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Il capitale economico della libertà femminile, secondo Sabina Belli

Sabina Belli, CEO di Pomellato, al Milan Luiss Hub: dalla dipendenza economica alla violenza finanziaria, perché la libertà delle donne passa prima dal portafoglio poi dalla rappresentanza

Sabina Belli e la libertà economica femminile: reddito, autonomia e potere

«Se una donna non ha accesso a risorse proprie, se non dispone di strumenti finanziari autonomi, se non può decidere del proprio denaro, la sua libertà resta esposta». Sabina Belli, CEO di Pomellato, non ha usato mezze misure al Milan Luiss Hub. I dati le danno ragione: secondo il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, l’indice di partecipazione e opportunità economica femminile a livello globale si ferma al 60,7%. L’uguaglianza di genere avanza lentamente proprio dove si misura reddito, carriera e potere contrattuale.

La leadership femminile non può essere misurata solo attraverso la presenza nei ruoli apicali, ma anche in base alla capacità di incidere sulle condizioni che determinano l’autonomia finanziaria, l’accesso al lavoro, l’accumulo patrimoniale e il potere decisionale. Il lusso italiano rimane un’industria ad alta intensità culturale e manifatturiera, ma il suo ruolo contemporaneo può espandersi: trasformare il capitale reputazionale del marchio in leva di consapevolezza, contribuendo a rendere più visibili le asimmetrie economiche che limitano la libertà delle donne.

Milan Luiss Hub: Sabina Belli sul rapporto tra lavoro e indipendenza economica

La conversazione con Sabina Belli al Milan Luiss Hub, nell’ambito di Il tuo mondo, domani, la serie curata da Massimo Nava, ha offerto un punto d’ingresso su una questione che riguarda più imprese, mercati e istituzioni: la libertà economica delle donne. Pensato come un dialogo sui nuovi linguaggi del business e sulle trasformazioni della leadership, l’incontro ha consentito alla CEO di Pomellato di spostare il discorso oltre il perimetro del lusso, verso un nodo più strutturale: il rapporto tra autonomia finanziaria, potere decisionale e partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Lusso italiano, manifattura e formazione: la visione industriale di Sabina Belli

Nel lusso, il valore non coincide con la funzione del prodotto, ma con la capacità di governare la scarsità, la qualità esecutiva e la percezione del marchio all’interno di una narrazione coerente. «Il lusso è una delle categorie di consumo più difficili da comprendere. Si può vivere senza un oggetto di lusso. Per questo il suo valore nasce da ciò che è difficile da ottenere e capace di generare desiderio».

La distinzione tra Francia e Italia è diventata una lettura industriale. La Francia ha costruito il proprio vantaggio sul capitale simbolico e sulla continuità narrativa. L’Italia, al contrario, ha consolidato una posizione fondata sulla filiera e sulla capacità di tradurre l’intuizione estetica in prodotto. «Nel lusso, il valore aggiunto nasce dall’incontro tra un pensiero profondamente creativo e una concreta capacità di tradurlo in forma. L’Italia forse non è ancora del tutto consapevole della ricchezza colossale che porta a questa industria: una ricchezza fatta di mani, competenze, artigianalità e cultura del bello».

Per Sabina Belli, la competitività futura del lusso italiano dipende anche dalla capacità di rivalutare i mestieri tecnici, a lungo percepiti come percorsi di serie B rispetto alla formazione universitaria. Le filiere ad alta intensità artigianale hanno bisogno di profili formati, stabili, capaci di trasmettere competenze nel tempo. «Dobbiamo far capire ai giovani che i mestieri manuali e tecnici possono rappresentare un futuro vero, uno stipendio, una carriera e anche una realizzazione personale. Non devono essere presentati come una seconda scelta, ma come percorsi aspirazionali».

Leadership femminile e autonomia finanziaria: oltre la rappresentanza

Da lì, la riflessione si è allargata alla leadership femminile. Nella lettura di Belli, il punto non riguarda tanto la rappresentanza quanto la disponibilità concreta di strumenti economici. Reddito, patrimonio e accesso alle decisioni finanziarie incidono sulla libertà più di qualsiasi retorica sull’empowerment. «Colpisce vedere come la dipendenza economica sia ancora una realtà per le donne. Se una donna non ha accesso a risorse proprie, se non dispone di strumenti finanziari autonomi, se non può decidere del proprio denaro, la sua libertà resta esposta».

Pomellato CEO Sabina Belli
Pomellato CEO Sabina Belli

Gender gap economico: lavoro femminile, reddito e disparità strutturali

I dati internazionali confermano la solidità di questa tesi. Il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum stima che il divario di genere globale sia chiuso al 68,8%. La dimensione economica rimane più indietro: l’indice relativo alla partecipazione e all’opportunità economica si ferma al 60,7%, con un miglioramento di appena 0,4 punti rispetto al 2024. L’uguaglianza, dunque, avanza più lentamente proprio nel campo che misura reddito, carriera e potere contrattuale.

