
Mattia Berveglieri e le etichette dei vestiti: cosa raccontano davvero i capi?
Dal cotone al poliestere fino alla canapa, ogni materiale racconta solo una parte del processo: Mattia Berveglieri analizza le etichette di lusso e fast fashion per indagare la filiera
Mattia Berveglieri, cosa racconta davvero l’etichetta di un capo
Mattia Berveglieri è un creator italiano che ha costruito la propria visibilità analizzando le etichette dei capi di abbigliamento, soprattutto nel fast fashion ma anche nel segmento del lusso. Parte dalla composizione fibrosa per interrogare una filiera produttiva invisibile al consumatore.
La normativa europea impone che nell’etichetta sia indicata la percentuale delle fibre tessili, ma questa informazione rappresenta solo una minima parte del processo. Non dice da dove proviene la fibra, non indica come è stata coltivata o prodotta, non documenta i trattamenti chimici né le condizioni di lavoro lungo la filiera: «L’etichetta è il primo livello di lettura, ma non basta».
La sostenibilità nell’industria tessile è una bugia?
La produzione globale di abbigliamento ha superato i cento miliardi di capi all’anno. Negli ultimi due decenni il settore si è progressivamente orientato verso un modello ad alta rotazione, in cui la velocità di immissione sul mercato viene prima della qualità o della durata del prodotto. Le collezioni si moltiplicano, i tempi si accorciano, i prezzi si abbassano e questo modifica anche il comportamento del consumatore, che acquista più frequentemente e utilizza i capi per periodi più brevi.
L’aumento dei volumi ha un impatto diretto su tutte le fasi della filiera. Le emissioni di gas serra associate al settore tessile sono stimate intorno al quattro percento del totale globale. C’è poi la questione del consumo idrico: la produzione di una singola t-shirt in cotone può richiedere migliaia di litri d’acqua, considerando irrigazione e lavorazione. A questo si aggiunge il problema degli scarichi industriali, soprattutto nelle fasi di tintura e finissaggio, che in molti Paesi produttori rappresentano una delle principali fonti di inquinamento delle acque superficiali.
La composizione indicata in etichetta non permette di ricostruire il peso ambientale del capo: «Quando si parla di sostenibilità nell’industria tessile, si tende a guardare al materiale, ma il materiale è solo una parte del processo». La stessa fibra può avere impatti molto diversi a seconda di come viene coltivata, trasformata e trasportata.
Cotone: una fibra naturale trasformata da processi industriali
Il cotone è la fibra naturale più diffusa al mondo e continua a essere associata a un’idea di naturalità, sicurezza e qualità. Tuttavia, il suo ciclo produttivo mostra come la distinzione tra naturale e industriale sia meno netta di quanto appaia: «Il cotone è percepito come una scelta sicura perché è naturale, ma questa percezione non tiene conto di tutto quello che succede prima».
La coltivazione del cotone richiede grandi quantità d’acqua e un uso significativo di pesticidi e fertilizzanti. In alcune aree, come l’Asia centrale, l’espansione delle coltivazioni ha contribuito a trasformazioni ambientali, con effetti visibili sulla disponibilità delle risorse idriche.
Dopo la raccolta, il cotone è sottoposto a una serie di trasformazioni che ne modificano le caratteristiche: pulizia, filatura, sbiancamento, tintura, finissaggio. Ogni fase introduce variabili tecniche e chimiche che incidono sull’impatto ambientale complessivo. Il prodotto finale è il risultato di questa sequenza, non della sola materia prima.
Poliestere e microfibre: la plastica che si muove tra lavaggi e acque reflue
Se il cotone rappresenta il caso della naturalità trasformata, il poliestere è l’esempio opposto: una fibra sintetica che ha progressivamente conquistato il mercato fino a rappresentare oltre la metà della produzione tessile globale. La sua diffusione è dovuta a costo contenuto, resistenza, stabilità, facilità di lavorazione. È un materiale progettato per rispondere alle esigenze dell’industria e si integra nel modello produttivo attuale.
Il problema principale non è solo la sua origine fossile, ma il suo comportamento durante l’uso. Durante il lavaggio domestico, i capi in poliestere rilasciano microfibre che entrano nei sistemi idrici. Una parte di queste particelle sfugge ai processi di depurazione e raggiunge fiumi e oceani, contribuendo alla diffusione di microplastiche negli ecosistemi: «Le microfibre sono una conseguenza diretta dell’uso dei sintetici, ma non sono visibili al consumatore».
Il poliestere riciclato è spesso presentato come soluzione, ma «non cambia il rilascio di microfibre».

Il riciclo tessile resta incompleto, le fibre si mescolano e non tornano indietro
Se i volumi aumentano e la durata d’uso si riduce, il fine vita dei capi diventa un nodo centrale della produzione tessile. A livello globale, meno dell’un percento dei tessuti è riciclato in nuovi capi di qualità equivalente. La maggior parte segue percorsi alternativi: riutilizzo, esportazione verso mercati secondari, smaltimento.
