
Una parete vegetale non basta: cosa distingue l’architettura biofilica dall’estetica del verde
AIB, BIOMA, GG-loop ed ecoLogicStudio lavorano su relazione, misurazione e organismi viventi, dai giardini di microalghe dell’Apoteca di Torino ai cinquecento appartamenti di Undaria a Tirana
Una parete vegetale, qualche pianta negli interni o l’impiego del legno non definiscono un’architettura biofilica. AIB, Associazione Italiana Biofilia, parte dalla relazione che lo spazio costruito permette di instaurare con la natura: «La biofilia non è un’estetica del verde, ma riguarda la qualità della relazione tra essere umano, natura e ambiente costruito».
Un progetto biofilico dovrebbe favorire «benessere, orientamento, calma, vitalità, attenzione e senso di connessione», rispondendo ai bisogni biologici, psicologici e percettivi delle persone. Le ricerche condotte negli anni hanno analizzato le associazioni tra esposizione ad ambienti naturali o progettati secondo principi biofilici e fattori quali stress, benessere soggettivo, concentrazione, soddisfazione e percezione degli spazi: «Uno studio di Roger Ulrich, pubblicato su Science nel 1984, ha mostrato come la vista su elementi naturali potesse influenzare il recupero post-operatorio. Le teorie del recupero dallo stress e della rigenerazione dell’attenzione hanno poi rafforzato l’idea che la natura abbia un ruolo nella rigenerazione psicofisica».
In Italia l’interesse cresce nell’hospitality, negli ambienti di lavoro, nel wellness, nell’interior design, nella rigenerazione urbana e negli spazi educativi e sanitari. Per AIB occorre ora passare «da una biofilia decorativa a una biofilia progettuale, scientificamente fondata e misurabile».


BIOMA: la biofilia comincia dall’esperienza delle persone nello spazio
BIOMA lavora sulla progettazione biofilica mettendo in relazione esperienza umana, ecologia, sistemi rigenerativi, identità del luogo e prestazioni dell’edificio. Il metodo parte dall’osservazione delle persone e del contesto: «Per BIOMA la natura entra nella prima domanda: quale relazione devono poter costruire, ogni giorno, le persone con il luogo e con il vivente?».
Lo studio distingue la presenza di elementi naturali dalla relazione che questi generano con chi abita lo spazio: «Una pianta può essere viva e non generare alcuna relazione; una carta da parati botanica può evocare la natura, ma non offre luce, aria, crescita, habitat o cura. Il punto non è la presenza della natura ma l’esperienza che lo spazio rende possibile. Uno spazio biofilico è quello che rende possibile una relazione con il vivente e la mantiene nel tempo».
Il processo parte dall’ascolto delle persone e dalla lettura del luogo. BIOMA studia luce, aria, acustica, temperatura, visuali, soglie, materiali, vegetazione e processi ecologici esistenti. A queste variabili si aggiungono preferenze, abitudini, sensibilità e possibili avversioni degli utenti.
Ogni decisione va collegata al problema affrontato, all’esperienza che intende sostenere, alle evidenze disponibili, ai rischi introdotti e alle necessità di manutenzione. Le scelte producono effetti differenti a seconda delle condizioni. Una parete vegetale aumenta il contatto con organismi viventi e richiede acqua e manutenzione, oltre a introdurre questioni legate all’umidità. Un’apertura ampia offre luce, paesaggio e profondità visiva, e va valutata rispetto ad abbagliamento, calore e privacy. Una strategia per incrementare la biodiversità deve tenere conto di allergie, sicurezza e modalità d’uso degli spazi.
BIOMA misura cosa accade dopo la consegna
La tenuta di un intervento biofilico si misura osservandone la durata e la capacità di adattarsi a ciò che accade una volta terminato il progetto. BIOMA concentra parte del proprio lavoro sull’osservazione degli ambienti durante l’uso: «Un progetto funziona se continua a sostenere persone e sistemi viventi nel tempo. È in quella distanza tra intenzione e vita quotidiana che cerchiamo la prova».
Nei progetti realizzati vengono raccolti riscontri qualitativi sulla calma percepita, sull’affaticamento, sulla concentrazione e sul modo in cui le persone utilizzano gli ambienti. Si misurano luce, aria, acustica e comfort; si osservano scelta, utilizzo e permanenza; si controllano crescita della vegetazione, manutenzione, consumi e problemi comparsi durante l’uso: «Una seduta prima evitata viene scelta, le pause si spostano verso la luce, una stanza nella quale si restava poco acquista permanenza».
