Filiera tessile italiana ed EPR: chi sostiene i costi della transizione ecologica

Dalla progettazione al fine vita, la moda affronta norme europee, costi operativi e controlli sui subappalti: il nodo resta la distribuzione degli oneri lungo la filiera produttiva

La produzione globale di abbigliamento è cresciuta negli ultimi anni a ritmi accelerati. Oggi, a livello mondiale, solo l’un percento dei materiali tessili viene riciclato in nuovi prodotti, mentre il resto finisce in discarica o viene incenerito. Quasi l’intero flusso di fibre immesse sul mercato non rientra in un ciclo produttivo successivo.

Secondo Eleonora Rizzuto, presidente di AISEC — associazione che svolge attività di osservatorio, ricerca, consulenza e programmi educativi rivolti alle scuole e alle imprese sui temi della sostenibilità ambientale, economica e sociale — «C’è in primis un problema culturale. Non c’è l’educazione del consumatore a porsi nei confronti del fine vita di un oggetto, in particolare del tessile». Il capo non più utilizzato viene percepito come rifiuto definitivo: «Si pensa che non possa avere una seconda vita e quindi viene messo al macero».

Accanto alla dimensione culturale si collocano le barriere economiche e tecnologiche. Strumenti come blockchain e passaporto digitale consentirebbero la tracciabilità del prodotto lungo l’intera filiera: «Permettono a un oggetto di avere una vita e i passaggi ben registrati». Tuttavia, la tecnologia necessita di una leva economica: «Il tutto deve avere una convenienza. Deve essere accompagnato da incentivi fiscali». 

Economie circolari e consumo: diciannove chili di tessili all’anno per cittadino europeo

Nel 2022 ogni cittadino dell’Unione Europea ha consumato in media diciannove chili di nuovi tessili. Il dato include, però, il periodo pandemico, caratterizzato da una forte crescita dell’e-commerce: «Vedremo se il trend verrà confermato nel biennio successivo».

Per modificare la sequenza produzione-consumo-smaltimento occorre intervenire in fase progettuale: «Dovremmo inserire sempre di più l’eco design nella produzione». Progettare pensando alla disassemblabilità e alla separazione dei materiali rende più efficiente la fase di recupero: «Oggi si è costretti a mandare i prodotti all’inceneritore perché non si possono separare i vari materiali».

L’osservatorio AISEC ha registrato una riduzione della pressione informativa sulla sostenibilità: «C’è stato un periodo in cui questo tema veniva incentivato anche dalle associazioni di categoria. Oggi siamo in una fase in cui l’attenzione si è indebolita e questo messaggio non viene più promosso con la stessa continuità». Questo inciderebbe sulla percezione collettiva del problema. Senza una comunicazione costante e strutturata, la transizione rischierebbe di restare confinata agli addetti ai lavori, senza produrre un cambiamento diffuso nei comportamenti di consumo e nelle scelte produttive.

Imprenditoria etica, investimenti e impatto ambientale

L’industria della moda è responsabile di circa il dieci percento delle emissioni globali di CO₂ e di un elevato consumo idrico: «Lo strumento più efficace per spostare gli investimenti verso pratiche circolari è l’informazione continua e un incentivo finanziario a emettere meno e utilizzare le materie prime in maniera responsabile».

AISEC sviluppa reti educative dai licei in su: «Ci accorgiamo che i giovani dai sedici anni in su non hanno minimamente idea del consumo d’acqua richiesto per produrre un paio di jeans». La distanza tra percezione e impatto reale diventa un indicatore di fragilità del sistema informativo.

La trasformazione dei costi di transizione in vantaggi competitivi passa attraverso innovazione tecnologica e razionalizzazione dei consumi. Rizzuto individua come snodo strutturale il passaggio dal gas all’elettricità: «La soluzione tecnologica può diventare opportunità solo unitamente all’ottimizzazione del consumo».

Filiera tessile italiana e responsabilità estesa: chi sostiene il costo della transizione

L’introduzione dell’Extended Producer Responsibility (EPR) attribuisce ai produttori una responsabilità diretta sull’intero ciclo di vita dei prodotti, dalla progettazione alla gestione del fine vita. L’estensione degli obblighi ambientali e organizzativi incide in modo significativo su un sistema come quello italiano, dove la struttura produttiva del moda-tessile è composta in larga parte da piccole e medie imprese.

Secondo Eleonora Rizzuto, il nodo non è l’impianto della norma in sé, ma la modalità con cui viene applicata: «La responsabilità estesa deve coinvolgere prima di tutto i grandi gruppi, che devono determinare il cambio di passo e poi trainare le PMI, che costituiscono la supply chain». Se la redistribuzione dei costi e delle responsabilità non avviene lungo l’intera catena del valore, il rischio è che l’impatto si concentri sugli anelli più fragili.

Dal rapporto Deloitte Why Italia. Il bello e il buono, che analizza l’evoluzione del sistema produttivo italiano tra il 2018 e il 2024, emerge come le PMI abbiano registrato, in questi anni, una crescita più robusta rispetto alla media complessiva in termini sia di fatturato sia di occupazione. Proprio questo segmento, oggi tra i più dinamici del tessuto industriale nazionale, potrebbe subire un rallentamento significativo qualora le nuove responsabilità ambientali venissero scaricate senza strumenti di accompagnamento.

