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Il romanzo culto di Gavin Lambert che aspettavamo da 50 anni 

Tra lavender marriages, party segreti e Hollywood al tramonto, il romanzo culto di Gavin Lambert esce per la prima volta in Italia, Allora arrivederci, pubblicato da Accento edizioni: un viaggio nella California queer e disillusa

Al centro del bestiario umano che ritrae Gavin Lambert in Allora arrivederci, ci sono tre figure: Susan Ross, la dama frustrata; Gary Carson, il bellissimo mendace; e la diva evanescente Lora Chase. Si muovono tra party e salotti, fughe e ritrovamenti. Attorno a loro: un giovane che ha abbandonato il football per scrivere poesie; camerieri che fanno teatro d’improvvisazione; autostoppisti cristologici, tossicomani mistici, minorenni allo sbando, rockband con capre sul palco, festival pseudo-psichedelici, mantenuti, marchettari, scappati di casa. Una costellazione di disperati, tristi, soli, affascinanti e bellissimi.

Lambert li ascolta, non li giudica, non interviene, non li ama, né li condanna. Allora arrivederci è fatto di chiacchiere, di segreti, di amori e di amanti. È abitato da solitari che non vedono l’ora di confessare i propri tormenti. E su tutti loro aleggia lo spettro della vecchia Hollywood, con i suoi segreti, i suoi vizi, i suoi inganni, i suoi matrimoni di facciata e le sue feste clandestine. 

Uscito nel 1971 con il titolo The Goodbye People, arriva soltanto ora in Italia, grazie alla casa editrice Accento, nella traduzione di Ilaria Oddenino e con la prefazione di Marco Rossari. 

Da Londra a Hollywood: Gavin Lambert e l’incontro con Nicholas Ray

Gavin Lambert  era un testimone d’eccezione. Sceneggiatore, romanziere, biografo delle star. Inglese trapiantato in California, come Christopher Isherwood. Prima di arrivare in America, aveva diretto la rivista Sight & Sound del British Film Institute, commissionando pezzi a Tony Richardson su Buñuel e a Karel Reisz su Un posto al sole. L’Inghilterra lo opprimeva con la sua monotonia e la grigia pretesa di normalità. Disse all’amico Lindsay Anderson, con cui aveva condiviso i banchi di scuola a Cheltenham e il fermento del Free Cinema: «Voi state tutti facendo film sulla vita qui e adesso in questo paese, mentre io non vedo l’ora di andarmene».

A una festa di Capodanno, nel 1956, incontra un uomo. Spalle possenti, testa leonina, capelli biondi, bellissimo. Era il regista Nicholas Ray, americano a Londra per la prima britannica di Gioventù perduta. Ancora piangeva la morte dell’amato protagonista James Dean.

Ray rompe il ghiaccio. Chiede a Lambert cosa ne pensa del suo film In a Lonely Place (1950). Lambert risponde che gli piace il finale ambiguo. «Esatto»,  dice Ray, «diventerà un ubriaco senza speranza, si suiciderà, o cercherà aiuto psichiatrico?».  La notte stessa, Ray porta Lambert nella sua camera d’albergo, gli dà in mano una fotocopia di un articolo del New Yorker e scompare in bagno. 

Lambert aspetta, poi va a bussare alla porta. Quando si apre, trova Ray in mutande. Lo abbraccia e lo bacia. Il giorno dopo, Ray propone a Lambert di lavorare con lui come sceneggiatore per la 20th Century Fox. Sul sedile posteriore di una limousine diretta all’aeroporto, gli consiglia di imparare a nascondere il fatto di essere gay: «Una stretta di mano virile è molto importante».

Lambert il consiglio lo ignorò e rimase apertamente gay per tutta la vita.Il rapporto con Ray – tormentato dalle droghe, l’alcool e continui amori fallaci – è al centro del primo romanzo di Lambert, The Slide Area (1959) dove Ray appare nei panni di Cliff Harriston, un regista alcolizzato che si scontra con una diva sul viale del tramonto. Ray trovò il libro affettuosamente veritiero. 

La Vecchia Hollywood tra repressione e licenza: i lavender marriages e il suicidio del regista gay James Whale

Da Rodolfo Valentino a Rock Hudson, fino a Cary Grant, nella Vecchia Hollywood l’omosessualità era censurata per motivi politici, prima con il Codice Hays, attivo già nel 1930, poi con il maccartismo degli anni Cinquanta, a tutti gli effetti una caccia alle streghe contro gay e comunisti.
I grandi studi e la stampa si coalizzano o per espellere i devianti o per proteggere il talento, nascondendo le identità degli attori dietro a matrimoni di copertura,  i cosiddetti ”lavender marriages”.

Appena arrivato in California, Lambert dovette affrontare il caso della morte del regista James Whale. Il regista di Frankenstein, padre del camp-horror, si era gettato nella parte bassa della sua piscina sfracellandosi il cranio, lasciando un biglietto in cui dichiarava che il futuro non era che dolore e vecchiaia. Hollywood insabbiò il suicidio, preferendo far circolare voci di omicidio. Il regista Fritz Lang spiegò a Lambert: «Si suppone che viviamo in paradiso, quindi uccidersi è un tradimento dell’immagine della comunità»