Nella verifica entrano anche gli esiti negativi: «Una pianta che non sopravvive, uno spazio che viene evitato o una soluzione che richiede troppa manutenzione sono un insegnamento e possono essere corretti».
Il tempo diventa una variabile progettuale: «Un organismo cresce, un materiale cambia, un giardino attraversa stagioni, una comunità modifica il modo di usare uno spazio». Progettare con organismi viventi implica prevederne sviluppo, manutenzione e trasformazione, mentre gli utenti modificano nel tempo comportamenti ed esigenze.
GG-loop: progettazione parametrica e biofilia, la natura entra tra le variabili del progetto
Fondato da Giacomo Garziano ad Amsterdam nel 2014, GG-loop è uno studio di architettura e design che lavora su diverse scale: masterplan, edifici residenziali, culturali e commerciali, interni e arredi. La ricerca dello studio, che ha sedi anche a Milano e Ibiza, intreccia progettazione parametrica, sistemi BIM e design rigenerativo, e usa il calcolo per mettere in relazione le caratteristiche fisiche e ambientali di ogni sito.
Garziano descrive il progetto come un processo iterativo, da cui il loop nel nome dello studio: «Partiamo dal brief del cliente e costruiamo un sistema di domande. Attraverso l’intuizione arriva una prima risposta, che viene rimessa in discussione dalla domanda successiva e continua a modificarsi finché diventa coerente con tutte le condizioni del progetto. In questo processo considero anche la natura come uno stakeholder: il gesto progettuale deve rispondere al cliente e al budget, e alle condizioni del pianeta su cui interveniamo».
La progettazione parametrica traduce il procedimento in un modello nel quale le variabili possono essere aggiunte e confrontate. GG-loop calcola e simula radiazione solare, esposizione al vento, privacy, densità, distribuzione degli spazi comuni e connessioni verticali. Per uno stesso sito vengono prodotte configurazioni diverse, valutate rispetto alla circolazione, alla densità e alle condizioni ambientali: «Gli strumenti di progettazione parametrica ci consentono di aggiungere nuovi parametri e di calcolare molte soluzioni, selezionando quelle che rispondono meglio alle diverse condizioni. Entrano nel modello il numero massimo di piani, le dimensioni del lotto, l’esposizione solare, il vento e, quando necessario, il rischio sismico. Alla fine scegliamo alcune soluzioni e le valutiamo insieme al cliente».
Il modello prosegue fino alla definizione costruttiva ed economica dell’edificio, e comprende quantità dei materiali, componenti degli impianti, costi e impatto ambientale: «Se il processo viene impostato in maniera sistematica fin dall’inizio, alla fine possiamo conoscere l’impatto ecologico ed economico dell’edificio e ricavare informazioni precise, fino alle quantità dei singoli componenti o ai metri necessari per gli impianti. Questo permette di ottimizzare il processo e di mantenere sotto controllo gli aspetti finanziari, costruttivi e ambientali».

Undaria a Tirana: GG-loop parte dall’acqua per costruire forma, percorsi e paesaggio
Undaria mostra questa metodologia applicata a un complesso residenziale. Il progetto, avviato nel 2025 a Tirana, prevede cinquecento appartamenti e servizi su un lotto di undicimilaseicento metri quadrati, per una superficie costruita di circa cinquantamila metri quadrati distribuita su otto piani.
Il progetto parte dall’acqua e la sviluppa attraverso una ricerca sulla cimatica, disciplina che studia le configurazioni prodotte dalle vibrazioni nella materia. GG-loop usa questi pattern per generare geometrie applicabili alle superfici e allo spazio tridimensionale: «Abbiamo estratto una formula dall’espressione di una specifica frequenza sull’acqua, così da poterla applicare a qualsiasi superficie, anche in tridimensione. L’acqua diventa un filo conduttore e anche il percorso pedonale».
Il sistema collega edifici terrazzati, vegetazione e percorsi attraverso una successione di spazi aperti. Il mattone richiesto dal committente viene impiegato negli involucri e messo in relazione con il contesto costruttivo locale. L’acqua entra inoltre in una strategia di raffrescamento passivo, e i giardini si distribuiscono sui tetti e lungo le terrazze. La componente vegetale accompagna una struttura spaziale costruita attraverso topografia, orientamento, percorsi e rapporto tra edifici e spazi aperti.
