
Oasi Zegna: una fabbrica di lana ha piantato 100mila alberi – dentro, l’arte
Tra Biellese e Valle Cervo, Fondazione Zegna intreccia riforestazione, manifattura tessile e arte contemporanea: dalla mostra di Chiara Camoni agli interventi di Buren e Signer
Dentro Oasi Zegna: il paesaggio e la montagna. L’arte contemporanea e la manifattura
C’è un punto preciso, salendo verso il Bocchetto Sessera, in cui il paesaggio cambia funzione. Siamo dentro Oasi Zegna, tra il Biellese e la Valle Cervo, dove la montagna smette di essere soltanto panorama e diventa un organismo che ci respira accanto. Le guide indicano una linea quasi invisibile che attraversa le rocce: da una parte la placca africana, dall’altra quella europea. È qui che milioni di anni fa la collisione tra i due continenti ha contribuito alla formazione delle Alpi. Qui il territorio si presenta così come un archivio geologico, un libro aperto attraversato da trasformazioni che continuano a emergere nella materia e che raccontano la nostra storia.
Dentro Oasi Zegna il rapporto tra paesaggio, produzione e lavoro ritorna continuamente. Rocce, acqua, lana, cenere, alberi, tessuti, manufatti artistici sono parti dello stesso sistema materiale. Il paesaggio non funziona come sfondo decorativo dell’attività industriale o delle proposte artistiche, ma come elemento che accompagna la sua costruzione storica.
«L’industria non poteva vivere senza una comunità che lui stesso ha fatto crescere all’interno di una natura che allora era brulla», ricorda Anna Zegna riferendosi al fondatore Ermenegildo Zegna, la cui visione appartiene a una tradizione di mecenatismo industriale in cui produzione, comunità e territorio crescevano insieme. La stessa visione di Adriano Olivetti, che poco lontano, a Ivrea aveva dato vita a un visionario progetto in cui produzione, infrastrutture, welfare e paesaggio crescevano insieme, trasformando aree marginali in sistemi produttivi e sociali costruiti attorno al lavoro. «L’uomo ha bisogno della natura e la natura ha bisogno dell’uomo», dice ancora Anna Zegna.
Oggi Oasi Zegna copre oltre cento chilometri quadrati tra Trivero e Valle Cervo. La riforestazione, iniziata nei primi decenni del Novecento, continua attraverso progetti di manutenzione del territorio, gestione boschiva e nuove piantumazioni. Sfidando anche i problemi dovuti al cambiamento climatico e confrontarsi con nuove fragilità ambientali, come la diffusione del bostrico, il parassita che negli ultimi anni ha colpito vaste aree boschive. Il paesaggio alpino che circonda il lanificio non viene raccontato come ambiente incontaminato, ma come risultato di una relazione continua tra attività industriale, comunità locale e trasformazione del territorio.
Una logica che continua oggi attraverso i progetti di Fondazione Zegna e ZEGNART, il framework che raccoglie le iniziative culturali e artistiche sviluppate attorno all’azienda.
Il Bocchetto Sessera racconta la relazione materiale tra geologia e manifattura tessile
Il territorio del Bocchetto Sessera conserva una composizione geologica particolare. I micascisti presenti nella zona riflettono la luce attraverso le superfici minerali, mentre l’acqua del torrente Sessera attraversa il paesaggio modellando continuamente rocce e sedimenti. Ciò che oggi appare come paesaggio alpino nasce da processi di pressione, collisione e mutazione, la materia è in trasformazione. Un’idea che ritorna anche all’interno delle attività sviluppate da Fondazione Zegna.
La mostra Luccicanza. Di fiori e di filo, di pietra e di terra, di pelle e di radice, sviluppata da Chiara Camoni per gli spazi di Casa Zegna e curata da Ilaria Bonacossa (visitabile fino al 24 novembre), nasce proprio da questo dialogo con il territorio. L’artista raccoglie materiali all’interno dell’Oasi e li utilizza come elementi costitutivi delle opere. La materia naturale non viene osservata come elemento distante dalla produzione culturale, ma come parte attiva del lavoro artistico e manifatturiero. Le ceneri provenienti dalle antiche carbonaie vengono inserite nelle superfici ceramiche. La sabbia del torrente Sessera entra nelle lavorazioni del gres e della porcellana. Piccoli processi quasi alchemici regalano variazioni inedite nei colori dei manufatti. Le fibre tessili derivano dal rapporto con il lanificio e con comunità artigianali esterne come quella di San Patrignano.
