda italiana prova a salvare i mestieri
La moda italiana ha un problema che le sfilate non risolvono: sta esaurendo le mani capaci di realizzare quello che i direttori creativi immaginano. Il documentario di CNMI costruisce una geografia della formazione delle maison
Il titolo è Grand Tour. Viaggio attraverso le Accademie delle Arti e dei Mestieri. Camera Nazionale della Moda Italiana lo presenta in occasione della Giornata nazionale del Made in Italy 2026, il 15 aprile, istituita per promuovere creatività, manifattura e professioni artigianali legate alle eccellenze produttive del Paese. Il documentario entra nelle scuole interne di Brioni, Brunello Cucinelli, Dolce&Gabbana, Fendi, Gruppo OTB, Kiton, Tod’s e Valentino, e le usa come mappa per raccontare un nodo strutturale: la trasmissione del sapere produttivo nel sistema moda. Non un dettaglio di comunicazione ma una questione industriale.
La formazione è diventata una priorità strategica, e il progetto si inserisce in un lavoro avviato almeno dal 2019, con il Tavolo Human Resources and Education. La moda italiana non ha solo bisogno di consumatori, export e sfilate; ha bisogno di sarti, modellisti, prototipisti, addetti alle macchine di confezione, specialisti di pelletteria, tecnici di industrializzazione. Senza questa base, il Made in Italy resta un marchio narrativo, non un sistema produttivo.
Crisi del lavoro nella moda italiana: mancano sarti, modellisti e tecnici specializzati
Mentre la moda italiana rallenta, continua a non trovare personale. Unioncamere segnala che, in Italia, nel 2026 le imprese faticano a coprire 46 posizioni su 100; nelle imprese artigiane la tensione è ancora più alta — nel 2025 la difficoltà di reperimento ha raggiunto il 59,7%. Per alcune figure della manifattura dell’abbigliamento i numeri sono più severi: Confartigianato registra una difficoltà dell’81,3% per gli operai addetti alle macchine da confezione, e del 59,5% per sarti, tagliatori artigianali, modellisti e cappellai.
Nel dossier Formazione professionale e lavoro 2025, Unioncamere e Ministero del Lavoro aggiungono un elemento: per l’indirizzo tessile e abbigliamento le imprese richiedono 27.950 qualificati e diplomati professionali; la scarsità di candidati, soprattutto in Toscana, Lombardia e Veneto, produce un tasso di difficoltà elevato. Il collo di bottiglia, quindi, non è solo quantitativo: è territoriale, tecnico, distributivo. I distretti dove la domanda si concentra coincidono con quelli dove il sapere manifatturiero pesa di più.
Il documentario di CNMI intercetta un problema reale. Le scuole interne non nascono solo per fare employer branding. Nascono perché il mercato del lavoro standard non produce abbastanza figure con competenze immediatamente spendibili in atelier, laboratori e sedi produttive. Il settore, di conseguenza, tende a formarsi da solo.
Formazione moda: il ritorno della bottega nelle aziende del Made in Italy
Il modello evocato da Grand Tour è la bottega industriale. Percorsi specializzati, svolti nelle sedi produttive, con l’apprendimento guidato direttamente dal personale interno. È il contrario della separazione tra aula e produzione. La formazione avviene dove si taglia, si cuce, si rimaglia, si sviluppa il prototipo, si corregge un cartamodello, si rifinisce una giacca, si testa una costruzione di borsa.
I programmi raccontati da CNMI mostrano varianti dello stesso impianto. Brioni ha riaperto nel 2024 la Scuola di Alta Sartoria Nazareno Fonticoli a Penne, con un percorso biennale da 1.300 ore annue fondato su apprendimento pratico e mentorship diretta. Brunello Cucinelli parla esplicitamente di “antiche botteghe” e struttura sei percorsi — dalla sartoria maschile al rammendo, fino alla maglieria e allo stiro — con borsa di studio mensile per gli studenti. Kiton, che ha fondato la sua scuola nel 2000, dichiara di aver formato oltre 200 giovani. Valentino limita l’accesso a sei studenti l’anno, per nove mesi, nell’Atelier d’Haute Couture di Piazza Mignanelli. La scala non è quella dell’università di massa. È quella dell’apprendistato intensivo.