Undaria prosegue una ricerca iniziata con progetti precedenti. Freebooter, completato ad Amsterdam nel 2019, è uno dei primi edifici attraverso i quali lo studio ha applicato in maniera estesa i propri principi biofilici. La ricerca Mitosis ha poi trasferito l’approccio a un sistema parametrico scalabile, destinato a insediamenti residenziali e mixed-use di dimensioni differenti.

Materie prime naturali e microalghe: ecoLogicStudio porta il vivente dentro l’Apoteca di Torino
Fondato a Londra da Claudia Pasquero e Marco Poletto, ecoLogicStudio è uno studio di architettura e design specializzato nell’integrazione tra sistemi biologici, progettazione computazionale e ambiente costruito. La ricerca indaga l’impiego di organismi viventi, dalle microalghe al micelio, come componenti attive dell’architettura. All’Apoteca del Design di Torino, negli ex Mulini Feyles, la sperimentazione viene applicata all’ambiente domestico attraverso un giardino di microalghe composto da fotobioreattori contenenti Spirulina e Chlorella.
Le microalghe assorbono CO₂, producono ossigeno e generano biomassa che viene raccolta: «Lavoriamo con la logica della rimetabolizzazione. L’aria inquinata entra nel sistema e ne esce purificata, mentre le microalghe crescono e vengono raccolte per essere riutilizzate». Circa centoquaranta grammi di alghe secche vengono raccolti ogni giorno e trovano applicazione in cucina, nella produzione di bioplastica o come fertilizzante.
I fotobioreattori sono installati su una struttura in betulla assemblata con giunti stampati in 3D e progettata per essere modificata: «Questo tipo di progettazione permette di testare nuove soluzioni e adattare lo spazio alle esigenze che emergono nel tempo. La casa diventa un ambiente che cresce e cambia con chi lo abita».
L’Apoteca mette in relazione biotecnologia e abitare quotidiano: «È un primo esempio di spazio biotecnologico che permette di sperimentare stili di vita sostenibili». I sistemi di monitoraggio raccolgono dati e li rendono leggibili agli abitanti, dalla qualità dell’aria alla luce naturale. L’architettura diventa un’interfaccia attraverso la quale osservare processi altrimenti invisibili: «Un habitat è un’interfaccia attiva tra la nostra vita e il mondo esterno».
Le materie prime entrano anche nella costruzione dello spazio. Negli ex Mulini Feyles sono state mantenute travi a vista e pareti grezze; abete e betulla sono affiancati da inox e policarbonato: «Abbiamo lasciato una certa ruvidità nei materiali, per preservare il carattere originario dello spazio e sottolineare la relazione tra architettura e biotecnologia. I materiali devono dialogare con il tempo e con l’ambiente, modificandosi, assorbendo luce e umidità, vivendo con noi».o dell’Apoteca è pensato per essere parte di un ecosistema più ampio, in cui non esistono rifiuti, ma solo materiali in transizione».

Economie circolari: ecoLogicStudio trasforma la biomassa prodotta dalla casa in nuovo materiale
All’Apoteca del Design i principi delle economie circolari entrano nel funzionamento della casa. La biomassa algale prodotta dai fotobioreattori viene utilizzata per realizzare bioplastica destinata alla stampa 3D di oggetti e arredi.
Il ciclo prosegue sul balcone, trasformato in un archivio botanico nel quale si coltivano piante medicinali anche attraverso fertilizzanti ottenuti dalle alghe: «Ogni elemento dell’Apoteca è pensato per essere parte di un ecosistema più ampio, in cui non esistono rifiuti, ma solo materiali in transizione. L’idea è di trasformare lo spazio abitativo in un laboratorio di sperimentazione quotidiana».
La modularità permette di modificare le funzioni degli ambienti. La drawing room può ospitare opere di bioarte e arredi biofilici, trasformandosi in spazio di lavoro o area per eventi; pannelli scorrevoli in legno separano la foresteria destinata a ricercatori, collaboratori e studenti: «Abbiamo voluto creare uno spazio che non fosse rigidamente programmato, ma che potesse generare nuove opportunità di collaborazione e di ricerca. Un’architettura biofilica deve permettere di sperimentare nuovi stili di vita, riconnettendoci ai cicli del mondo vivente».
Debora Vitulano