A tornare continuamente nel progetto espositivo e nelle parole di Camoni è la dimensione collettiva del lavoro. Le opere vengono costruite attraverso processi condivisi che coinvolgono collaboratori, artigiani, tessitori, botanici e persone che lavorano stabilmente insieme all’artista. «Il mio, più che uno studio d’artista assomiglia a una bottega», racconta Camoni. «Quella linea di confine che normalmente si tende a marcare tra artigianato e arte per me invece è una zona di grande interesse: in quel cortocircuito succedono molte cose». Il processo creativo viene raccontato più come pratica di relazione che come gesto individuale. «Il lavoro è condiviso e partecipato», spiega Ilaria Bonacossa presentando la mostra.

Chiara Camoni utilizza ceneri, sabbia e pigmenti raccolti nel territorio dell’Oasi
Entrando nel giardino d’inverno progettato da Pietro Porcinai, oggi trasformato in spazio espositivo per Casa Zegna, il rapporto tra interno ed esterno rimane continuamente visibile. Le superfici in vetro lasciano entrare il paesaggio dentro la mostra. La luce cambia durante la giornata, mentre l’aria attraversa gli ambienti spostando leggermente le stampe vegetali su seta sospese sulle strutture in ottone. «Sono state realizzate nel mio giardino», dice Camoni, «si creano per impressione diretta con fiori, foglie, radici, senza l’aggiunta di colori ma attraverso i succhi contenuti nei vegetali stessi. Una vera e propria immagine traslata di un luogo». In molti casi il colore emerge proprio dalle qualità intrinseche della materia. «Nelle stampe vegetali sono il fiore o la foglia che lasciano un’impronta con i loro succhi; nelle ceramiche sono i minerali che determinano quel giallo o quel rosato. Scelgo una materia e poi scopro a posteriori che colore assume». I volti un po’ dispettosi ed elfeschi ricordano quelli di piccoli spiritelli del bosco che ondeggiano al vento.
Le opere costruiscono un ambiente composto da vasi, tappeti, superfici tessili, figure in ceramica e strutture biomorfe, distribuite nello spazio. Una narrazione in orizzontale, rispetto a quella più verticale dell’artista al Padiglione Italia della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. «Le opere chiedono allo spettatore di essere lì con il corpo e di avere una relazione con quell’altro corpo che è la scultura», racconta Camoni. «Succede qualcosa in quell’incontro, ma non è una relazione di natura intellettuale». Ha più a che fare con l’inconscio. L’artista racconta di ricevere frequentemente messaggi da visitatori che, dopo aver visto le opere, le ritrovano nei sogni della notte successiva. Dieci, venti, cinquanta persone. Quando diventano così tante Chiara Camoni inizia a prendere sul serio anche questo elemento, che lega alla capacità della materia di continuare a produrre relazioni anche fuori dallo spazio espositivo.
Il titolo della mostra richiama il concetto di “luccicanza”, una qualità intermittente della materia che emerge durante la trasformazione dei materiali ad alte temperature. I minerali inseriti nel gres producono infatti variazioni cromatiche imprevedibili durante la cottura.
«Le opere di Chiara nascono da un lavoro manuale e da un rapporto personale con la materia», spiega Ilaria Bonacossa. «Quando il gres viene cotto a più di milletrecento gradi emergono tocchi metallici, riflessi argentei e variazioni luminose che non possono essere controllate completamente. Quella luccicanza dei minerali sciolti nella cottura dà alla materia una luminosità intermittente».
Il lavoro artistico procede attraverso sedimentazioni lente, trasformazioni progressive e relazioni fisiche con le sostanze utilizzate. «I tempi di trasformazione e di comunicazione sono spesso dilatati», racconta ancora Camoni. «Ma ci danno indicazioni importanti anche rispetto al nostro modo di stare nel mondo».
