
Open House 2026: Milano dall’alto e una digressione sul razionalismo
L’XI edizione di Open House Milano — 23 e 24 maggio, ottanta luoghi aperti con visite guidate gratuite — porta il pubblico dentro gli edifici che hanno formato l’identità di Milano
Open House Milano 2026: la città si apre. L’XI edizione — Sabato 23 e domenica 24 maggio 2026 — ha come tema Milano dall’Alto
Open House Milano entra nel suo secondo decennio con l’XI edizione: sabato 23 e domenica 24 maggio 2026, ottanta luoghi della città aprono al pubblico con visite guidate gratuite. Il tema scelto per il 2026 è Milano dall’alto — uno sguardo che cerca le connessioni tra le parti della città, tra le epoche, tra chi la costruisce e chi la abita.
Il format nasce nel 1992 con Open House London, ideato da Victoria Thornton, e si è diffuso in 55 città del mondo. Open House Milano lo ha adottato a partire dal 2015, trasformando la visita in una pratica collettiva: entrare in spazi normalmente chiusi, rallentare, guardare con attenzione. In questi anni OHM ha aperto centinaia di luoghi, costruendo un ritmo di visita più lento e consapevole di quello che la città solitamente impone.
Milano dall’Alto: il tema dell’XI edizione di Open House Milano
Il tema dell’edizione 2026, MILANO DALL’ALTO, nasce dal desiderio di cambiare prospettiva. Sollevare lo sguardo per leggere Milano come un organismo vivo, dinamico e interconnesso, dove stratificazioni storiche, trasformazioni urbane e nuove geografie sociali si intrecciano in un disegno complesso.
Dall’alto emergono connessioni che nella quotidianità spesso sfuggono: il rapporto tra centro e periferie, tra memoria e innovazione, tra densità urbana e qualità dell’abitare. Milano si rivela così come una città che non smette di raccontarsi.
“In una città spesso attraversata da iniziative ipertrofiche e consumate rapidamente, Open House Milano continua a essere uno spazio di ascolto, scoperta e attenzione. Un progetto che invita a rallentare.” commenta Lucia Mannella, co-direttore Open House Milano. “Condividere l’architettura: è questo il principio alla base del progetto Open House. Condividere storie, conoscenze e valori significa promuovere occasioni di scambio reciproco capaci di arricchire tutti.” aggiunge Maya Plata, co-direttore Open House Milano.
Il programma 2026 di Open House Milano: 80 luoghi da scoprire
Gli 80 luoghi visitabili di Open House Milano 2026 compongono una geografia eterogenea della città contemporanea: architetture iconiche, spazi privati, sedi istituzionali, luoghi del lavoro, nuovi landmark urbani. Il programma, consultabile e prenotabile su openhousemilano.org, nasce da una rete sempre più ampia di collaborazioni e sinergie progettuali.
Tra le aperture più attese: la Torre Velasca, dove è possibile varcare per la prima volta le porte di Signiture al piano alto; Casa De Pas, testimonianza straordinaria dell’interior design anni Settanta; il complesso MULINO Factory e MuaMua Hotel, ex pastificio realizzato con la collaborazione di Gio Ponti oggi trasformato in comunità abitativa ibrida; e Banca Investis con gli spazi di Casa Girola, elegante edificio rielaborato da Piero Portaluppi negli anni della modernizzazione milanese.
Tra le partnership 2026: NABA inaugura la manifestazione con un progetto performativo; ABITARE propone uno sguardo critico sulle trasformazioni dell’abitare; Lombardini22 apre per la prima volta il proprio headquarter. E poi gallerie d’arte, case museo, conservatori, hotel storici e contemporanei.
Conoscere la città significa imparare a viverla con maggiore attenzione.
L’architettura come accesso alla città
Open House Milano porta i visitatori dentro gli edifici che hanno formato l’estetica della città: razionalisti, modernisti, brutalisti. La Torre Velasca, Casa De Pas, il complesso di Gio Ponti in via Molise, Casa Girola di Portaluppi. Edifici che nella quotidianità si osservano dall’esterno e che in queste due giornate si attraversano.
