
Tod’s, il traforo – dalla suola del Gommino ai trench
Matteo Tamburini sfila al PAC di Ignazio Gardella e porta sui capi la lavorazione che ha costruito la scarpa. Dietro, un distretto marchigiano, una scuola di mestieri e un edificio ricostruito due volte
Matteo Tamburini, direttore creativo dal dicembre 2023, ha costruito la stagione sul traforo. I trench arrivano in pelle traforata, e i fori tolgono peso al materiale. Il Gommino torna con perforazioni e dettagli metallici. La lavorazione che ha dato alla casa la sua suola passa così sui capi.
Tamburini colloca la collezione negli anni Novanta, il decennio della propria formazione. I riferimenti sono ritratti di Uma Thurman, Sade, Isabella Rossellini e Diana Spencer. Il designer definisce il risultato “ciò che rende noi stessi” e spiega la scelta con la circolazione delle immagini: in quegli anni musica, cinema e riviste portavano lo stile italiano nel mondo, e il pubblico lo assorbiva prima di vederlo da vicino.
I capi seguono questa lettura. Abiti e gonne in seta foulard cadono con tagli asimmetrici. I chiodi sono in vitello. I trench compaiono in pelle traforata, in nappa e in windsilk, un incontro fra nylon tecnico e seta. Una gonna a tubo porta un rettangolo di pelle staccabile, fissato solo ai lati, che si muove come uno schermo davanti al corpo. Le borse mantengono una struttura definita, mentre i dettagli in gomma traforata tornano su capispalla e accessori. Chiude un ibrido fra sneaker e ballerina.
Chi è Matteo Tamburini, direttore creativo di Tod’s
Il designer viene dallo stesso territorio delle fabbriche. Nato nel 1982 a Urbino e cresciuto a Pesaro, Tamburini ha imparato il mestiere nell’atelier di costumi teatrali dei genitori, prima del liceo artistico e degli studi di moda. Ha lavorato con Marco Zanini da Rochas e da Schiaparelli, poi da Emilio Pucci. Da Bottega Veneta ha guidato il design di pelletteria, capispalla e tailoring sotto tre direttori creativi diversi: Tomas Maier, Daniel Lee e Matthieu Blazy. Alla nomina, nel dicembre 2023, ha parlato di “un marchio legato alle mie origini”.
È un percorso costruito sugli accessori, e si vede nel metodo. Tamburini porta nel prêt-à-porter le competenze della pelletteria: taglio, assemblaggio, cucitura, finitura. Da qui la scelta di trattare la pelle come un tessuto, invece che come una corazza.

Pashmy, il progetto Tod’s sui pellami morbidi
La ricerca si apre con Pashmy, presentato nel gennaio 2025 con la collezione uomo autunno/inverno 2025-26. Il nome richiama la pashmina, e indica un lavoro sui pellami: camoscio e nappa leggerissima, trattati per morbidezza. “Volevamo lavorare sulla materia e sul tatto, per un’esperienza quasi sensoriale,” ha dichiarato Tamburini all’ANSA, citando Gio Ponti e Vico Magistretti fra i riferimenti. La collezione comprendeva bomber, camicie-giacca e il Winter Gommino in tre versioni, in una gamma dal sabbia al tabacco.
Nella stessa occasione Diego Della Valle ha fissato la posizione dell’azienda: “Dobbiamo ricordarci che siamo umani e che l’artigianato è la spina dorsale del Paese.” La frase arriva in un contesto di automazione crescente. A giugno, a Villa Necchi Campiglio, la collezione uomo PE 2027 ha esteso Pashmy a un bomber, una giacca e una camicia.
Intarsio, traforo, cucitura a vista, selleria: le quattro tecniche Tod’s
Anche le collezioni donna procedono su questa linea. Nella PE 2026 le righe nascevano da applicazioni di pelle su cotone, i capispalla si indossavano al rovescio per mostrare le cuciture, il motivo di alcuni top veniva dal Gommino traforato, attraversato da fili di lino. Per l’AI 2026-27 il marchio ha portato gli artigiani al lavoro dentro la sfilata, accanto a professionisti di cammei, ventagli, oreficeria e corallo, mentre i capi mostravano impunture selleria e finiture manuali.
