
Milano Ruvido, cronache da Corso Matteotti – parte 1
Un edificio della curia, il cantiere abbandonato di un club di Mid Town, le palline nere degli antichi circoli, le persone serie e composte
Corso Matteotti e il cantieri abbandonato – una villana con accento East Cost
Corso Matteotti. Un cantiere dovrebbe dare restauro all’edificio di proprietà della Curia – sul retro della Basilica di San Carlo, il portone portava l’accesso attraversando un cavedio, in vasi, c’erano gli ulivi di Leonardo Mondadori alla base del campanile in pietra e giallo Milano che un tempo suonava sempre alle meno un quarto. Per chi è cresciuto a Milano, questo edificio era anche la sede di Moroni Gomma, un’altra porta del centro di Milano che ne definiva lo stile identità atteggiamento – come il vecchio Ricordi di Via Montenapoleone, o certo – Fiorucci in San Babila (l’ultimo, di prossima chiusura, è Hoepli, ma non si entra adesso in questa storia).
Corso Matteotti e il suo cantiere fermo sotto un’impalcatura sporca. Dovrebbe diventare la sede di un club di New York, fondato da due donne citate nelle inchieste su Epstein. Botox, naso plastico, capelli biondi, sorriso scemo – lo stereotipo dell’americano che pensa di fare business quando invece esprime cattivo gusto in slang East Coast. Anni fa, arrivava un’altra villana a chiederti di prendere un caffè da Sant Ambroeus – per raccontartelo, il progetto di questo club, e per proporti di diventare membro ben prima che le porte fossero aperte. La quota di iscrizione era fissata un x mila euro in quel momento, ti spiegava convinta – ma magari neanche un mese dopo, la quota sarebbe salita a due volte x mila euro, chi poteva saperlo, continuava a spiegarti, ancora più convinta della gloria di cui ti stava rendendo spettatore. La villana ti parlava masticando la cicca a bocca aperta e intercalava il suo italiano in cerca di fatture con un sproloqui in americano sempre East Cost. Più che un club elitario di Mid Town sembrava la svendita delle aspirapolveri rotte proposta da una nuovo esperimento troglodita. In questi giorni The Core Milano prende spazio tra le cronache locali perché l’accordo con la Curia potrebbe essere saltato – sembra che The Core non stia pagando l’affitto per il suo cantiere immobile. The Core emana l’odore di senape e muffa che sale dalla moquette macchiata di un aeroporto del New Jersey. Brutta gente, queste villane, brutta gente, quelli che vogliono la quota di un club che non esiste.
The Core non aprirà mai? – gli altri circoli di Milano
Sembra che non aprirà, The Core – sembra che le due americane East Coast siano alla ricerca di nuovi investitori che possano credere alla loro potenza di business e networking – sì, quella roba che noi a Milano chiamiamo cattivo gusto. La domanda è a monte – a Milano, ne abbiamo bisogno di questi club basati sul soldo? Funzionavano un tempo quelli a cui accedevi per conoscenza, la cui ammissione è tutt’oggi soggetta a voto da parte degli altri membri – le palline bianche e nere dell’Unione (ne basta una nera soltanto) – l’Unione, quello degli aristocratici – qui Giancarlo Valerio; la selezione del Clubino, gli ambasciatori e i notai, i commercialisti oggi i manager – incontravi Sergio Romano, incontri Andy Albeck – o ancora, il Circolo del Giardino, una volta, presidente, il campione Luigi Carpaneda – il Giardino è il club con la sede più fastosa, oggi troppo sfruttata da brand di moda di secondo ordine e non più dall’Ordine di Malta. Non si può dire oggi se questi antichi circoli funzionino ancora – sì, catalizzano nostalgia che per chi scrive è buona energia. Si può dire che i nuovi club, a Milano, stentano a vivere – The Core non riesce a nascere, Soho House si perde in una nebbia che a Milano non c’è più – The Wilde fattura poco; da Cipriani ti tornano in mente quelle che ti chiamavano Love of My Life.
A Milano, chi conta se ne sta a casa, dietro i portoni delle facciate austere – retaggio della controriforma dal cardinale Federigo che disegnò questa città. A Milano, non funziona la tecnica villana paga adesso che domani costa di più – no, non abbiamo bisogno di altre villane, c’è già una PR di Dolce e Gabbana che vale per cento. A Milano abbiamo bisogno di una sola tipologia di persone: quelle serie, quelle composte, quelle che lavorano e che non sono qui a leccarti il culo.
