Julia Armfield, Immagine di copertina del libro Riti Privati – Foto Francesco Ormando

Re Lear e le sue figlie lesbiche: l’apocalisse queer di Julia Armfield

Salone del Libro di Torino 2026, Julia Armfield con Riti Privati (Mercurio Books): il Re Lear in chiave queer e horror – in un momento politico poco innocuo

Julia Armfield al Salone del Libro di Torino 2026: Riti Privati tra queer horror e fine del mondo

Tra gli ospiti del Salone del Libro di Torino 2026, Julia Armfield — nata a Londra nel 1990 — ha portato in Italia il suo secondo romanzo, confermando tutto quello che già si intravedeva nella raccolta di racconti Mantide (Bompiani, 2022): il corpo di donna nel suo mutare, la materia del mondo che si mescola con quella del sogno, i mostri, l’acqua, l’amore. Con Le nostre mogli negli abissi (Bompiani, 2024) aveva scritto il diario di bordo di una coppia alla deriva. Con Riti Privati va oltre: tre sorelle queer, una famiglia al collasso, un mondo che finisce.

Riti Privati di Julia Armfield: famiglia queer, apocalisse climatica e trauma domestico

Un padre padrone, cinico e geniale. Un uomo che ha saputo disegnare case pronte a sfiorare il cielo mentre il mondo veniva sommerso dalle acque piovane. Un visionario, un tiranno. E le figlie: Isla e Irene, sorelle di madre, e Agnes, la più piccola, nata dal secondo matrimonio. Tutte e tre queer. Tutte e tre nevrotiche, impacciate, fragili e scomposte, intrappolate nei corridoi della casa dove sono nate e cresciute, con addosso tutta la rabbia di chi non aspetta altro che lasciare quel posto, incendiarlo, vederlo franare.

Come ogni racconto d’orrore che si rispetti, Riti Privati è prima di tutto la storia di una casa, di piccoli gesti quotidiani, di padri da tradire, di chincaglierie da salvare prima che tutto finisca. Il punto di partenza, lo racconta l’autrice stessa, è stata un’ossessione cinematografica:

«Mentre scrivevo guardavo molti film catastrofici o apocalittici: “Armageddon”, “Deep Impact”, “Twister”, “Take Shelter”, “Melancholia”. Mi sono resa conto di quanto la famiglia sia centrale in questo tipo di narrazione. Tutto ruota attorno a mamma, papà, figlio, cane, bunker. Ho iniziato allora a chiedermi: se frana la famiglia, quale sarebbe la cosa che vorresti salvare nel momento in cui un asteroide sta per colpire la Terra?»

Re Lear riscritto in chiave queer: Julia Armfield tra Shakespeare e horror contemporaneo

Il Re Lear di Shakespeare è il sottotesto esplicito — ma Armfield non si limita a travasare la tragedia in un contesto contemporaneo. Lo rovescia. In Shakespeare sono Goneril e Regan a tradire il padre, Cordelia a rimanergli fedele fino alla morte: il testo originale è, in fondo, una storia di lealtà patrilineare e di punizione del disordine. In Riti Privati, il tradimento del padre non è più il nucleo morale negativo: è la condizione necessaria per sopravvivere. Le figlie non devono scegliere tra amore e interesse — devono scegliere se esistere.

Armfield distingue nettamente i due romanzi nel metodo, prima ancora che nella forma. «Un’amica una volta mi ha detto che esistono “romanzi di testa” e “romanzi di cuore”. Per “Le nostre mogli negli abissi” sapevo cosa sarebbe successo e come sarebbe finito, nel momento in cui ho capito che potevano esserci due voci, tutto ha preso forma. Per “Riti Privati” ho dovuto costruire una struttura attorno ai temi che volevo affrontare. Sapevo di voler parlare di fratelli e sorelle. Sapevo di voler parlare del lutto in un modo leggermente diverso dal solito. L’aspetto centrale di questa storia è l’elaborazione di un dolore personale quando sembra che tutto attorno stia finendo: in questa situazione di crisi, dove sta la moralità nel continuare ad aggrapparsi a piccoli rancori personali?»

