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Sui prodotti di scarsa qualità non vale la pena scommettere

Rallenta la produzione, ripartono i macchinari manuali – «abbiamo creato una fabbrica superlenta», la vocazione dei fratelli Mario e Carlo di Eredi Colombo, tra fibre naturali e telai a mano

Di Angelo Colombo mi raccontava che quando contava i soldi aveva un modo di dire non nostro, si sentiva che veniva dal milanese, ricorda Antonella Seccafien, figlia di due operai della filanda. Angelo Colombo era nato a Milano nel 1877 e aveva iniziato a lavorare come dirigente in una filanda nel comasco, prima di acquistarne una a Galliera Veneta (Padova) e una a Chignolo Po (Pavia): coltivava bacco e produceva seta. Il figlio Mario ne acquistò una a Inverigo (Como) – dove nacque Giuseppe Colombo –, e quando seppe che la costruzione di una filanda a Badoere (frazione di Morgano, Treviso) era stata interrotta, acquistò terreni e progetto. Il trasferimento dalla Lombardia era dovuta al fatto che là la coltivazione del baco lasciava il posto all’industria e il Veneto era più adatto per il clima e la presenza di gelso spontaneo. La filanda Colombo di Badoere a pieno regime impiegava 120 persone, l’età minima per l’assunzione era 14 anni, l’età media delle filandere tra i 20 e 24: dopodiché le donne generalmente smettevano di lavorare perché si sposavano e avevano figli. Ogni anno si lavoravano tra i 1500 e i 2000 quintali di bozzoli.

Quando la filanda di Badoere iniziava la sua attività, nel 1945, in Italia iniziò il declino delle filande a causa della concorrenza del nylon statunitense e della seta giapponese. Da fine anni Quaranta la filanda fu riconvertita e diventò gradualmente una tessitura con il nome La Colombina. Nel 1962 Giuseppe Colombo, terza generazione della famiglia, prendeva le redini, puntando sulla produzione di accessori – sciarpe, scialli, berretti – con il marchio Nicki Colombo. Nel 1995 i quattordici telai a mano si fermarono. Cinque anni dopo il testimone passò ai figli Mario e Carlo, classe 1976 e 1972, quarta generazione, attualmente alla guida dell’azienda.

Carlo Colombo da bambino era impressionato dal ritmo ipnotico dei telai. Li osservava girandosi in bocca la caramella regalatagli da Stefania Gastaldin, una delle tessitrici, che ogni tanto gli chiedeva di aiutarla con maglie, fili e pettini. Il fratello Mario andava al vicino pollaio sul triciclo con cassone a rimorchio, in cui metteva alcuni pulcini, poi pedalava tra i telai raccogliendo gli scarti di lana, gli sfilacci, da mettere nel cassone con i pulcini per scaldarli. Crescendo, i due fratelli pensarono di poter vincere la forza di Ananke – dea del destino –, la quale prima permise a Carlo di diventare architetto e a Mario di studiare design, poi calamitò entrambi a sé, in quei 1100 metri quadrati di locali sotto la ciminiera della vecchia filanda, che da decenni non fumava più. Per il poeta greco Simonide neanche gli dei combattono contro Ananke, ma Mario e Carlo dovevano vendicarsi per quello che tre generazioni di Colombo avevano dovuto subire a causa sua – quell’ananke che per Omero era la ‘forza della necessità’ e più di 2500 anni dopo si fa chiamare ‘forza del progresso’. Il nylon statunitense aveva smantellato la filanda del bisnonno: loro tornano alle fibre naturali, abolendo quasi del tutto i filati sintetici. Gli scarti di lana erano diventati utili solo a scaldare i pulcini: loro creano un progetto per recuperare tutti gli scarti. La velocità delle linee di produzione ha fermato i telai a mano: loro rallentano la produzione per far ripartire le macchine manuali e lente. Nel 2012, un telaio a mano della tessitura riprende a suonare la musica che incantava Carlo da piccolo. «Abbiamo creato una fabbrica superlenta», dicono oggi.

Il brand Nicki Colombo. In seguito alla scomparsa del padre Giuseppe nel 2018, Mario e Carlo hanno creato la Eredi Colombo, distinguendo al suo interno la Nicki Colombo e la tessitura La Colombina. La Eredi Colombo oggi ha sei dipendenti, produce una decina di migliaia di capi l’anno, tra accessori e maglieria. In un anno e mezzo ha abbandonato quasi completamente l’utilizzo di materiali sintetici e si è concentrata sulle fibre naturali, riducendo il numero di capi prodotti. Il marchio Nicki Colombo crea accessori di moda (con l’inserimento di prodotti realizzati a telaio) servendosi delle macchine a maglieria moderna dei terzisti: «Già nel 2002, quando avremmo dovuto sostituire il parco macchine, abbiamo deciso con nostro padre di affidarci ai maglifici del territorio. La filiera resta interna: noi scegliamo filo, materia prima, design e diamo il progetto al terzista, il quale realizza il prototipo che poi miglioriamo insieme», spiega Mario Colombo.

