, exhibition view at Espace Louis Vuitton Venezia, 2026. Photo by Ludovica Arcero for Louis Vuitton

Lu Yang e l’avatar che smonta il sé: Louis Vuitton

Venezia, collaterale 61ª Biennale, il quarto capitolo di DOKU: un’installazione che mescola buddhismo, road movie e immagini AI per chiedere se l’identità esista ancora: Espace Louis Vuitton

Espace Louis Vuitton, Venezia: Lu Yang

L’Espace Louis Vuitton di Venezia ospita, in parallelo con la 61ª Biennale Internazionale d’Arte, DOKU The Illusion: una mostra personale di Lu Yang – artista nato a Shanghai nel 1984, che vive e lavora a Tokyo dopo essersi formato alla China Academy of Art di Hangzhou. In pochi anni si è imposto sulla scena internazionale con ambienti immersivi che combinano video generati al computer, installazioni multimediali, sculture e performance virtuali. Un linguaggio che gli è valso, tra gli altri riconoscimenti, il titolo di Artist of the Year assegnato da Deutsche Bank nel 2022.

La mostra veneziana non è un evento isolato: è il quarto capitolo di DOKU, un progetto narrativo avviato nel 2019. DOKU è un personaggio virtuale costruito a partire dalla digitalizzazione del volto dell’artista stesso – un avatar attraverso cui Lu Yang esplora forme di libertà impossibili nel corpo biologico. Ogni capitolo sposta l’asse concettuale: The Self nel 2022, The Flow nel 2023, The Creator nel 2025, e ora The Illusion, presentato all’Espace veneziano con sculture originali e un film inedito proiettato su un altare monumentale.

Lu Yang, DOKU e la filosofia buddhista: Madhyamaka, vacuità e l’illusione del sé

Per comprendere cosa fa Lu Yang – al di là dell’estetica cyberpunk di superficie – bisogna fare un passo indietro di circa duemila anni. Il riferimento filosofico che orienta l’intera serie è la Madhyamaka, scuola di pensiero buddhista fondata nel II secolo d.C. dal pensatore indiano Nāgārjuna. Il suo contributo centrale è la dottrina della śūnyatā, traducibile come “vacuità”: nessuna cosa — compreso il sé, l’io, la persona — possiede una natura intrinseca, una sostanza propria, un’essenza fissa. Il “sé” non è un’entità solida che precede l’esperienza: è un processo, una costruzione contingente, sempre in divenire. Non è nichilismo — Nāgārjuna era esplicito su questo punto: le cose esistono, funzionano, hanno nomi, ma non hanno un’essenza permanente e autonoma che le sostenga dall’interno.

Se l’identità non ha un nucleo fisso, allora il digitale non è una degenerazione del reale: è semplicemente un altro modo in cui il sé si manifesta e si trasforma. DOKU è una delle tante incarnazioni possibili di un sé che non ha mai avuto una versione originale. Il titolo di questo quarto capitolo, The Illusion, chiude il ragionamento: la Madhyamaka distingue tra verità convenzionale (le cose esistono, funzionano) e verità ultima (nessuna cosa ha natura intrinseca). Lu Yang abita questa tensione. DOKU è convincente, ha un volto riconoscibile, percorre paesaggi — ma il film ricorda allo spettatore che si tratta di māyā, l’illusione che nel pensiero buddhista vela la natura profonda della realtà.

Da The Self a The Illusion: i quattro capitoli del progetto DOKU di Lu Yang

The Self (2022) è il capitolo fondativo. Lu Yang introduce l’avatar e pone la domanda di partenza: cosa significa avere un sé nel digitale? DOKU viene scomposto e riassemblato, mostrato come costruzione. Il corpo biologico dell’artista e il corpo virtuale dell’avatar vengono sovrapposti e separati: non c’è gerarchia tra i due, non c’è un originale più autentico di una copia. The Flow (2023) sposta l’attenzione sull’impermanenza — altro concetto cardine del buddhismo. Se il primo capitolo chiedeva “chi sono?”, il secondo chiede “per quanto?”. L’identità non è solo spazialmente indeterminata: è temporalmente fragile.

The Creator (2025) introduce una svolta metacreativa: DOKU non è più solo un soggetto che esplora il mondo, ma un agente che produce. In un momento in cui gli strumenti AI ridisegnano i confini tra autore e algoritmo, la domanda “chi crea?” diventa urgente. The Illusion, il capitolo veneziano, è il culmine provvisorio di questo arco. Il film è girato principalmente nella penisola di Izu, in Giappone, e prende la forma di un road movie: DOKU sfreccia a bordo di un veicolo rosso attraverso i cieli blu cobalto e i paesaggi aperti di quella regione. La colonna sonora intreccia hip-hop, pianoforte e musica tradizionale, con voci e narrazioni intime. Non c’è rivelazione finale – la maschera non cade: è il volto.