Acqua, identità lesbica e cli-fi queer nella narrativa di Julia Armfield

Dalla crisi climatica del racconto Salmastro e lento alle profondità marine di Le nostre mogli negli abissi, l’acqua è una costante nella scrittura di Armfield. Non un’ossessione casuale: è una scelta con radici precise nella tradizione letteraria lesbica e queer.

Sarah Waters — che Armfield cita esplicitamente come influenza — ambienta i suoi primi romanzi nell’Inghilterra vittoriana costiera: l’acqua, lì, è confine tra mondi, zona di sospensione e trasformazione. Nei film di Céline Sciamma — Ritratto della giovane in fiamme, Naissance des pieuvres — il mare è lo spazio fuori dalla norma, il luogo in cui le regole dell’eterosessualità obbligatoria smettono momentaneamente di valere. La cli-fi queer, un filone emergente nella letteratura anglofona degli ultimi anni, ha trasformato la crisi climatica in metafora dell’esclusione sistemica: il mondo che si allaga è il mondo che non ha mai fatto abbastanza spazio.

«Mi sono chiesta perché stessi continuando a scrivere d’acqua e che cosa rappresentasse per me, e mi sono resa conto che quello che assorbi finisci poi per restituirlo. Molte narrazioni lesbiche che ho incontrato nella mia giovinezza avevano a che fare con l’acqua. L’acqua mi permette di parlare dell’instabilità, della liminalità. Restituisce il fulcro dell’esperienza queer: l’essere una cosa in superficie e un’altra in profondità.»

Julia Armfield, Ph. Avery Curran
Julia Armfield, Ph. Avery Curran

Horror: il genere più gay che esista

Riti Privati è un thriller psicologico, una favola horror, la riscrittura distopica di una grande tragedia classica. È anche un dramma da camera, un racconto di famiglia, la trascrizione di un incubo. Armfield gioca coi generi, li storce, li dilata, li impasta fino a crearne uno tutto suo — e lo fa partendo da una convinzione precisa, storicamente fondata.

James Whale, il regista che nel 1931 portò Frankenstein alla Universal Studios, era apertamente gay — una rarità nell’Hollywood dell’epoca. I critici hanno osservato che uno dei segreti del suo successo consisteva nel dare ai mostri una personalità, e molti storici ritengono che la sua identità gay — la consapevolezza di cosa significa essere un outsider nella società — rendesse possibile quella profondità. Da quegli anni, Whale ha impresso per sempre un’estetica queer al genere horror. Il mostro che vuole essere parte della società ma non trova posto in essa: difficile immaginare una metafora più precisa.

«Il genere più gay in assoluto è l’horror. Credo sia sempre stato un rifugio per le voci queer. Basta pensare ai vecchi film della Universal: “Frankenstein” è stato diretto da James Whale, un uomo gay che ha creato un linguaggio visivo che ha attraversato tutta la storia dell’horror. L’immaginario si è propagato: nel genere c’è ancora oggi un’estetica queer così evidente. La queerness è immaginare un altro mondo. Nasce in opposizione alla norma. In opposizione al capitalismo. In opposizione all’assimilazione.»

La tradizione in cui si inserisce: da Angela Carter a Carmen Maria Machado

C’è una linea che attraversa la letteratura anglofona del Novecento e del nuovo millennio: quella dell’horror come linguaggio del margine, del corpo femminile e queer come territorio del perturbante. Angela Carter ne è la progenitrice moderna — nei suoi racconti, le fiabe si rivelano gabbie patriarcali, i lupi parlano e le donne mangiano. Da Carter in poi, il genere si è rivelato uno spazio insolitamente ospitale per le voci escluse dalla narrativa mainstream.