Il caso italiano appare fragile. Secondo Reuters, nel 2024 il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,2%, con un divario di 17,8 punti percentuali rispetto agli uomini. La stessa analisi collega questo ritardo al potenziale di crescita del Paese e cita una stima della Banca d’Italia secondo cui colmare il gap di genere potrebbe aumentare sia il PIL sia la forza lavoro di circa il 10%. In questa prospettiva, il lavoro femminile cessa di essere un capitolo sociale e diventa una variabile macroeconomica.

La disuguaglianza si forma anche fuori dal mercato del lavoro retribuito. UN Women ricorda che, a livello globale, le donne dedicano in media 2,5 volte più ore degli uomini al lavoro di cura e domestico non retribuito ogni giorno. Questo squilibrio riduce la continuità professionale, incide sulla disponibilità di tempo e limita la possibilità di costruire risparmi nel lungo periodo. In termini economici, agisce come un costo nascosto sulle carriere femminili.

Violenza economica: controllo del denaro e dipendenza finanziaria

Dentro questo scenario si colloca la questione più netta sollevata da Belli: la violenza economica. La definizione riguarda il controllo sul denaro e sulle risorse, ma anche la possibilità di impedire a una donna di compiere scelte. «La violenza economica esiste quando a una donna viene sottratto il controllo sul proprio patrimonio, sul proprio reddito o sulla possibilità di prendere decisioni autonome. È una forma di dominio che può restare nascosta dentro dinamiche quotidiane apparentemente normali».

La CEO di Pomellato ha riportato la questione alla vita domestica, dove l’asimmetria patrimoniale può nascere all’interno di assetti apparentemente equilibrati. «Ci sono donne che credono di vivere una divisione equa delle spese perché tutto viene diviso. Poi scoprono che il marito paga la casa, l’auto, gli investimenti, mentre loro coprono le spese quotidiane: la spesa, i figli, tutto ciò che si consuma e non lascia nulla dietro. In caso di separazione, lui conserva un patrimonio; lei no».

Abuso economico e patrimonio familiare: le disuguaglianze invisibili

La questione è entrata anche nell’agenda finanziaria britannica. Il Financial Times ha riferito di misure introdotte da Nationwide per consentire ai clienti vittime di abusi economici di nascondere i messaggi offensivi inseriti nelle causali dei bonifici bancari. La banca britannica ha agito su un dettaglio tecnico dei pagamenti, ma il caso mostra come anche le infrastrutture ordinarie possano diventare veicoli di molestia e controllo. Secondo Surviving Economic Abuse, citata dal quotidiano, una donna su sei nel Regno Unito subisce abusi economici.

La stessa dimensione del fenomeno emerge dai dati riportati da The Times, che ha ripreso la stima di 4,2 milioni di donne coinvolte nel solo Regno Unito. La cifra è entrata nelle campagne di sensibilizzazione britanniche e conferma la natura sistemica del problema. L’abuso economico attraversa le relazioni familiari, le banche, il credito, l’accesso alla casa e la capacità di uscire da relazioni coercitive.

Violenza finanziaria e sistemi bancari: il caso del Regno Unito

Belli ha collegato questa analisi a un problema culturale ancora più profondo: il modo in cui le donne vengono ascoltate quando parlano di una forma di violenza. «Dobbiamo smettere di chiederci, come primo pensiero, se una donna stia dicendo la verità. Le donne devono essere ascoltate e credute. Quel sospetto automatico, quel secondo pensiero che porta a domandarsi “chissà se è vero”, fa parte del problema».

Per un’impresa, questo si traduce in una responsabilità di comunicazione. Un brand con una relazione diretta con un pubblico femminile può usare la propria influenza per accrescere la consapevolezza, l’accesso all’informazione e la capacità di scelta. «Abbiamo una responsabilità: usare i nostri canali di comunicazione per parlare alle donne che hanno bisogno di essere preparate su temi fondamentali per la loro libertà. Non basta vendere un prodotto. Dobbiamo contribuire a creare cultura, ascolto e possibilità di scelta».

La parte più politica del ragionamento riguarda la famiglia italiana. Belli individua nella figura della madre sacrificale un meccanismo culturale che continua a pesare sul lavoro femminile e sulla trasmissione degli stereotipi. «Le madri di figli maschi hanno una responsabilità. Devono educarli a diventare uomini diversi da quelli che le donne poi criticano da adulte. In Italia esiste ancora un’idea molto forte della madre che si sacrifica, una madre che deve tutto ai propri figli e che viene giudicata se sceglie anche un’altra vita, un lavoro, una forma di realizzazione personale».

Anna Maria Giano

The United States of Work_, Marcel Ceuppens, 2017
The United States of Work, Marcel Ceuppens, 2017
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