ATLANTE, LUIGI GHIRRI FROM THE MAP AND THE TERRITORY
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La riforestazione di 100 milioni di ettari di terreno, creando 10milioni di posti di lavoro

Great Green Wall – il Senegal ha riforestato una superficie di 40 mila ettari, piantando oltre 12 milioni di alberi di sei diverse specie, prevalentemente datteri e acacie

Nel 1952 Richard St. Barbe Baker, biologo, botanico e attivista ambientale, si recò per la prima volta nella regione del Sahel, una fascia di territorio situata nell’Africa sub-sahariana. Fu egli il primo a proporre l’idea della riforestazione come metodo per combattere i cambiamenti climatici cui erano sottoposti quei territori a rischio di desertificazione – in gioco la produttività biologica da parte dei territori fertili. Ogni anno, in questo territorio il deserto del Sahara avanza di cinque metri. Il processo di degradazione del suolo iniziò a intensificarsi negli anni Settanta. La regione si impoverì, l’acqua iniziò a scarseggiare a causa dell’aumento demografico della popolazione e per una cattiva gestione dei suoli. Tra il 2002 e il 2005 la proposta del Great Green Wall fu formulata: il progetto di riforestazione avrebbe dato vita a una cintura verde, lunga circa 8.000 chilometri e larga 15, che attraversasse il continente africano nella zona dell’Africa subsahariana. L’iniziativa trova un antecedente nella Green Dam in Algeria, un progetto di riforestazione messo in atto dalle autorità algerine. 

Il Great Green Wall fu presentato in occasione della Conferenza dei capi di Stato e di Governo della Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara, per volere degli allora Presidenti di Nigeria e Senegal. Nel 2007 il progetto fu approvato dall’Unione Africana, e patrocinato dalle Nazioni Unite: nacque così la Great Green Wall for the Sahara and the Sahel Initiative. Inizialmente erano undici le nazioni coinvolte nell’iniziativa, mentre oggi alla costruzione della grande muraglia verde collaborano oltre venti Paesi africani. Tra i partner internazionali la FAO, la Banca Mondiale e l’Unione Europea. 

Si calcola che circa il 46% del suolo africano è degradato. Nel 2017 sono state 20 milioni le persone nel Corno d’Africa che hanno sofferto la fame e si prevede che in milioni abbandoneranno l’Africa e migreranno verso altri continenti, andando ad aggiungersi alla schiera di profughi climatici. Gli attuali 100 milioni di abitanti del Sahel cresceranno fino a raggiungere i 340 milioni nel 2050, e circa 200 milioni di giovani che entreranno nel mercato del lavoro vivranno in zone rurali. Il Great Green Wall: da un lato si aumentano le terre fertili nella regione, dall’altro si combatte la povertà, si promuove la sicurezza alimentare, si consente a tutti accesso alle risorse d’acqua. Altro obiettivo: la riduzione delle differenze di genere, offrendo opportunità di impiego alle donne. Il Great Green Wall si propone come un esempio di iniziativa adempiente a 15 dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030 promossi dalle Nazioni Unite, per azzerare la povertà, fermare il cambiamento climatico e combattere l’ineguaglianza crescente. L’iniziativa si scontra con l’instabilità politica delle aree che il Great Green Wall dovrebbe attraversare, come il Mali. Qui il 18 agosto 2020 si è verificato il secondo colpo di stato del paese in meno di 10 anni, dopo quello del 2012. Nel corso degli anni sono emerse problematiche riguardo la gestione delle risorse idriche, che scarseggiano nei territori coinvolti. Si è cercato di arginare questa difficoltà scegliendo di piantare alberi con un’elevata resistenza alla siccità. La gestione delle risorse finanziare necessarie al progetto arriverebbero dai partner internazionali. 

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Lavori per il Great Green Wall. immagine di Giulio Napolitano presso FAO

Il Senegal, leader nella costruzione della grande muraglia verde, in meno di un decennio ha riforestato una superficie di 40 mila ettari, piantando oltre 12 milioni di alberi di sei diverse specie, prevalentemente datteri e acacie (piante in grado di sopportare la mancanza d’acqua e la siccità). Tra il mese di maggio e il mese di giugno i semi vengono selezionati e preparati, attività che dà occupazione ogni anno a circa 400 persone. In agosto, altri duemila individui piantano i semi, poco prima dell’arrivo della stagione delle piogge, a settembre. Gli alberi vengono piantati in settori delimitati da strisce incolte, in modo da proteggerli dall’avanzamento di incendi. Spesso si tratta di zone recintate, affinché i piccoli allevatori non vi facciano pascolare il bestiame – attività consentita in casi di estrema carestia. Si sta cercando di puntare a una maggior diversificazione dei prodotti coltivati dai contadini, attraverso i giardini polivalenti: qui vengono coltivati alberi da frutto, legumi e ortaggi utili non solo all’autosostentamento, ma anche al commercio. 

L’Etiopia ha riqualificato territori per un totale di 15 milioni di ettari. Il Burkina Faso ha restituito vita a 3 milioni di ettari di territorio utilizzando pratiche agricole locali della popolazione Zaï. Niger e Nigeria hanno riforestato 5 milioni di ettari di territorio ciascuno. In Niger è stata implementata una pratica dai costi ridotti chiamata naturale rigenerazione della terra, che consiste nel ripristinare la vegetazione degradata durante i periodi di siccità irrigando e rivitalizzando le radici. Inoltre, in questo Paese, così come in Burkina Faso e in Mali, la FAO sta promuovendo un approccio bottom-up verso le comunità locali, supportandole e consigliandole nella scelta delle coltivazioni più idonee a quelle aree. 

L’iniziativa del Great Green Wall nel suo complesso ha creato 350 mila posti di lavoro, generato un profitto di 90 milioni di dollari tra 2007 e 2017 e oltre 220 mila persone hanno ricevuto una formazione nel settore agrario e dell’allevamento, attraverso l’impiego di tecniche sostenibili. Entro il 2030, il Great Green Wall si propone di riforestare 100 milioni di ettari di terreno attualmente degradato, assorbire 250 milioni di tonnellate di anidride carbonica e creare 10 milioni di posti di lavoro nelle aree rurali. Nel 2019 solo il 15% di questi obiettivi è stato raggiunto.


I venti Paesi africani che aderiscono al progetto:
Burkina Faso, Camerun, Chad, Gibuti, Eritrea, Etiopia, Ghana, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Sudan, Algeria, Benin, Capo Verde, Egitto, Gambia, Libia, Somalia e Tunisia. Inoltre, il Great Green Wall conta (oltre alle Nazioni Unite e l’Unione Africana)

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