I clienti fino a qualche anno fa andavano dalla piccola merceria – che chiedeva per esempio i foulard stampati in poliammide –, ai negozi storici, concept store o mercerie e profumerie di alto livello – che chiedevano invece la sciarpa a telaio in cashmere o seta. «Quindici anni fa c’era molta richiesta di fibre miste lana contenente poliammide, poliesteri; mentre la seta e il cashmere erano di nicchia», spiega Mario Colombo. «Negli ultimi dieci anni la domanda si è capovolta a causa della concorrenza di brand stranieri. Sui prodotti di minor qualità abbiamo smesso di essere competitivi, quindi abbiamo deciso di abbandonare quella produzione, che faceva uso di fibre plastiche, e puntare su prodotti creati quasi sartorialmente con fibre nobili, naturali, tracciate e sostenibili». Non è stata solo l’azienda ad aver cambiato tipologia di clienti, ma sono i clienti stessi ad essere cambiati: «Negli anni Settanta mio padre regalava agli amici che si sposavano plaid tessuti a mano: quelle coperte oggi sono ancora utilizzate. I ragazzi che incontro nei corsi di tessitura piuttosto di comprare qualcosa di nuovo, plastico, dozzinale e deperibile, preferiscono acquistare un tessuto usato ma in fibre naturali. Il fast fashion cala a favore dell’attenzione alle fibre utilizzate, alla resa termica e alla qualità».

Telai a mano. La tessitura La Colombina ha 14 telai a mano di cui 12 funzionanti e 2 smontati. «Da vent’anni quelle macchine erano ferme, otto anni fa abbiamo deciso di farle ripartire con piccole modifiche: abbiamo aggiunto luci a led e sostituito gli elementi in legno più deperibili, per esempio i freni a macchina, con nylon o teflon». Oggi sono impiegate tre tessitrici. Una di loro è Stefania Gastaldin, sessant’anni. Per preparare un telaio – montare l’ordito, passare maglie e pettine – ci vogliono in media due giorni. Tutto il lavoro è svolto a mano, l’orditoio utilizzato risale al 1920. Un telaio meccanico fa 800 battute al minuto, una tessitrice esperta al telaio a mano ne fa 30 al minuto (una ogni due secondi) e produce un metro di tessuto all’ora. In media ogni tessitrice produce sei metri di tessuto al giorno: dalla Colombina escono tremila metri di tessuto all’anno – una produzione di nicchia, su richiesta, destinata a designer indipendenti. Un tessuto realizzato con questi telai a mano per un designer indipendente è finito sulla copertina di Vogue UK nel 2017.

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A inizi anni Cinquanta la filanda fu riconvertita e diventò gradualmente una tessitura con il nome La Colombina

Il telaio a mano permette inserti di fettucce, stoffe, nastri, impossibili con i telai meccanici. Tra i progetti futuri c’è quello di unire il mondo degli accessori Nicki Colombo prodotti con le macchine a maglieria moderna dei terzisti con elementi prodotti con i telai a mano della Colombina: «Si potrebbe per esempio creare un poncho in maglieria moderna con collo, tasche, maniche realizzate con telaio a mano. Poche aziende hanno al loro interno una conoscenza a 720 gradi come la nostra: 360 sul mondo macchina maglieria moderna e 360 sul mondo della tessitura a mano».

I telai a mano in funzione alla Colombina sono uguali ai telai della nota tessitrice veneta Elda Cecchele: «Elda Pavan, moglie del filandiere Gino Cecchele aveva stabilimenti a San Martino di Lupari e Galliera Veneta. Mio nonno Mario Colombo, filandiere, era nato a Galliera Veneta. Le due strade si sono sicuramente incrociate sia nel settore serico sia in quello della tessitura, infatti i telai che noi abbiamo sono identici a quelli di Elda. Probabilmente nel primissimo dopoguerra Elda e mio nonno hanno acquistato assieme i telai dal parroco di Fontaniva oppure lei ne ha ceduta una parte a mio nonno», ricostruisce Carlo Colombo.

Materia prima. Oggi le materie prime sono quasi esclusivamente naturali, tracciate e acquistate da fornitori italiani attenti alla sostenibilità. Il cashmere 100% e la fibra 70% lana-30% cashmere sono acquistati da Cariaggi (Cagli, Pesaro). La lana 100% viene dalla Tollegno 1900 (Biella), la seta da Servizi e seta, altre fibre (lini, cotoni) dal piccolo laboratorio toscano Campolmi Filati. Il cotone certificato è acquistato da Filatex, altri materiali dalla Berto Industria Tessile della provincia Padova, tra le aziende firmatarie del progetto di un cotone a basso impatto ambientale.

