
Claudio Calò: Milano, la moda, essere scrittore
Ha studiato lettere, lavorato nella moda e lasciato Milano per tornarci. Poi ha scritto un libro in cui il Fashion System è il fondale di qualcosa di più sporco: frustrazione, controllo, cinismo, desiderio e amore
«Nella mia testa ero scrittore da sempre, rimaneva solo da risolvere questa scocciatura di scriverlo, un libro». A parlare è Tobia Tillerman, protagonista dell’omonimo primo romanzo di Claudio Calò. In parte, parla Calò stesso. Come il suo Tobia Tillerman, Calò ha sempre saputo di voler fare lo scrittore. Lo ha detto per la prima volta ad alta voce a quindici anni, poi l’ha accantonato: per un lungo periodo della sua vita sostiene di essere stato più coraggioso che ambizioso. Voleva fare carriera, assumere una dimensione internazionale, esplorare la moda. Ha studiato lettere, poi un master in marketing, poi il largo consumo e infine l’Industry. Poi ha riavvolto il nastro: ha abbandonato la moda professionale ed è tornato a Milano, prima con Armani, poi con una casa editrice. Partenze e ritorni che ha pennellato come un fondale per il suo primo romanzo.
«Dopo aver attraversato tutta la parte ambiziosa della vita, mi sono fatto coraggio. È seguito un lungo processo di riavvicinamento alle lettere a Milano attraversato dalla moda».
Milano, undici anni di assenza e un ritorno a trentacinque
L’autore ha con Milano, la città che nel 1975 gli ha dato i natali, un passato di partenze e un passato recente di ritorni. Nato e cresciuto nel capoluogo lombardo, ha sentito la necessità di liberarsene. «Mi stava stretta, mi stava piccola, mi stava molto italiana». In seguito ha vissuto a Roma, poi ha sentito il bisogno di sentir parlare altre lingue, vedere altri volti, farsi dire cose che non aveva mai sentito.
«Allora mi era già abbastanza chiaro che la moda fosse un linguaggio, e quindi un mestiere per me interessante. Dico apposta linguaggio perché, al di là della fascinazione della moda come prodotto, una costante dei miei lavori — moda e no, Milano e no — è che sono sempre legati a una maniera di gestire un linguaggio che dice qualcosa di vero su di noi, su come stiamo al mondo».
«Comunicazione e marketing della moda» è una dicitura che si accoppia di rigore con «Milano». Quando lo si fa notare a Calò — l’accoppiata è presente nella sua biografia nativa e professionale — rimane stupito. Non ci aveva mai pensato.
«Io da Milano me ne sono andato, e così come me ne sono andato, dopo undici anni ho sentito l’esigenza di tornarci. È come se l’avessi abbandonata nel momento della scoperta e mi ci fossi riconciliato nel momento della maturità. Non so se l’ho raggiunta. Avevo trentacinque anni».
McQueen, Voss e lo specchio davanti al pubblico: la semiotica di una sfilata
Prima di Tobia Tillerman Fuori Stagione, Calò ha pubblicato per Einaudi il saggio La sfilata di moda come opera d’arte. L’editore chiedeva uno sguardo da semiologo. La sfilata è il precipitato di business, creatività e idee che si esaurisce in dieci minuti: dieci milioni di dollari nel tempo di due canzoni.
«Cosa identifica secondo me una sfilata ben riuscita? Quando McQueen mette uno specchio davanti agli spettatori e riproduce una casa di cura per malati mentali, lasciando il pubblico a guardare sé stesso prima che si sfondi la quarta parete, con alla fine l’esplosione di un quadro simboleggiante la pazzia — ecco, ci sta dicendo qualcosa della moda e anche qualcosa della nostra maniera di stare al mondo. Della nostra maniera di guardarci. Per me è il massimo che si possa fare con lo strumento della sfilata. McQueen diceva di preferire che la gente, uscita dalle sue sfilate, vomitasse. La nausea, il vomito, dicono tanto su McQueen quanto sul pubblico».
Voss, il titolo di quella collezione, faceva riferimento all’omonimo villaggio norvegese noto per la sua vegetazione. Sulle fondamenta di un luogo reale lo stilista aveva eretto un universo parallelo fatto di abiti-piuma, abiti-conchiglia e fasciature post-operatorie disegnate a mo’ di copricapo. Sul finale la teca si apriva, rivelando una citazione diretta da Sanitarium di Joel-Peter Witkin (1983): la scrittrice Michelle Olley, con una maschera respiratoria, circondata da falene vive. It’s Only a Game, avrebbe rassicurato McQueen con il titolo della sfilata successiva.
Solo un gioco, dunque, e a che prezzo. L’11 febbraio 2010 i domestici entrarono come di consueto nella casa di Green Street, a Londra, e trovarono il designer morto. Gli show, «quei trenta minuti dove faccio quello che mi pare», non erano bastati a una vita intera. Quel cubo nero specchiato citato da Calò, su cui si riflettevano le immagini del Fashion System presente in sala sotto il bum-bum di un battito cardiaco accelerato, era un’opera d’arte.
L’esergo di Colum McCann: parte del romanzo era autobiografica
L’esergo di Tobia Tillerman Fuori Stagione è una citazione di Colum McCann: «Parte del romanzo era autobiografica, ma gli elementi di finzione erano più veri». Prosegue: «Tutta la verità, mi diceva mio padre, ma nessuna onestà».