Il doppio standard era ovunque. Altro caso celebre, quello di Frank McCarthy: veterano decorato, nominato censore ufficiale dell’industria cinematografica, responsabile del controllo morale della 20th Century Fox. Mentre Joseph McCarthy, omonimo ma non parente,  urlava in Senato contro comunisti e queer. Frank McCarthy divideva una casa in segreto il PR hollywoodiano Rupert Allan, suo amante.
Lambert li vedeva arrivare separati alle feste, ciascuno con una fidanzata di copertura: «Era esilarante perché tutti sapevano cosa stava succedendo. Ma era così che andavano le cose»

Gavin Lambert, The Goodbye People
Gavin Lambert, The Goodbye People

Lo Chateau Marmont e Santa Monica: quartieri generali della controcultura queer e intellettuale di Hollywood 

Lambert e Ray, appena arrivati a Los Angeles, andarono a vivere al Chateau Marmont. L’hotel sul Sunset Boulevard dall’architettura pseudo-gotica, con bungalow nascosti tra le palme, era il quartier generale di una rete intellettuale e queer che gravitava attorno a Lambert.  Era un confessionale, una prigione a cielo aperto. Lì ci si spogliava, ci si vedeva nudi, ci si raccontava cose che fuori non si potevano dire. Era lo spazio in cui la città delle illusioni concedeva ai suoi abitanti una parentesi di verità.
Lì alloggiava anche Gore Vidal, che agli intrighi e alle ambizioni di Hollywood aveva già dedicato e avrebbe continuato a dedicare molte delle sue opere più dissacranti. Per la sua onestà letteraria aveva pagato un prezzo altissimo. Nel 1948, in The City and the Pillar, aveva raccontato per la prima volta l’amore tra uomini in maniera esplicita. Il New York Times smise di recensirlo. Interrogato a riguardo, Vidal disse: «Il sesso è politica».

Accanto a loro, Christopher Isherwood.  Altro gentleman inglese, esule volontario in California, dove si è scoperto libero di raccontarsi, raccontare la propria omosessualià e la propria relazione con il giovane Don Bachardy, grande amore della sua vita. La loro casa di Santa Monica era diventata un hotspot per tutti gli omosessuali illuministi della città.

Tra Isherwood e Vidal correva un’amicizia sincera ma non priva di attriti. Vidal trovava che Isherwood bevesse troppo, che i suoi diari fossero confessionali delle sbornie, e non capiva la sua ossessione per la propria vita domestica. 

Los Angeles al crepuscolo: la fine della summer of love e la scia di sangue che sconvolse la California

Nella California post-’68 che fa da teatro ad Allora arrivederci la summer of love si è appena conclusa e ha lasciato dietro sé Woodstock ma anche Altamont, e soprattutto la scia di sangue dei delitti Manson. Lambert era attratto e inquietato dalla velocità con cui la nuova generazione californiana passava dalla ribellione alla disillusione. Ne ammirava l’apertura sessuale e l’antimaterialismo, ma non condivideva il nichilismo dei loro stili di vita, la tendenza a ritirarsi in tribù, a diffidare di chiunque stesse fuori dal loro cerchio.

Allora arrivederci è una lettera d’addio a una città amatissima. Straziata dal domani che arriva e stravolge ogni cosa. Gli studi cinematografici vengono demoliti o rimodellati, i palazzi ristrutturati, nuovi volti affollano le strade del centro. È un mondo nuovo. 

Scrive Lambert: «Ora è quasi tutto sparito. Quando passi di fianco a quel mondo perduto, guidando su Santa Monica Boulevard verso l’oceano, non vedi che le frange dell’ennesimo sobborgo anonimo, ordinario. Da un lato i nuovi alti edifici, con qualche cartellone gigante che sponsorizza uno Scotch e nuovi voli per le Hawaii, e dall’altro i terreni di un country club. Eppure, se se ne conosce il passato, si avverte un che di spettrale dietro la sua mancanza di fascino. Il mondo esterno è qualcosa che si vede dall’auto». 

La città delle illusioni: l’ultimo sguardo di Gavin Lambert su Los Angeles

Allora arrivederci esce dopo che Lambert aveva già attraversato due decenni di Hollywood, aveva visto quanto costava dire la verità, cosa significasse tacere, e aveva scelto di continuare a parlare. Non è più necessario, nel 1971, mascherare la sessualità del narratore: il suo rapporto con Gary, il bellissimo renitente alla leva con il giubbetto di daino e i jeans scoloriti, è descritto senza reticenze, anche se è una relazione destinata a dissolversi come tutte le storie di questo libro.

Lambert aveva capito quanto il gusto queer aveva contribuito a formare la bellezza artificiosa hollywoodiana. Gli attori e i registi gay che aveva conosciuto e raccontato – da Whale a Cukor, fino a Ray – avevano portato sullo schermo qualcosa di preciso e intraducibile, una sensibilità che Hollywood aveva sfruttato senza mai riconoscerla. 

Lambert era un outsider privilegiato, perennemente in bilico tra un riflettore rotto e una scalinata che portava da nessuna parte. Amava il cinema consapevole di quanto fosse menzgognero, anzi, proprio la sua natura d’artificio, lo amava ancora di più. Così come Los Angeles, costruita sulla finzione e popolata da persone che alla finzione avevano consegnato la propria vita. D’altronde, come chiede uno dei suoi personaggi: «In definitiva, che ne facciamo della realtà?» 

Nicolo Bellon

Gavin Lambert, Allora Arrivederci, Accento edizioni, 2026
Gavin Lambert, Allora Arrivederci, Accento edizioni, 2026
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Hollywood in una campagna pubblicitaria degli anni Sessanta
Hollywood in una campagna pubblicitaria degli anni Sessanta
Immagine Arnaud Montagard
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