Oltre a queste materie prime, con la consulenza di Veronica Zuccolin, che da quindici anni si occupa di filiere naturali, Mario e Carlo Colombo stanno sperimentando l’utilizzo di nuove fibre naturali. Le lane autoctone: la lana d’Alpago – realizzata dal vello della pecora alpagota della provincia di Belluno – da un progetto del lanificio Paoletti, sposato dalla Colombina; la lana della pecora Brogna della Lessinia (Verona); la lana Gentile di Puglia; la lana dalla Sardegna. Data la richiesta di quantitativi ridotti, altra lana proviene direttamente dai produttori della lana alpaca e della catena andina. I fratelli Colombo stanno sperimentando e valutando anche le tinture naturali – mallo di noce, caffè, cocciniglia.

Sono stati realizzati alcuni test e campionature per le prossime collezioni con la canapa del Linificio-canapificio Nazionale, della Filatura di Pollone e della Davifil: un materiale duro, che va mischiato con seta, lana o cotone, o in alternativa lavato molte volte per acquisire una bella mano. La canapa è una fibra in cui l’Italia era all’avanguardia all’inizio del secolo scorso, una pianta che non ha bisogno di acqua e non impoverisce il terreno: «Qualcuno la definisce il maiale del mondo vegetale perché si utilizza tutta: dal tessile alla medicina», spiega Carlo. Alcuni risultati estetici fino a pochi anni fa erano possibili solo con inserti sintetici: l’utilizzo di fibre naturali nuove e del telaio a mano, che permette inserti e variazioni inedite, rappresenta spesso una valida alternativa. Le fibre sintetiche sono utilizzate solo per creare effetti particolari non riproducibili con fibre naturali quando richiesto dai designer committenti. «Se un materiale è utilizzato sotto il 3% in teoria si potrebbe non dichiarare, ma io dichiaro sempre quando c’è una percentuale di plastica, anche se solo dello 0,5%», spiega Carlo.

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Scelta del tessuto #1

Gli scarti. Nell’ordito di un telaio, c’è sempre almeno un metro di spreco. Questi fili possono essere reinseriti nella trama del tessuto per creare accessori. «Abbiamo già provato a farlo, realizzando stole la cui trama è fatta interamente di scarti: è possibile, ma richiede più lavoro. La tessitrice, anziché avere una spoletta che corre avanti e indietro con mille metri di filo, deve continuamente infilare questi ciuffi di lana di un metro. Il risultato è una stola irripetibile, utile per progetti specifici, per esempio sciarpe da collezione». Attualmente gli scarti da tessitura di fibre naturali – cotone, lino e canapa – sono conservate per essere portate alla cartiera di Quero-Vas, che li riutilizzerà per produrre carta.

Distretto della tessitura e maglieria. La riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, è conosciuta come distretto della calzatura, a cui i grandi marchi si rivolgono per realizzare borse e scarpe: allo stesso modo i fratelli Colombo vorrebbero creare un distretto della tessitura e maglieria d’eccellenza in questa zona del Veneto. Luigi Parisotto a Sarcedo (Vicenza), Renata Bonfanti a Mussolente (Vicenza), che ha sia telai manuali sia meccanici; il Lanificio Paoletti di Follina (Treviso), che con telai meccanici realizza prodotti ricercati e di alta qualità. La Tessitura Luigi Bevilacqua a Venezia. I primi passi in direzione della creazione di un distretto della tessitura di eccellenza sono: un dialogo continuo tra le aziende del territorio che si occupano di tessitura e maglieria e la creazione di percorsi di formazione. Colombo, in collaborazione con l’istituto artistico Pietro Selvatico di Padova, ha avviato corsi di tessitura che univano studenti eterogenei: dai ventenni che volevano entrare nel mondo del lavoro a semplici appassionati. A luglio 2020 è partito il corso del Bando regionale di ‘textile developer’, in collaborazione con Unisef, che ha coinvolto sei ragazze e ragazzi. Il corso prevedeva un periodo di formazione teorica svolto alla Colombina con professionisti esterni – conoscenza dei filati, tessitura base e avanzata, modellistica, ricerca, design, creazione di un capo, tintura naturale –, a cui seguivano tre mesi di stage nelle aziende del territorio. «L’obiettivo è formare i futuri designer con le conoscenze dei materiali. Come un architetto ha bisogno di conoscere i materiali con cui lavora, così un designer deve conoscere materiali e tecniche di produzione per evitare di progettare prototipi irrealizzabili o non funzionali», spiega Carlo Colombo. La Eredi Colombo è anche tra le aziende partner di un workshop dell’Università Iuav di Venezia dedicato alla produzione in un’ottica rifiuti zero.