Il tema Milano dall’alto, scelto per questa edizione, chiede di leggere la città come un organismo con una propria logica — il rapporto tra centro e periferia, tra le stratificazioni storiche e i nuovi interventi, tra la densità costruita e la qualità degli spazi interni. È lo stesso esercizio che propone l’articolo che segue: capire Milano attraverso la sua architettura, cercare in essa un’identità precisa.
Editorial Team




L’identità di Milano Razionalista
Quella identità ha un nome: razionalismo. Un’estetica che diventa identità e definizione sia per la città sia per chi la abita: lo spirito milanese, quella dedizione laboriosa al risultato, all’innovazione, alla concretezza. Il razionalismo in architettura, nella sua esperienza italiana, si manifesta a Milano quale fulcro dell’industria sviluppatasi in Brianza e in tutto il Nord Italia.
Milano è una città borghese che non ha mai accettato lo snobismo costruito su un privilegio, su un’eredità anche aristocratica: lo snobismo di Milano si fonda sull’ammirazione per una superiorità intellettuale e pragmatica alla quale si smania appartenere. L’estetica in architettura che si andò formando dopo il secondo conflitto, sulle macerie lasciate dai bombardamenti e sulla nuova pianta disegnata dai fascisti, si presentò quale matrice di un ragionamento cervellotico quanto lineare. Un’estetica che ricercava un segno liquido, minimo e immediato – e che voleva illuminarsi tenendo distanza dal decoro e dal ghirigoro, dal convenevole, dalla chiacchiera, dal pettegolezzo. Un’estetica che amplificava la sicurezza in se stesso si suppone propria a ogni architetto professionista, e che si nutriva di modernità e progresso.
Una casa nuova a Milano: negli anni Cinquanta i figli lasciavano i salotti affrescati
Il fascismo fu abbattuto, così come infranto fu il delirio di un’Italia imperiale – mitologie spazzate via come una mano spazza via pulviscolo dal tavolo. L’estetica proletaria russa comunista sussisteva e sapeva affascinare chi si dichiarava in lotta per la libertà – ma senza alcuna simpatia per quegli Americani che la libertà ce l’avevano procurata.
Erano gli anni del boom economico. Chi poteva sentirsi agiato contava su una ricchezza che aveva superato gli anni del conflitto senza esserne scalfitta, oppure curava una fortuna che si era formata rispondendo alle esigenze di guerra e che dopo la guerra si era trasformata in un’attività proficua, consistente e persistente.
In parafrasi, chi poteva sentirsi agiato voleva una casa nuova. Danni permanenti o impianti datati, brutti ricordi o fantasmi nelle stanze – poco interesse per quegli edifici fatiscenti, ottocenteschi, con cornicioni alle finestre e sui portali. Una casa nuova, a Milano, moderna – era il desiderio od ogni figlio di padrone abbiente. I giovani e i ricchi sognavano edifici in vetro e cemento armato, la cultura e l’estetica erano dettate da Le Corbusier e da Frank Lloyd Wright – anche la moda era dettata da questi maestri di architettura.
I figli sembrano screanzati agli occhi dei genitori: com’è possibile? Al salotto affrescato, alle tele neoclassiche, si colonnati e alle scale in pietra – la nuova generazione preferiva i pilastri, pareti trasparenti, piani in acciaio e lastre ruvide. L’identità di Milano si andava formando: incontrava il brutalismo internazionale che presto Ricardo Bofill avrebbe sviluppato in Francia come in Messico e allo stesso tempo liquidava le ultime espressioni di decorativismo di Portaluppi e di Gio Ponti. Comprendeva il minimalismo americano di Mies Van De Rohe.