Secondo la presidente di AISEC, sarebbe proprio la filiera tessile italiana, fondata su competenze territoriali e specializzazioni consolidate, a poter trarre maggior beneficio dall’integrazione dell’eco design nei processi produttivi: «La lana nel distretto di Prato continua da oltre cento anni a operare in questa direzione». Più fragile appare invece il comparto dei metalli inseriti nei tessuti e negli oggetti in pelle, dove la filiera nazionale risulta meno strutturata e quindi meno pronta a sostenere una trasformazione orientata alla circolarità.

In questa prospettiva, l’EPR diventa una prova di equilibrio industriale: può rafforzare il sistema se sostenuta da una governance condivisa tra grandi gruppi e fornitori; può generare tensioni competitive se applicata senza una distribuzione coerente degli oneri lungo l’intera catena produttiva.

Sostenibilità nell’industria tessile: il nodo dei subappalti

Nell’industria tessile la sostenibilità sociale rimane spesso in secondo piano rispetto a quella ambientale: «È un tema che volutamente è rimasto sotto traccia». In Italia esiste un sistema di controlli fondato sugli ispettori del lavoro, incaricati di verificare orari, contratti, lavoro nero e minorile. Il problema, secondo AISEC, emerge quando si scende lungo la catena di fornitura: «Un grande gruppo ha la possibilità di fare controlli sul primo e secondo livello della filiera. Dal terzo livello in poi spesso non sa neppure dove viene materialmente lavorato il prodotto». 

È in questa parte meno tracciata — tra subforniture e ulteriori passaggi di lavorazione — che si concentrano le criticità. Anche quando i codici etici vietano il subappalto, «il rispetto di questa clausola non viene atteso».

Per evitare fenomeni di social washing, occorre rafforzare il principio di sussidiarietà: «Associazioni, enti terzi e Stato devono verificare in maniera puntuale gli aspetti occupazionali di tutta la filiera». La sostenibilità a doppio binario — ambientale e sociale — richiede indicatori integrati: condizioni contrattuali, qualità dell’occupazione, rispetto dei divieti di subappalto, tracciabilità reale delle forniture: «Altrimenti il sistema non regge».

Tecnologie di selezione, riciclo chimico e occupazione: il bilancio economico e sociale

Gran parte dei materiali tessili oggi immessi sul mercato contiene fibre miste, difficili da separare e recuperare. Le soluzioni tecnologiche — incluse tecniche di riciclo chimico e sistemi automatizzati di selezione — rappresentano una delle direttrici di sviluppo.

«Si necessita di soluzioni tecnologiche», afferma Rizzuto, ma richiama la necessità di valutare l’equilibrio tra impatto ambientale, sostenibilità economica e occupazione. L’introduzione di processi chimici richiede attenzione agli effetti collaterali: «Mentre da una parte dobbiamo salvaguardare l’equilibrio ambientale, dall’altra dobbiamo poter avere l’obiettivo di separare le materie prime se il conto economico ce lo permette».

La progressiva introduzione di automazione e intelligenza artificiale potrebbe ridurre i costi e aumentare l’efficienza, ma comporta una trasformazione del lavoro: «Un giorno probabilmente questo sarà inevitabile. Non si può fermare il futuro, però finché è possibile utilizziamo la forza lavoro».

Economie circolari, leva fiscale e politiche pubbliche: IVA e sostegno alle PMI

Sul piano fiscale, la proposta di AISEC si concentra sull’abbattimento dell’IVA dal ventidue al dieci percento per comportamenti virtuosi lungo la filiera. L’obiettivo è intervenire sul prezzo finale, rendendo economicamente più conveniente la scelta circolare rispetto a quella lineare. La leva fiscale deve funzionare come incentivo strutturale e non episodico.

Questa misura, però, non può essere isolata dal contesto produttivo italiano. La filiera tessile italiana è composta in larga parte da PMI, spesso inserite in distretti territoriali. In questo quadro, la transizione verso modelli circolari comporta investimenti in tracciabilità, progettazione, adeguamento normativo e organizzativo.

Per evitare che i costi della trasformazione ricadano in modo sproporzionato sui segmenti più fragili della filiera Rizzuto invoca politiche occupazionali e strumenti di supporto alle PMI. Nella prospettiva di AISEC, la riduzione dell’IVA e il sostegno alle imprese sono condizioni complementari: senza un accompagnamento pubblico, le economie circolari rischiano di tradursi in un aggravio competitivo anziché in un cambiamento strutturale del sistema.

AISEC

AISEC – Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare – è un’organizzazione che opera sui temi della sostenibilità economica, ambientale e sociale, con particolare attenzione ai modelli di economia circolare. Svolge attività di osservatorio, analisi e approfondimento su filiere produttive e politiche pubbliche. Promuove programmi educativi rivolti a scuole e università e momenti di confronto tra imprese, istituzioni e mondo accademico. Si occupa anche di supportare la diffusione di strumenti come eco design, tracciabilità e responsabilità estesa del produttore. L’associazione è presieduta da Eleonora Rizzuto.