THE GREAT GREEN WALL
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Forestazione contro desertificazione: quali rischi per il pianeta?

La desertificazione si manifesta attraverso l’erosione del suolo, la sua salinizzazione o la variazione dei suoi parametri strutturali – in Europa, il Mar Mediterraneo è a rischio

La pandemia di Covid-19 ha aggravato la situazione, modificando queste stime iniziali. Nei prossimi mesi oltre 5 milioni di persone arriveranno a soffrire la fame, andando a ingrossare le fila dei profughi climatici, una categoria che, attualmente, non è riconosciuta dalla Convenzione di Ginevra (risalente al 1051). I migranti ambientali non dispongono di uno statuto giuridico-legislativo in grado di tutelarli, e spesso vengono fatti rientrare nella categoria dei profughi economici. Se il processo di desertificazione continuerà a interessare porzioni sempre maggiori di territori, è inevitabile che anche il numero di migranti ambientali aumenti di conseguenza. L’unica soluzione sembra tentare di ridurre e invertire la tendenza alla desertificazione delle aree coltivabili. Obiettivo che si può raggiungere seguendo due linee d’azione parallele: dare il via a un’intensa opera di riforestazione da una parte, e modificare l’azione umana sul territorio secondo un approccio più sostenibile dall’altra. Una strategia, l’agro-ecologia: un’agricoltura sostenibile, che non prevede lo sfruttamento intensivo del suolo e che utilizzi meno pesticidi e meno fertilizzanti. 

La ricarbonizzazione dei suoli globali è una via percorribile per ridurre la desertificazione. Nei suoli sani, infatti, è conservato il carbonio, in doppia misura rispetto a quello contenuto nell’atmosfera. Questi suoli svolgono un ruolo indispensabile nella riduzione delle emissioni di gas serra, in quanto sono in grado di mantenere o alterare i loro livelli di carbonio (soil organic carbon), eventualmente sequestrando l’anidride carbonica presente nell’atmosfera. Tutto ciò, però, può avvenire solo se il suolo è sano, ovvero non degradato da uno sfruttamento intensivo e non interessato da processi di desertificazione. 

A questa strada va affiancata anche quella della riforestazione. Diversi progetti sono stati messi in atto a livello globale. Il principale è il cosiddetto Great Green Wall (GGW): un’iniziativa promossa dall’Unione Africana ma che conta, tra gli altri, partner come la FAO, le Nazioni Unite, la Banca Mondiale e l’Unione Europea. L’obiettivo è quello di creare una fascia verde che attraversi il continente, permettendo la riqualificazione dei territori del Shael e del Sahara. Sono più di venti i Paesi africani coinvolti, e all’originale progetto di una cintura verde si è aggiunto un mosaico di nuove iniziative di riforestazione e rafforzamento di suoli ed ecosistemi. Il Senegal, da solo, ha già piantato 12 milioni di alberi su 40 mila ettari di territorio. 

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Donne che piantano per il Great Green Wall in Senegal. Benedicte Kurzen per FAO Knowledge

Si è parlato per la prima volta di desertificazione nel 1972, nel corso della conferenza delle Nazioni Unite Sull’Ambiente Umano, tenutasi Stoccolma. Solo vent’anni più tardi, nel 1992, durante il Summit della Terra di Rio de Janeiro, la desertificazione è stata riconosciuta ufficialmente come una minaccia alla vita. Il 5 giugno di quell’anno fu firmata la Convenzione sulla Diversità Biologica, il cui obiettivo è proprio la conservazione della biodiversità. L’Italia vi ha aderito nel 1997, e ad oggi sono 198 i Paesi firmatari. Secondo quanto stimato dalle Nazioni Unite la desertificazione ha già devastato il 70% degli ecosistemi naturali; una percentuale che potrebbe crescere fino al 90% entro il 2050. Per desertificazione si intende un processo che porta territori fertili a perdere la loro produttività biologica. Inadatti a far crescere la vita, questi terreni vengono privati non soltanto del loro valore economico, ma anche di quello socioculturale. 