Carmen Maria Machado, con Her Body and Other Parties (2017), ha compiuto per la letteratura queer americana quello che Armfield sta facendo per quella britannica: usare le tecniche letterarie dell’horror e della fantascienza per esporre verità sulle parabole della modernità, con protagoniste donne queer spesso senza scuse per la propria sessualità. Non è un caso che i critici abbiano accostato Machado proprio a Carter, per l’uso della suspense e del perturbante, per la capacità di sovvertire i tropi classici pur restando radicata in questioni sociali urgenti. 

Armfield si colloca in questa genealogia con una specificità geografica e stilistica propria: la sua scrittura è più fredda, più liquida, più vicina alla tradizione del weird britannico. Ma il progetto è lo stesso — fare dell’orrore uno strumento di verità.

Storie queer che non cercano l’approvazione — e un contesto politico che brucia

C’è una trappola, secondo Armfield, nel modo in cui le storie queer vengono raccontate oggi. Una trappola fatta di accettazione facile, di lieto fine rassicurante — costruita, soprattutto, per un pubblico che non è quello di riferimento. Ma mentre si parla di rappresentazione, il quadro legale si deteriora.

Il 16 aprile 2025, la Corte Suprema del Regno Unito ha emesso una sentenza unanime nel caso For Women Scotland v. The Scottish Ministers: i termini “donna” e “sesso” nell’Equality Act 2010 si riferiscono esclusivamente al sesso biologico assegnato alla nascita, escludendo le persone trans — anche quelle in possesso di un Gender Recognition Certificate — dal riconoscimento legale della propria identità di genere. Le interpretazioni della sentenza da parte delle autorità hanno di fatto obbligato le persone trans a utilizzare servizi e strutture a uso segregato secondo il sesso assegnato alla nascita, in contrasto con la loro identità e il loro aspetto. Victoria McCloud, prima giudice trans del Regno Unito, ha definito pubblicamente quello attuale un momento spaventoso per le persone trans, segnando l’inizio di una lotta per i diritti molto più intensa.

È in questo contesto che vanno lette le parole di Armfield:

«Siamo arrivati a un punto in cui pensiamo: ormai siamo circondati da storie gay, abbiamo vinto. E non è che questo non sia meraviglioso — in qualche modo, abbiamo davvero vinto. Tuttavia, nel Regno Unito i diritti delle persone trans stanno subendo un’involuzione, ed è terribile. Dobbiamo proteggerci a vicenda: andare alle proteste, sostenere azioni dirette. È fondamentale creare arte gli uni per gli altri. Spesso le storie queer sono pensate per piacere a un pubblico eterosessuale. Io non voglio scrivere storie in cui tutti vengono accettati dai genitori e vissero per sempre felici e contenti. Voglio scrivere storie queer che non cercano di infilarsi in un cappotto che non è della loro taglia.»

Scrivere contro l’intelligenza artificiale — e contro la propria alienazione

L’ultimo tema, il più personale: il senso della scrittura in un momento in cui tutto sembra mettere in discussione la necessità stessa dell’arte umana.

«La scrittura è un atto di empatia. Scrivo per capire cosa provo riguardo alle cose. È molto facile — soprattutto per come stanno andando le cose oggi — sentirsi alienati dalle altre persone e anche da sé stessi. La scrittura è un modo di stare nel mondo. Penso che sia fondamentale continuare a scrivere i nostri libri in un momento in cui l’intelligenza artificiale è pronta a darci il colpo di grazia. Creare arte, in qualsiasi forma, è un’espressione della propria umanità. Questo è il motivo per cui devo continuare a scrivere. E anche perché è semplicemente l’unica cosa che so fare.»

Julia Armfield, Immagine di copertina del libro Riti Privati – Foto Francesco Ormando
Julia Armfield, Immagine di copertina del libro Riti Privati – Foto Francesco Ormando
Ph. Brett Stanley – copertina dell'album Titanic Rising di Weyes Blood
Ph. Brett Stanley – copertina dell’album Titanic Rising di Weyes Blood
Ph. Brett Stanley (copertina dell_album Titanic Rising di Weyes Blood)
Ph. Brett Stanley – copertina dell’album Titanic Rising di Weyes Blood