Academy moda e inserimento lavorativo: perché la formazione interna non è un sistema chiuso
Formarsi in casa non equivale a chiudersi in un sistema proprietario senza ricadute esterne. In molti casi, queste strutture nascono per studenti provenienti dall’esterno e funzionano come ponte tra istruzione, selezione e inserimento. Il caso Fendi è indicativo: l’Istituto dei Mestieri di Eccellenza LVMH, nato in Italia nel 2017 in partnership con altre maison del gruppo e con Polimoda, prevede formazione teorica e pratica, incluse 400 ore di stage retribuito, con l’obiettivo esplicito di facilitare l’ingresso nel lavoro. OTB va oltre: oltre l’85% dei partecipanti alla Scuola dei Mestieri è oggi inserito nel gruppo.
Questo sposta il discorso da “heritage” a “pipeline”. Le scuole non servono soltanto a conservare una tradizione. Servono a costruire continuità occupazionale. In un comparto in cui molte lavorazioni dipendono da micro-imprese, laboratori esterni e subfornitura specializzata, la tenuta della filiera dipende anche da quante persone entrano davvero nei mestieri.
Made in Italy e filiera produttiva: il ruolo dei distretti nella moda italiana
Secondo Confindustria, il manifatturiero vale circa il 15% del PIL italiano e oltre il 60% della produzione complessiva; nello stesso tempo, proprio le filiere del Made in Italy più identitarie mostrano una crescita più contenuta. Nel rapporto Excelsior 2025-2029, la filiera moda è stimata con un’espansione limitata — al massimo 5.800 unità nello scenario positivo, con un possibile calo di 2.300 in quello negativo. Il fabbisogno quinquennale supera comunque le 37mila unità: turnover, sostituzioni e nuove competenze peseranno anche in una fase di crescita debole. Anche quando il settore non corre, deve comunque ricostituire forza lavoro.
Settore moda 2025: calo della produzione e carenza di competenze tecniche
Nel 2025 il quadro economico del comparto è stato fragile. I dati di Confindustria Moda indicano esportazioni del tessile-abbigliamento a 36,9 miliardi di euro, in flessione dell’1,6% sul 2024. Confartigianato segnala, nello stesso anno, una produzione in calo del 6,6%, export in diminuzione nei primi otto mesi, import in crescita e 1.035 cessazioni d’impresa nel secondo trimestre, di cui 843 artigiane — undici chiusure al giorno, nove delle quali artigiane. La pressione competitiva, soprattutto extra-UE, aumenta proprio mentre il sistema perde pezzi nella propria base produttiva.
Il nesso con la formazione si stringe. In una fase di domanda disomogenea, concorrenza aggressiva e consumatori più sensibili al prezzo, il vantaggio italiano non si gioca sul costo. Banca d’Italia, in un lavoro del 2025 sul settore moda, osserva che dopo il biennio di alta inflazione i consumatori sono diventati più attenti ai prezzi e più inclini al risparmio. Se il prezzo diventa terreno ostile, il valore deve spostarsi ancora di più su qualità, esecuzione, specializzazione, capacità di fare cose che altri sistemi non replicano con la stessa affidabilità. È lì che il mestiere torna centrale.
Mestieri della moda: quali competenze servono oggi tra sartoria, pelletteria e sviluppo prodotto
Brioni, Kiton e Valentino presidiano la sartoria e l’alta moda. Fendi la pelletteria di alta qualità. Tod’s lavora su progettazione, prototipazione e realizzazione del prodotto, integrando competenze artigianali e tecnologico-digitali. OTB insiste su prototipia, stile, sviluppo prodotto, modelleria e industrializzazione. Dolce&Gabbana, con le Botteghe di Mestiere attive dal 2012, parte dalla confezione artigianale e dal 2024 apre anche a oreficeria e orologeria. Cucinelli include rimaglio, rammendo e stiro: lavorazioni spesso relegate ai margini del racconto di moda, ma decisive nella qualità finale.
La moda narrata dal marketing tende a concentrarsi su direttori creativi, passerelle, campagne e celebrity system. La moda narrata dalla produzione mostra un’altra gerarchia: mani, tempi, errori, rifacimenti, passaggi intermedi, disciplina del processo. Grand Tour sembra voler correggere questa asimmetria.