Quattro operazioni ricorrono nel vocabolario della casa. L’intarsio assembla porzioni di materiali diversi e costruisce superfici. Il traforo sottrae materia alla pelle e la alleggerisce. La cucitura a vista lascia leggibile sul capo il gesto che lo ha chiuso. La selleria richiama il repertorio della pelletteria da sella. Sono tecniche che il marchio espone come argomento di stagione.

Il Gommino Tod’s e i 133 elementi in gomma: dentro lo stabilimento Brancadoro
Dietro i capi c’è un sistema produttivo nelle Marche. Il Gommino nasce alla fine degli anni Settanta, e il modello storico porta 133 elementi di gomma sulla suola. Nello stabilimento Brancadoro, Antonio Ripani controlla i pellami valutando elasticità, superficie e uniformità di spessore prima del taglio. Modellazione e prototipazione combinano operazioni manuali e strumenti digitali.
La Bottega dei Mestieri Tod’s a Sant’Elpidio a Mare: come si trasmette il mestiere
Il gruppo gestisce anche una scuola. La Bottega dei Mestieri nasce nel 2012 a Sant’Elpidio a Mare, in provincia di Fermo, e forma su calzatura, pelletteria e sartoria. I cicli durano sei mesi e accolgono un numero ristretto di allievi, con lezioni teoriche e pratica affidate agli artigiani interni. Le competenze coperte sono montaggio, orlatura, taglio e finissaggio, e i profili formati confluiscono nei marchi del gruppo: Tod’s, Hogan, Fay e Roger Vivier. In un annuncio del 20 settembre l’azienda ha indicato quattordici anni di attività e ha esteso il programma agli stabilimenti di Arquata del Tronto e Comunanza. L’annuncio lascia fuori il numero degli allievi assunti e i reparti in cui sono entrati.
Il PAC di Ignazio Gardella, sede della sfilata: pianta trapezoidale, ferro e luce
La sede della sfilata ha una storia di ricostruzione. Nel 1947 il Comune di Milano destina l’area delle scuderie di Villa Reale, distrutte dai bombardamenti del 1943, alle collezioni d’arte del Novecento. Nel marzo 1948 sceglie il progetto di Ignazio Gardella, che lavora con il museografo Costantino Baroni. Il cantiere va dal 1951 al 1954, e Gardella conserva un muro perimetrale delle scuderie.
La pianta è trapezoidale, adattata a un lotto irregolare, e distribuisce tre livelli con funzioni diverse. In basso la scultura, con una grande vetrata sul giardino della Villa Reale. Al livello intermedio la pittura, illuminata dall’alto dai lucernari. Sopra, una galleria per disegni, stampe e oggetti, con luce artificiale. La struttura è in ferro, con capriate; verso il parco corre un rivestimento in ceramiche smaltate color prugna, verso la strada un intonaco civile. I serramenti sono in ferro, con serrande verticali a contrappeso per regolare la luce.
Il 27 luglio 1993 un’autobomba mafiosa in via Palestro distrugge l’edificio e uccide cinque persone. Gardella lo ricostruisce con il figlio Jacopo, e il padiglione riapre nel luglio 1996 con una mostra dedicata a Leo Castelli. L’impianto resta quello originale, mentre gli aggiornamenti tecnici comportano una perdita: i lucernari storici vengono rimossi per fare posto alla climatizzazione. L’edificio ha conservato il disegno e ha cambiato il modo di ricevere la luce. Quest’estate, dal 3 luglio al 13 settembre, il PAC ha dedicato una mostra a questa vicenda, trent’anni dopo la riapertura.
Tamburini era già partito da qui. Nel marzo 2025 ha raccontato di aver costruito la collezione AI 2025-26 a partire dal PAC: dalla sua distruzione, dalla sua ricostruzione e dal rapporto fra eredità e trasformazione.
Editorial Team