Gli archivi del lanificio Zegna mantengono continuità tra produzione storica e ricerca contemporanea
Visitando gli archivi tessili del lanificio emerge con chiarezza quanto la cultura manifatturiera resti centrale nell’identità di Zegna. Disegni tecnici, campionari e progetti conservati su carta millimetrata raccontano un metodo produttivo costruito sulla ricerca continua dei materiali e delle lavorazioni ma anche sull’idea di una comunità che partecipa insieme nel territorio.
Anche la filiera tessile viene descritta come processo collettivo. Nel lanificio si ricorda spesso che per realizzare un abito servono “cinquecento mani”: dalla selezione della lana merino australiana fino alla confezione finale.
Le fabbriche continuano a lavorare su più turni, mantenendo attiva una produzione che nel Biellese conserva ancora una forte continuità industriale. La presenza del lanificio all’interno del paesaggio alpino non viene nascosta, ma resa visibile anche attraverso gli interventi architettonici sviluppati negli anni.
I tetti a shed del complesso industriale riflettono la luce della montagna e modificano la percezione della fabbrica osservata dall’alto. E le storie si moltiplicano: alcuni abitanti del territorio raccontano che i bambini identificano il lanificio come una nave, una balena o un castello. L’infrastruttura produttiva entra così nell’immaginario collettivo del paesaggio.







Daniel Buren e Roman Signer trasformano la fabbrica in un landmark culturale
In questa complessa rete di sinergie tra uomo, paesaggio e fabbrica, l’arte contemporanea non viene utilizzata come elemento decorativo separato dal contesto industriale. Le opere permanenti sviluppate negli anni modificano direttamente il modo in cui il paesaggio produttivo viene percepito.
Le bandiere colorate installate da Daniel Buren sul tetto del lanificio ridefiniscono il profilo visivo della fabbrica osservata dalla montagna. Le strutture seguono il ritmo architettonico degli shed industriali e trasformano il complesso produttivo in un segnale visibile all’interno del paesaggio alpino. L’intervento di Roman Signer lavora invece sul rapporto tra tempo industriale e memoria del lavoro. Un grande orologio senza lancette all’ingresso del lanificio emette sbuffi di vapore a intervalli irregolari. L’artista si è ispirato ai racconti di un operaio che ricordava il rumore del vapore nelle fabbriche e l’ansia legata all’ingresso in turno. Il vapore diventa così un elemento sonoro e visivo che richiama la dimensione materiale dell’industria e il rapporto tra tempo produttivo e memoria del lavoro.
Oasi Zegna sviluppa un modello che intreccia territorio, produzione e pratiche culturali
Camminando tra boschi, archivi tessili, installazioni artistiche e strutture industriali emerge con chiarezza la logica che attraversa Oasi Zegna e i progetti di Fondazione Zegna e Zegnart. Il territorio non viene separato dalla produzione manifatturiera, ma considerato parte dello stesso ecosistema culturale. I progetti di riforestazione sviluppati negli ultimi anni continuano il lavoro iniziato da Ermenegildo Zegna nel Novecento. Oltre ai nuovi alberi piantati attraverso Zegna Forest, il territorio viene gestito tramite interventi di manutenzione boschiva, sistemi anti-valanga e controllo delle specie vegetali. Lontano dall’essere una zona di wilderness incontaminata, la montagna viene sempre raccontata come ambiente antropico continuamente trasformato dall’attività umana. E la gestione del paesaggio diventa così parte integrante della costruzione culturale dell’Oasi.
«Quando i primi boschi vennero piantati esisteva una logica di monocultura», racconta Anna Zegna. «Oggi il lavoro consiste invece nell’alternare specie differenti e mantenere equilibrio nel territorio». La stessa logica ritorna nella filiera tessile. La produzione industriale viene descritta come sistema costruito attraverso relazioni continue tra persone, materiali, lavorazioni e territori diversi. Dentro Oasi Zegna il paesaggio non serve a nascondere la fabbrica. Serve piuttosto a mostrare come arte contemporanea, manifattura e territorio continuino a trasformarsi insieme attraverso la materia, il lavoro e il tempo. «Bisogna entrare nel bosco con rispetto e gradualità», racconta Anna Zegna durante il percorso nell’Oasi. «È un luogo vivo, fatto di alberi che sembra a volte che respirino insieme a noi, e che continua a trasformarsi insieme a chi lo attraversa».
Rosa Carnevale