Oggi il 44% delle terre coltivate a livello globale è situato in zone aride, collocate su una superficie di oltre 100 Paesi. Le stesse che ospitano circa il 33% della popolazione mondiale. La desertificazione è un fenomeno che interessa il continente africano e, in particolare, le regioni dell’Africa subsahariana e del Shael – una fascia di territorio estesa tra il deserto del Sahara a nord e la savana del Sudan a sud, zone tra le più sottoposte ai cambiamenti climatici. Si calcola che il deserto del Sahara avanzi di cinque metri ogni anno, mettendo a dura prova territori già provati dalla siccità. Lo testimonia l’esistenza della cosiddetta ‘stagione della fame’, un periodo di carestie che si ripete ogni anno tra giugno e settembre, e il fatto che la stagione delle piogge, che in passato iniziava tra luglio e agosto, ora arrivi con un mese di ritardo. Secondo i rapporti ONU, entro il 2025 addirittura due terzi delle terre coltivabili africane potrebbero diventare desertiche. Tutto ciò, in regioni il cui sostentamento si basa sull’agricoltura e l’allevamento.

Il vecchio continente non è immune ai rischi della desertificazione. Si ritiene che circa il 65% delle aree aride e semiaride coltivate in Europa siano già state colpite. Qui, la regione più a rischio è quella mediterranea, essendo il Mar Mediterraneo un hot-spot, un punto interessato dai cambiamenti climatici. Tra il 1961 e il 2000 circa il 20% del territorio italiano è stato riconosciuto come interessato di processi di desertificazione, e un altro 20% è a rischio. Le regioni identificate come soggette a questo fenomeno non sono solo quelle meridionali, ma anche le Marche, l’Emilia-Romagna e il Molise. 

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La prateria di Zoigê in Cina colpita dalla desertificazione. Immagine Drakyom Palzang

Le cause scatenanti processi di desertificazione che stanno interessando il pianeta si possono far rientrare in due macro-categorie: quelle dovute al cambiamento climatico e quelle dovute all’azione diretta dell’uomo. Della prima classe di cause fa parte il surriscaldamento globale, come anche i periodi di siccità e altri eventi atmosferici violenti. A causa delle attività umane, la temperatura media del pianeta è aumentata di circa 1°C rispetto ai livelli preindustriali e, secondo il rapporto Global Warming of 1,5 °C stilato sulla base di oltre 6 mila studi scientifici, tra il 2030 e il 2050 l’aumento della temperatura arriverà a 1,5°C. All’azione diretta dell’uomo sono riconducibili lo sfruttamento intensivo e non sostenibile del suolo, la deforestazione, gli incendi, la dispersione di sostanze chimiche nell’ambiente e l’eccessiva urbanizzazione che interessa diversi territori. 

Secondo stime riportate dalla Banca Mondiale, il costo dei processi di desertificazione ammonta, ogni anno, a 42 miliardi di dollari. L’impatto sugli ecosistemi: il deperimento degli habitat – insieme ad altre cause quali la caccia illegale – è responsabile della riduzione della biodiversità che sta interessando il pianeta. Secondo il Living Planet Report 2020 commissionato dal WWF, dal 1970 al 2016 il 68% delle popolazioni di mammiferi, uccelli, anfibi, pesci e rettili monitorati è andato perduto. Sono gli umani a fare le spese maggiori della desertificazione in aumento. Qu Dongyu, direttore della FAO, ha annunciato che una mancata azione nei confronti della desertificazione e della siccità incipienti ci impediranno di soddisfare la crescente domanda di cibo necessaria a nutrire la popolazione globale. Già nel 2018 secondo stime UNICEF erano 821 milioni le persone che soffrivano la fame (ovvero 1 su 9), la maggior parte collocata in quelle regioni più colpite dai cambiamenti climatici e dalla siccità, come l’Africa, l’Asia e l’America Latina. 

I picchi di caldo estremo che hanno interessato questi continenti negli ultimi cinque anni, con i conseguenti periodi di siccità e la desertificazione dei territori, sono tra le cause delle migrazioni climatiche. Nel 2018 la Banca Mondiale ha studiato gli effetti dei cambiamenti climatici nei tre continenti sopracitati, arrivando a sostenere che entro il 2050 saranno 143 milioni gli individui costretti proprio dal cambio climatico a migrazioni interne (all’interno, dunque, dei confini dei vari Stati), la maggior parte dei quali in Africa. Una tendenza globale già in atto dimostra infatti che sempre più abitanti delle campagne, non riuscendo a sostentarsi con i prodotti del suolo, migrano nei pressi delle grandi città, anche se esse non dispongono dei mezzi adeguati ad accoglierli.

IMMAGINI

Nel 2007, L’Unione Africana ha dato il via al progetto The Great Green Wall. Una grande muraglia verde sorgerà nella regione del Sahel.
Si estenderà per 8.000 chilometri di lunghezza e 15 di larghezza.

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