«La scelta è stata dettata da due livelli. Il primo è di contro-provocazione: un romanzo in prima persona, incentrato su una persona che lavora nella moda, graficamente riconducibile alla mia storia e alla mia età, avrebbe suscitato la domanda legittima. Sei tu? Poi però, ecco il secondo livello, più che i fatti ho trasferito ai personaggi le mie ossessioni, l’atmosfera, le posture psicologiche. Ho provato a dare dei profili che ho conosciuto e attraversato. Nessuno corrisponde interamente a nessuno. Le cose più vere scaturiscono dall’invenzione, e l’invenzione è più riuscita nel momento in cui le basi di realtà sono precise. Non è mai una trascrizione letterale, ma una resa di uno stato d’animo dipinto su un fondale, così che mettendoci sopra il personaggio questo sbalzi fuori dalla superficie di carta».
Hanya Yanagihara, mentore e amica: «ribelle, pronto a infrangere le vecchie regole»
Hanya Yanagihara, la scrittrice statunitense di Il popolo degli alberi e Una vita come tante, è citata nel retro di copertina del romanzo, dove definisce Calò «ribelle, pronto a infrangere le vecchie regole per creare un linguaggio e una narrazione interamente suoi». Calò può chiamarla un’amica, oltre che mentore.
«Mi sono rivolto a lei nel momento in cui mi sembrava che la mia penna virasse verso l’inglese: io leggo molti più autori inglesi e americani che italiani. Mi sembrava che la penna stesse diventando questa cosa ibrida non troppo centrata, e Hanya mi ha ricentrato sulla necessità e verità di questo. La reazione alla sua descrizione di un me ribelle è stata di lusinga. Mi ha commosso. Ma anche spavento. Mi ha investito di una responsabilità che a quel punto diventava concreta: adesso mi toccava essere davvero ribelle. Ma poi io lo avrò inventato questo linguaggio tutto mio? Credo che in quel “ribelle” ci fosse anche la capacità di gestire un romanzo bilingue».
Tobia Tillerman è imprescindibile dalla sua voce scissa, bilingue, dal suo continuo oscillare tra una cosa e l’altra per stare poi nel mezzo. Fuori stagione.

Tea for the Tillerman: un nome inventato trent’anni prima della storia
«Il nome Tobia Tillerman è nato trent’anni fa. Dopo aver deciso che sarei diventato scrittore ho anche deciso che il mio personaggio avrebbe avuto questo nome e cognome. Per partito preso. Non avevo idea di cosa facesse e cosa avrebbe dovuto dire, e così è stato per i successivi trent’anni. Ci ho messo un po’ a riempirlo. Tillerman viene dal quarto album di Cat Stevens, Tea for the Tillerman*. Non c’è una ragione profonda se non che ascoltandolo mi piaceva l’allitterazione della T. Non ha mai smesso di piacermi».*
«Avevo un nome ma non una storia. Ho sempre buttato giù delle mezze idee, finché nove anni fa non ho iniziato con dei racconti brevi. Nuclei scritti in maniera indipendente che, aggiunta dopo aggiunta, mi rendevo conto essere accomunati dalla stessa voce. Così ho messo tutto insieme, sotto la voce di tale Tobia Tillerman, metà italiano e metà inglese, sempre al guado tra decisioni della vita. Affezionatomi al personaggio, gli ho dato un po’ delle mie cose: il mio lavoro, la mia ossessione per il controllo, la precisione con cui gestisco le emozioni. Ci sono condensati di me anche nei personaggi minori, macchiettistici perché emergano per contrasto le assurdità di quel mondo che ho volutamente esagerato».
«Io non volevo dire qualcosa sulla moda, ma usare la moda come fondale in quanto teatro di episodi estremi. Mi faceva gioco per parlare di frustrazione, cinismo. È stata una fonte inesauribile di scene proprio perché è un ambito ricco».
Il cuore del romanzo: la conversazione finale, e un sospiro
Come ne esce il personaggio? Rientra, nella stagione? «Non lo so. Il finale non è stato il finale fino a tempi recentissimi, quando cercavo una maniera di terminarlo. Il cuore è nella conversazione finale tra Tobia e Cass, che però non chiude questo viatico. Il precipitato di tutte le esperienze in cui si incaglia, con cui si scontra, con cui si misura, le sofferenze, le gioie, è l’ultima parola del romanzo — il sospiro — che è anche la chiusa della poesia declamata sulla spiaggia nel capitolo di Tulum. È la fine ma anche il cuore. È il movimento di presa di coscienza del lasciare andare, che è anche il motore di tutto quello che con un po’ di buona fortuna riusciamo a fare in questa vita».
Horny for culture: cosa ancora entusiasma
«Forse sono modi di dire che appartengono a tutte le epoche: la scrittura è morta, il teatro è morto, è tutto terribile, l’intelligenza artificiale ci seppellirà tutti, la moda è rimorta almeno dieci volte negli ultimi sei mesi. È una disfatta. La cultura nel senso più largo possibile, che è quella che piace a me — la letteratura, il cinema, che è diventato televisione, che è ri-diventato cinema, la moda — ancora mi entusiasma. Consumare storie, assistere a storie, trovare nuove maniere di raccontarle. Quando trovo qualcuno che, con qualsiasi mezzo sia — può pure essere una maniera di fare i caroselli su Instagram, sono piuttosto agnostico da questo punto di vista — mi dice qualcosa di vero, di me, di come si sta al mondo, che non avevo pensato in quella maniera, io sono golosissimo. Ieri sera, per esempio, ho riguardato Fleabag per la quarta volta».
Claudio Calò
Nato a Milano nel 1975. Si è occupato di comunicazione e marketing della moda con incarichi presso Ralph Lauren ed Emilio Pucci, per poi assumere la direzione globale della comunicazione di Giorgio Armani. Oggi è direttore marketing del Gruppo Feltrinelli. Ha collaborato con Lampoon e Vogue Italia e nel 2022 ha pubblicato per Einaudi il saggio La sfilata di moda come opera d’arte. Tobia Tillerman Fuori Stagione è il suo primo romanzo.
Stella Manferdini