La biblioteca dei tessuti. «Nei tempi morti, senza richieste da parte dei designer, abbiamo cominciato a realizzare rotoloni di tessuto per una nostra biblioteca online. Mentre un normale produttore ogni sei mesi crea nuovi tessuti che sempre prendono il posto di quelli precedenti, la mia idea è di creare una biblioteca di tessuti sempre disponibili e replicabili. I nuovi tessuti si affiancheranno a quelli delle precedenti stagioni senza soppiantarli, e ogni volta si potrà tornare indietro per realizzare su richiesta i vecchi tessuti della biblioteca, anche con eventuali varianti. La lentezza della produzione, la realizzazione a mano e i volumi ridotti di ogni prodotto consentono grande flessibilità». La biblioteca sarà online e accessibile a chiunque, ogni tessuto sarà descritto nei dettagli: «Non temo che qualcuno voglia copiarli perché sono in pochi ad avere un telaio a mano funzionante».

All’ingresso dello spaccio aziendale della Colombina è esposta una fotografia in bianco e nero con centoventicinque persone. È stata scattata nel 1947 davanti alla filanda. È l’icona del paese, molti vi riconoscono una parente, alcuni ne hanno una copia appesa in casa. Non tutti i volti sono stati identificati, perché molte filandere venivano dai paesi vicini. I pochi uomini invece sono facilmente riconoscibili: c’è il carabiniere, il sindaco, il monsignore, don Giulio Cester, il segretario del vescovo, Mario Colombo, suo padre Angelo e il figlio Giuseppe.

Il paese di Badoere si sviluppa attorno alla settecentesca Rotonda: una grande piazza circondata da portici, tra i maggiori esempi architettonici del periodo delle ville venete, in cui si svolgeva un importante mercato settimanale. Un tempo la piazza era parte di villa Badoer, distrutta nel 1920 in seguito alle rivolte contadine. La vita di Badoere si svolgeva attorno alla Rotonda. Nei primi decenni del secolo scorso sulla piazza si affacciava anche una sala da ballo. Un giorno il prete della vicina frazione di Santa Cristina disse a don Giulio Quand’è che chiudi la tua stalla?, riferendosi alla sala da ballo. Quando tu tieni a casa le tue vacche, aveva risposto rabbioso Don Giulio. Quando un gruppo di persone non è massa ma comunità, il loro racconto non è cronaca ma epopea. I luoghi sono quelli di Giovanni Comisso, ma per raccontarli servirebbe Andrea Vitali. In quella sala da ballo, alla fine della seconda guerra mondiale vennero rinchiusi i tedeschi catturati. La sorella di Laura Milan, ex dipendente Colombo, andava a portare loro cibo perché erano affamati, nonostante il padre anni prima avesse rischiato l’impiccagione in seguito al sospetto che collaborasse con i partigiani.  Il libro La filanda Colombo a Badoere. Una storia legata a un filo, a cura di Giulia Squizzato, ha raccolto le storie delle prime dipendenti, i ricordi di Giuseppe Colombo – mancato proprio nel 2018, mentre il libro era in lavorazione – e ricostruito la storia dell’attività serica nel trevigiano. Lidia Targhetta, 83 anni: Quando noi del paese guardavamo il camino in costruzione, si vociferava che arrivava una filanda e tutti speravano di entrare a lavorarci.

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In media ogni tessitrice produce sei metri di tessuto al giorno: dalla Colombina escono tremila metri di tessuto all’anno

La Eredi Colombo è stata fondata nel 2020 e unisce la tessitura La Colombina e il marchio commerciale di accessori Nicki Colombo, nato a fine anni Ottanta. La Colombina – nata a fine anni Quaranta – prese il posto della preesistente filanda Colombo, attiva dal 1895 in Lombardia, a Badoere dal 1945, proprio quando in Italia iniziava il declino del mercato serico a causa della concorrenza del nylon statunitense e della seta giapponese. L’azienda dal 2000 è guidata da Mario e Carlo Colombo, quarta generazione, che nel 2012 hanno rimesso in funzione gli antichi telai a mano rimasti fermi per vent’anni. Oggi ai telai manuali lavorano tre tessitrici, la Eredi Colombo ha sei dipendenti, produce una decina di migliaia di capi l’anno, tra accessori e maglieria, e tremila metri di tessuto. In un anno e mezzo l’azienda ha abbandonato quasi completamente l’utilizzo di materiali sintetici e si è concentrata sulle fibre naturali riducendo il numero di capi prodotti.

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Il libro La filanda Colombo a Badoere. Una storia legata a un filo, a cura di Giulia Squizzato (edizione della Pro Loco del comune di Morgano), ha raccolto le voci delle prime lavoratrici, lavoratori e sindacalisti, le memorie di Giuseppe Colombo, fotografie e immagini d’epoca, e ricostruito la storia dell’attività serica nel trevigiano.

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