Efficacia, buon vivere, comodità – Milano, città borghese e pragmatica
Negli anni Sessanta, Milano manteneva una sorta di umiltà, di rispetto di fronte a espressioni visuali così eclatanti. Era come se Milano sapesse ripetersi: – grandi maestri, grandi esagerazioni, ma noi qui stiamo con i piedi per terra, facciamo cose che abbiano senso. Non si trattò mai di sminuire lo sforzo creativo, non si trattò mai di senso di inferiorità o di provincialismo: si trattò di precisione. Efficacia, comodità: a Milano, la genialità del grande spettacolo in architettura mondiale, si trasformò in un buon vivere locale. Più che altro, a Milano, la bellezza di un disegno diventò una questione intellettuale ben prima che una forma culturale (– da tenere sempre a mente, la differenza tra intellettuale e culturale). Persino la letteratura si trasformò in industria commerciale – Milano prese il titolo di capitale dell’editoria.
Che cos’è Milano? Per rispondere è più facile dire cosa Milano non è
Come spesso accade, è più facile dire cosa Milano non sia. Milano non è decoro. Milano non è un tessuto stampato, broccato, ricamato. Milano non è un’esagerazione floreale. Milano non è simpatica. Milano non è la scenografia per video ridicoli di fronte a un cappuccino dopo le undici. Milano non è un chiacchiericcio. Milano non è una festa – come forse poteva esserlo Parigi secondo Hemingway. Milano non è un posto per persone frivole. Milano non è bella, ma non è brutta – Milano è una signora arcigna che legge troppi libri e che ha sempre la risposta pronta.
La differenza tra Milano e Torino – Gianni Agnelli, esempio di quanto un milanese non sia
Per comprendere Milano si deve anche osservare quanto Milano fosse diversa da Torino, città monarchica. Gianni Agnelli rappresenta ancora oggi l’epitome di quello che un uomo milanese non può e non deve essere. Agnelli non fu un mecenate della nuova architettura contemporanea di quei tempi – preferiva i salotti decorati da Mongiardino come se volesse illudersi di vivere nel rococò di Versailles con le sue mummie da ancien régime. La storia di Agnelli resta un fenomeno di costume, piacevole certo quando appariva nelle pagine di Arbasino – la musa di Arbasino, Domietta Del Drago, fu l’amante di Gianni Agnelli.
I neologismi italo inglese dell’avvocato Agnelli – per esempio, skiare – volevano apparire come distrazioni quando invece erano precise dimostrazioni di superiorità di classe. Agnelli mise in smacco la giovane Repubblica Italiana a colpi di cassa integrazione: voleva limitare lo sviluppo di una rete ferroviaria italiana così che potesse vendere più utilitarie. Se la rete ferroviaria italiana è stata lenta nel suo sviluppo, è stata colpa della famiglia Agnelli.
Gli Agnelli costruirono Sestriere per i loro operai: edifici popolari in montagna che tutt’oggi gridano la mancanza di alberi in una valle desolata tra monti di carbone coperti di neve – mentre Agnelli se ne stava a St Moritz, a Gstaad e a Courchevel dove era ben sicuro di non incontrarli, i suoi operai.
Milano, la definizione di una città borghese e pragmatica
Diversamente da Torino, Milano appariva quale città borghese e pragmatica. Pulizia e geometria ricordavano la funzionalità e l’efficienza della fabbrica, quel luogo cui erano grati perché dalla fabbrica proveniva la ricchezza che dava agio. Non solo l’architettura industriale fu matrice di codice estetico, ma anche l’edilizia popolare. Il padrone voleva sentirsi vicino ai suoi operai, la sua casa doveva essere sì più bella e ampia, ma doveva esprimersi nello stesso linguaggio.
L’industriale dava uno stipendio all’operaio, e sapeva sentirsi responsabile di tutta la famiglia del suo operaio: le scuole e le colonie estive per i figli, i mercati convenzionati per le mogli, gli ospedali. L’industriale era il padre e il padrone, l’intera vita del suo dipendente dipendeva da lui, non soltanto il conto in banca. L’etica del padrone è in continuo aggiornamento – ma il significato rimane lo stesso: l’imprenditore milanese che otteneva successo voleva il lusso senza ostentarlo – perché poi la mattina dopo in fabbrica voleva mettersi al fianco dei suoi operai.