Portrait of Lu Yang, 2022. Photo by Wang Shenshen
Portrait of Lu Yang, 2022. Photo by Wang Shenshen

DOKU The Illusion e la Biennale Arte 2026: il dialogo con il tema IN MINOR KEYS

La 61ª Biennale si svolge sotto il tema IN MINOR KEYS. Il modo minore, nella musica, è lo spazio dell’ambiguità emotiva, della tensione irrisolta, di ciò che si sottrae all’evidenza. Lu Yang dialoga con questo tema in modo non immediato. Il “modo minore” di DOKU è la scelta di non risolvere le domande che pone. L’avatar cambia forma, si dissolve. La solitudine di questa figura — le sue avventure sempre solitarie, il road movie percorso senza compagnia — ha qualcosa di elegiaco. DOKU è un personaggio in sospensione permanente, in attesa di qualcosa che il film non concederà mai. Questo è il registro della chiave minore.

Lu Yang e l’intelligenza artificiale: immagini AI, identità e costruzione della realtà

DOKU The Illusion mescola riprese dal vivo con immagini generate dall’intelligenza artificiale. In un’opera il cui tema centrale è l’illusione, la scelta non è ornamentale. Le immagini generate da AI sono, per definizione, immagini senza referente: mostrano un luogo statisticamente plausibile, assemblato a partire da milioni di immagini preesistenti. Sono convincenti nell’aspetto, vuote nel fondamento. Quando Lu Yang le inserisce in un film sulla natura dell’illusione, il cortocircuito è preciso: l’AI produce immagini che sembrano reali ma non lo sono — esattamente come il sé, nella Madhyamaka, sembra avere una sostanza ma non ce l’ha.

La coscienza umana, secondo la filosofia buddhista, non registra passivamente la realtà: la costruisce attivamente, la filtra, la interpreta. In questo senso l’AI non è un’anomalia rispetto alla percezione ordinaria, ma uno specchio fedele di un processo che già avviene nell’esperienza quotidiana. Lu Yang usa l’intelligenza artificiale per articolare un argomento. Ed è questo che lo distingue dalla maggior parte degli artisti contemporanei che lavorano con strumenti generativi come acceleratori produttivi.

Espace Louis Vuitton Venezia trasformato in un santuario cibernetico per DOKU

L’Espace Louis Vuitton Venezia, al Calle del Ridotto 1351, è stato trasformato in quello che si potrebbe definire un santuario cibernetico. Al centro, su un altare, un monumentale schermo LED proietta il film. Ai lati, due sculture originali raffigurano un Buddha che regge tra le mani il bhavacakra, la ruota della vita — il simbolo buddhista del ciclo dell’esistenza, dei sei regni tra cui il sé migra di rinascita in rinascita. Il pavimento è il tradizionale terrazzo veneziano; il soffitto è interamente a specchi. La riflessione moltiplica lo spazio e proietta la sagoma di ogni visitatore nell’installazione stessa: per qualche secondo, il confine tra spettatore e opera si dissolve, il sé si integra nell’immagine, poi scompare. Non è un effetto decorativo — è la tesi dell’opera resa esperienza diretta.

La struttura architettonica è quella di una chiesa: altare, sculture devozionali, navata di contemplazione. Il contenuto è radicalmente altro: un avatar digitale in un road movie, paesaggi AI, hip-hop in colonna sonora. La tensione tra forma sacra e contenuto secolare-digitale non è decorativa: è il soggetto stesso. Lu Yang non afferma che il digitale è sacro, né che il sacro è digitale. Chiede se la distinzione regga.

La mostra rientra nel programma Hors-les-murs della Fondation Louis Vuitton — giunto al suo decimo anniversario — che porta esposizioni negli Espaces di Tokyo, Monaco, Venezia, Pechino, Seoul e Osaka. La curatela è di Claire Staebler, già curatrice alla Fondation Louis Vuitton per un decennio e oggi direttrice del Frac des Pays de la Loire.

Chi è Lu Yang: da Shanghai all’avatar DOKU tra Venezia, Tokyo e New York

Lu Yang è uno degli artisti più seguiti della sua generazione. Dopo le personali al Mori Art Museum di Tokyo e alla Kunsthalle Basel, e dopo la partecipazione alla 59ª Biennale di Venezia nel 2022, il 2025 lo vede attivo su più fronti contemporaneamente: oltre a Venezia, ha progetti in corso a Hong Kong, New York e sull’High Line. Nel 2026 partecipperà alla riapertura del New Museum con New Humans: Memories of the Future. Non è mai stato così visibile — e DOKU The Illusion è forse l’opera in cui ha messo a fuoco con maggiore nitidezza ciò che ha sempre cercato di dire.

Wheel of Maya, exhibition view at Espace Louis Vuitton Venezia, 2026. Photo by Ludovica Arcero for Louis Vuitton
Wheel of Maya, exhibition view at Espace Louis Vuitton Venezia, 2026. Photo by Ludovica Arcero for Louis Vuitton
, exhibition view at Espace Louis Vuitton Venezia, 2026. Photo by Ludovica Arcero for Louis Vuitton
DOKU The Illusion, exhibition view at Espace Louis Vuitton Venezia, 2026. Photo by Ludovica Arcero for Louis Vuitton