
Homo Faber: rispetto e attenzione: il messaggio che diffonde offre valore civile
A Venezia, sull’isola di San Giorgio, Homo Faber 2026: la fantasia è quella confusione che somiglia al cielo, ma una cornucopia può offrire fiori e insalata
Tra interazioni digitali tramite QR code, inviti a brevi corsi con gli artigiani in mostra, forse un parco giochi per l’intrattenimento dei bambini – ed è cosa buona, i bambini vanno coinvolti subito. Il lavoro manuale, l’abilità pratica la fantasia compongano subito i sogni dei bambini: quelle memorie dell’infanzia che ritornano tra nostalgia e calore. La fantasia è quella confusione che somiglia al cielo – i bambini visitano Homo Faber.
La piscina Gandini è il secondo edificio percorrendo la traccia espositiva di Homo Faber. Una struttura in cemento armato, costruita agli inizi degli anni Sessanta. Le vetrate in serramenti ferrofinestre sono oscurate per poter gestire la luce. Una scelta di anfore – le anfore sono disposte lungo il perimetro della piscina. Una copia di ognuna di queste anfore su un disco che si muove: fuori esce dall’acqua al centro della vasca come un sole all’alba e subito al tramonto. Questo è uno dei due elementi scenografici che vogliono caratterizzare l’edizione di Homo Faber 2026 – il secondo elemento è un disco in metallo al centro del primo chiostro del complesso di San Giorgio. Restiamo in piscina: la voce fuori campo, forse è un canto, parla di una cornucopia.
La Cornucopia
Cornucopia, elemento del mito: il letto di una valle, il corno della capra che nutrì Zeus nella sua infanzia a Creta. Il corno è riempito di fiori e frutta ed è simbolo d’abbondanza. Lungo il perimetro della piscina Gandini, le anfore: alcune sono razionali, semplici nel loro elemento – ceramica, vetro – altre sono decorate come fossero cornucopie, con ogni crocchio che Zeus scaricò sulla spiaggia di Delos. Qui subito, il nocciolo dell’argomento su Homo Faber: il decoro. La collezione dei pezzi manca di un’identità e di un riferimento costante – in altre parole si rischia un piatto di insalata di fiori frutti e altre meraviglie, nella cornucopia.

Homo Faber, un messaggio civile
Una mostra come Homo Faber è oggetto di rispetto e attenzione: il messaggio che diffonde offre valore civile: il lavoro di individui che nella loro crescita hanno voluto e saputo specializzarsi in tecnica manuale – mentre l’impegno di quanti altri opera su interfacce digitali e rischia di essere dismesso dalla loro stessa evoluzione tecnologica. L’opera manuale, prodotta dall’uomo e non dalla macchina, con le imperfezioni che costruiscono bellezza, continuerà a muovere il desiderio di possesso, e quindi il potere di acquisto.
L’intagliatrice lavora al suo tavolo – in una teca si comprende la finezza della sua mano – ma perché i suoi riferimenti estetici e culturali sono così distonici rispetto alla sua capacità? Perché osservando il suo lavoro può balenare la vaga visione di un gioiellino di Swarovski invece che una grafica di Portaluppi? Il percorso di Homo Faber somiglia a un’altalena: incontri oggetti per i quali pagheresti le moltiplicabili e prevedibili migliaia di euro, per poi domandarti come sia possibile che Instagram abbia davvero lobotomizzato così tanti neuroni. Rapportandosi alla stessa città di Venezia, perché una mostra all’isola di San Giorgio non può richiamare l’estetica del negozio di Carlo Scarpa in piazza San Marco piuttosto che l’offerta di souvenir nei baracchini di Strada Nova, intorno alla stazione ferroviaria.
Homo Faber, una narrativa coerente, gli artigiani per tradizione ed evoluzione
Qualcuno può ribattere che la mostra Homo Faber vuole rivolgersi a un pubblico ampio, accogliere migliaia di persone con sensibilità, gusti e comprensioni diverse e che quindi la varietà dell’offerta visiva di questa mostra deve poter accontentare tutti. In questo caso, non si tratterebbe di una mostra, ma del mercato rionale dove bisogna vender tutto prima di mezzogiorno. Una mostra si deve definire tale se riesce a creare una narrativa coerente alla consistenza intellettuale della mente che questa mostra la progetta. Oggi, nel mondo degli algoritmi, la precisione di un’identità, è la matrice di una qualità culturale: questo significa, in parole povere: ognuno di noi può produrre, presentare, raccontare quello che vuole, ma prima ci vuole concentrazione.
Gli artigiani in mostra sono selezionati alla fine di uno studio che procede da anni – per ogni edizione, questa stessa selezione si affina su un tema variabile e si interconnette con un tema di scenografia e allestimento affidato a un artista –Luca Guadagnino (2024), Es Devlin questo anno.
Gli artigiani lavorano su pezzi limitati, se non unici. La questione degli scarti, per una gestione artigianale, non è una problematica industriale. Leggendo le tradizioni storiche, si trovano elementi – pigmenti, collanti – che oggi appaiono tossici. Homo Faber potrebbe presentarsi come campo di sperimentazione: in esempio: i colori intensi del vetro erano storicamente possibili utilizzando arsenico; alcune lucidature si raggiungevano solo con il piombo; oggi queste intensità storiche non sono più fattibili. Homo Faber potrebbe essere il palco per la collaborazione con atenei universitari, enti di ricerca, per trovare nuovi processi e rendere nuovamente possibili quelle rifiniture. Homo Faber potrebbe invitare – e sostenere – gli artigiani in un nuovo lavoro senza utilizzo di plastiche, di fibre sintetiche, di poliuretani. Avvicinando gli artigiani a laboratori tecnologici che possano insieme trovare nuove tecniche per evolvere la loro fantasia.
Carlo Mazzoni