Quel è l’identità architettonica ed estetica di Milano?
Proviamoci, a definire Milano e la sua identità architettonica ed estetica: un’identità che fu concepita dal Neoclassicismo del Piermarini e si produsse in edilizia residenziale, signorile e popolare, dell’Ottocento. Di quel Neoclassicismo di fine Settecento, poco più di un secolo dopo, l’epoca fascista avrebbe recuperato le matrici romane: mescolandoli all’elettricità dell’Art Decò e dando luogo a un’architettura monumentale: la Stazione Centrale. Con l’arrivo del razionalismo del dopo guerra e del boom economico, l’identità di Milano incontra un nuovo vigore, quello dei maestri degli Anni Cinquanta e Sessanta.
Piazza Meda, un luogo che è esempio e sintesi
La Forma dell’Utile è il titolo della mostra alla Triennale nel 1951, allestita e curata dallo studio BBPR. La Torre Velasca fu costruita nel 1958, per la quale BBPR è ricordato. Dello stesso anno è l’edificio per uffici, ex Chase Manhattan Bank, in Piazza Meda – un progetto meno eclatante, della Torre, e per questo più esplicativo dell’identità milanese che sto provando a codificare.
L’ex banca firmata da BBPR presenta un colonnato in ferro e acciaio posto su una curva. Questo colonnato congiunge e raccorda via Hoepli – con la libreria disegnata da Luigi Figni e Gino Pollini (1958) – all’abside della chiesa di San Fedele (San Fedele è la chiesa di Alessandro Manzoni: sui gradini per entrarvi, nel 1873 il Manzoni cadde a terra e nel declino dei suoi ultimi mesi). Nel centro di questa Piazza Meda, il Sole, il disco grande di Pomodoro, tra alcune magnolie piantumate. Due palazzi degli anni Trenta si fronteggiano: la Banca Popolare di Giovanni Greppi e Palazzo Bolchini di Pier Giulio Magistretti – architetture che sono appunto esempio di come il neoclassicismo si evolse in Art Deco. Questi due palazzi producono l’uscita verso Corso Matteotti: all’angolo Palazzo Crespi del Portaluppi: nello scorcio, alla fine del Corso, appare la Torre di San Babila, conosciuta anche come il Rubanuvole.
Il Rubanuvole, la Torre di San Babila – Alessandro Rimini fu portato a San Vittore. La dignità di Milano
Il Rubanuvole sorge nel punto di incontro tra Via Montenapoleone, Corso Matteotti e Via Bagutta. La costruzione della torre impiegò due anni, tra il 1935 e il 1937 – il nomignolo, Rubanuvole, fu inventato dai cronisti dell’epoca che lo intesero come il primo grattacielo di Milano. Formalmente, il nome del grattacielo è Torre Snia Viscosa.
L’impronta fascista è evidente, ma il regime non era ancora degenerato. A firmare il progetto fu un architetto ebreo, Alessandro Rimini – il cui nome fu poi oscurato dalle leggi raziali del 1938. Fino alla liberazione, avrebbe continuato a lavorare chiedendo ad altri il favore di un prestanome.
Nel 1944, Alessandro Rimini fu portato in prigione a San Vittore, lì fu picchiato e torturato. Fu caricato su un treno per Auschwitz. Riuscì a scappare e a nascondersi, a salvarsi. Oggi il centro di Milano è segnato dal suo tratto – dal Garage Traversi a Palazzo Donini, si potrebbe dire che la Piazza San Babila che oggi vediamo sia stata impostata da lui. Molti cinema di Corso Vittorio Emanuele furono progettati da Rimini, così come il bar delle Tre Gazzelle. Quanto altro in città – ma pochi se ne ricordano. Alessandro Rimini non scrisse niente sul suo lavoro – di proposito, non volle che ci fosse letteratura e rumore intorno a quanto lasciava. Riteneva che i suoi edifici avrebbe fatto un buon compito, per chi li avrebbe vissuti e abitati, e anche per la sua memoria. Per i primi si può dire che sì, il compito è stato rispettato – per la seconda, la sua memoria, meno.