La struttura dei capi contemporanei rende difficile il recupero delle fibre. Le mischie tra materiali diversi — come cotone con poliestere o viscosa con elastan — migliorano le prestazioni durante l’uso, ma complicano la separazione a fine vita.
Il riciclo meccanico del cotone, oggi il più diffuso, accorcia le fibre e riduce la qualità del filato ottenuto. Questo implica che il materiale riciclato sia utilizzato in prodotti di valore inferiore, non in nuovi capi equivalenti. Il riciclo chimico, che permetterebbe una separazione più precisa, è ancora limitato a pochi impianti e richiede condizioni tecniche e investimenti che non sono diffusi su larga scala.
Anche elementi apparentemente marginali, come applicazioni o bottoni, possono compromettere l’intero processo. Il risultato è un sistema che produce materiali difficili da recuperare: «Il fine vita è la parte meno considerata quando si progetta un capo». Non si tratta solo di una lacuna tecnologica, ma di un’impostazione industriale che privilegia la fase di vendita rispetto a quella di recupero.
Bangladesh, Pakistan: la produzione si sposta dove il costo del lavoro si abbassa
La filiera tessile. Le diverse fasi — coltivazione, filatura, tessitura, confezionamento — sono distribuite tra Paesi diversi, scelti in base a costi, infrastrutture e normative.
Il Bangladesh rappresenta uno dei principali poli produttivi a livello globale. Il settore dell’abbigliamento impiega milioni di lavoratori e costituisce una parte significativa dell’economia nazionale. Il crollo del Rana Plaza nel 2013, un edificio che ospitava diverse fabbriche tessili nell’area metropolitana di Dhaka, causò la morte di oltre millecento lavoratori e portò alla luce le precarie condizioni di sicurezza del comparto. In seguito, furono introdotti programmi internazionali di monitoraggio — come l’Accord on Fire and Building Safety — con l’obiettivo di verificare la stabilità degli edifici e ridurre i rischi strutturali nelle fabbriche del settore. Tuttavia, i salari nel settore restano tra i più bassi a livello globale, gli orari di lavoro superano frequentemente le otto ore contrattuali e i diritti sindacali sono limitati.
In Pakistan, la filiera del cotone e della filatura è centrale e coinvolge contesti rurali in cui è ancora presente il lavoro minorile: «Quando da Primark trovo completi da bambino in vendita a quattro euro, mi chiedo come sia possibile, nemmeno un materiale scadente giustifica un prezzo così basso; è quindi probabile che sia stato cucito da un coetaneo di chi lo indosserà».
Lusso vs fast fashion: quando la composizione non giustifica il prezzo
Il fast fashion e il lusso sono spesso presentati come poli opposti, ma la composizione dei capi mostra una distinzione meno netta. Fibre sintetiche e mischie sono presenti in entrambe le categorie: «La composizione non è sempre coerente con il prezzo e spesso non è quello che ci si aspetta guardando il posizionamento di un brand».
Il prezzo si costruisce attraverso una serie di elementi che non compaiono nell’etichetta, come progettazione, distribuzione, comunicazione, posizionamento del brand: «Il materiale è solo una parte del prodotto, tutto il resto riguarda come viene costruito e comunicato».
Nel segmento del lusso, la narrazione del prodotto gioca un ruolo centrale. Il materiale viene inserito in un contesto simbolico che ne modifica la percezione. Nel fast fashion, il prezzo basso è il risultato di una filiera ottimizzata sui costi e sui volumi.
Berveglieri sottolinea come la lettura dell’etichetta sia utile proprio per mettere in discussione automatismi consolidati: «Guardare la composizione serve a capire che il materiale è solo una parte del prodotto. Certo, se guardi solo quella rischi di perdere il quadro completo, ma è proprio da lì che capisci che qualcosa non torna».
La canapa può essere un’alternativa, ma manca la filiera
La canapa può essere una fibra alternativa al cotone perché ha un minore fabbisogno idrico e si può coltivare senza pesticidi intensivi. Dal punto di vista agronomico, presenta caratteristiche favorevoli: crescita rapida, adattabilità a diversi terreni, capacità di contribuire alla rotazione delle colture.
La trasformazione della canapa in fibra tessile introduce una serie di passaggi tecnici che incidono sia sull’impatto ambientale sia sulla qualità del prodotto finale. Dopo la raccolta, il fusto deve essere sottoposto a macerazione per separare le fibre: un processo che può avvenire in modo naturale, attraverso l’azione di microrganismi, oppure tramite trattamenti chimici o meccanici. Ogni metodo comporta tempi, costi e risultati diversi, e non esiste una standardizzazione diffusa come nel caso del cotone. A questa fase segue la filatura, che richiede una materia prima uniforme.
La variabilità della fibra e la mancanza di infrastrutture dedicate rendono più complessa la produzione su larga scala. La filiera della canapa non è ancora strutturata in modo uniforme a livello globale. Questo incide sulla disponibilità del materiale, sulla qualità del filato e sulla possibilità di integrarlo in processi industriali standardizzati: «Non è una fibra che oggi può sostenere gli stessi volumi del cotone o del poliestere».
Debora Vitulano