La storia, il coraggio e la sopravvivenza. Questa dignità, questa cultura del fare tanto e parlare poco, questa sobrietà e questa noncuranza della celebrità e del riconoscimento; la noia per la vanità e per l’autocompiacimento. Alessandro Rimini potrebbe essere indicato come uno tra i costruttori primari di quella che oggi dovrebbe essere l’identità di Milano.
Architetture identitarie di Milano: Luigi Caccia Dominioni, Ignazio Gardella, Jan Andrea Battistoni, Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti
Citiamo alcune architetture di Milano che sanno dare esempi di questo intellettualismo estetico: il civico 18 di Piazza Sant’Ambrogio, che Luigi Caccia Dominioni ricostruì dopo i bombardamenti nel 1947 sulle fondamenta di Alberico Barbiano Belgiojoso: si comprendono le linee laterali in pietra, la facciata in cemento rosso, l’alternanza della gallerie, e la sottigliezze delle finestre del secondo e terzo piano, fino al balcone dell’attico: sembrano note sul pentagramma di un professore al Conservatorio Verdi, mentre stiamo ancora uscendo dal Politecnico.
Casa Tognella, la casa al Parco Sempione che Ignazio Gardella finì di costruire nel 1954: il rigore di un disegno che sembra ancora sul foglio, invece che tridimensionale – o il civico 1 di piazza Montebello, dove viveva Carla Fracci al primo piano: un disegno di Jan Andrea Battistoni del 1968. Di nuovo con BBPR in via Cavalieri del Santo Sepolcro, un cantiere che restò attivo per tutto l’arco degli anni Sessanta, lasciando restaurata la facciata e portando ad avanguardia il retro-residenziale: le finestre e i balconi sono avvolti da rami di alberi e rampicanti.
Vale qui il raffronto con la torre di Via Quadronno, disegnata da Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti nel 1962. Entrambe queste case sono avvolte di piante, foglie cascanti. Entrambi sono lavori che possono aver legittimato il Bosco Verticale di Stefano Boeri, la cui innovazione – che è prioritaria rispetto alla sua architettura – lo definisce un simbolo della Milano di oggi.
L’utopia di “Milano Città Giardino”
Da domani se non già da ieri, l’architettura di Milano deve prevedere alberi. L’identità, lo stile e il gusto intellettuale di questa città, si evolve nell’utopia di una “Milano città giardino”: per strada, sui tetti, sulle facciate. Torniamo in Piazza San Babila, il centro che pulsa e che ha appena subito l’offesa di una rigenerazione per cui purtroppo in tanti abbiamo gridato vergogna: una distesa di pietra, calore e stordimento che resta incomprensibile.
Quando camminate per la Piazza San Babila, non rimane che portare gli occhi al cielo: così facendo noterete le insegne oltre al cornicione del Palazzo Donini del nostro Rimini. Sembra ci sia la conferma presto saranno tolte per sempre. Sempre gli occhi verso l’alto, dal lato opposto del Rubanuvole, c’è l’attico che un tempo apparteneva a Maurizio Gucci. Si dice sia una delle case più belle al mondo, non solo di Milano – per via del giardino pensile che ancora persiste dopo anni di semi abbandono. Si riconoscono ulivi, lecci, e altri fusti in piena altezza.
L’identità di Milano è proiettata al futuro correndo lungo i rami di una quercia, ruvidi, puliti, sinceri e intellettuali – sempre tutto distante da ghirigoro damascato di una tenda o di una carta da partati, osservati con diniego e con sano snobismo.
Carlo Mazzoni
