
Che suono fa un disegno? Mostriciattoli erotomani e legno che vibra a Spazio Neue
I mostriciattoli e i peni giganti di Angelo Flaccavento, intrappolati su pannelli di legno, prendono vita grazie al software progettato dal disegnatore di suoni Matteo Bogoni: parlano e si muovono nello spazio
Spazio Neue: Smettila di parlare, avvicinati un po’ di Angelo Flaccavento e Matteo Bogoni – linguaggi in collisione
Smettila di parlare, avvicinati un po’. È l’invito, ma anche la velata minaccia, che fa a Milano la mostra-installazione nata dall’incontro tra Angelo Flaccavento e Matteo Bogoni a Spazio Neue, fondato da Pasquale D’Ambrosio, accompagnato alla direzione artistica da Domenico Costantini. Un organismo vivo, instabile e sonoro, abitato da corpi fallici e mutanti, dove pannelli di legno suonano, vibrano e si lanciano in monologhi senza soluzione. Un progetto, come tutti quelli a cui Spazio Neue sta dando vita, che chiede allo spettatore di prestare attenzione, più che di trascinarsi svogliato come spesso succede nei molti vernissage e finissage che riempiono l’agenda cittadina.
La mostra, aperta il 22 e il 23 maggio, cerca di portare i suoi visitatori dentro una condizione percettiva instabile, in quello che viene presentato come «un bagno multicanale di stordimento polisensoriale». Lo fa attraverso un «dialogo conflittuale tra linguaggi» che non sempre si parlano: i disegni da un lato e i suoni dall’altro. I primi sono di Angelo Flaccavento, artista oltre che giornalista e critico di moda, i secondi del «disegnatore di suoni» Matteo Bogoni, come si definisce lui stesso: «Suono, faccio elettronica, amo i synth analogici, soprattutto di fine anni ’70, ma non sono un musicista, sono più un tecnico. Mi piace trovare dei suoni legati ad aggettivi o altre forme percettive. L’obiettivo del sound designer è tradurre in suono altre forme di espressività. Ricerco come la stessa forma d’onda può variare passando da circuiti elettrici diversi», spiega.
Chimere e corpi mutanti, i mostriciattoli erotomani
In questo caso Bogoni ha dato voce all’esercito di piccoli esseri raccapriccianti e oscuri partoriti da Flaccavento. Coerenti e incoerenti, identità «deformate e ricombinabili». Quindici chimere in tutto, vestite di guanti, calze autoreggenti, tacchi alti, «tra bagatella rococò e sadomaso», assemblabili tra loro, disseminate di peni giganti che non sono semplici illusioni sessuali, ma volti e caratteri a se stanti. Una «banda di mostriciattoli erotomani».
Per farli parlare, Bogoni ha attinto direttamente all’archivio privato di Flaccavento di «memo vocali e conversazioni modaiole», in modo da ampliare ancora di più gli orizzonti della sperimentazione sonora della mostra attraverso i suoi protagonisti, che quindi troviamo impegnati in «monologhi insanabili e sbrodoloni».
Push the Space – materia che vibra, materia che suona
Il motore tecnologico di Smettila di parlare, avvicinati un po’ è Push the Space, software progettato e sviluppato proprio da Bogoni «seguendo l’esigenza di spazializzare il suono in una dimensione al limite delle leggi che governano l’ascolto». Senza entrare in complicazioni e tecnicismi, spiega che l’idea alla base del programma è quella di «avere uno spazio in 2d, dove posizionare delle tracce sonore e delle uscite che possono essere speaker, luci, proiettori. Nella mostra, nello specifico, abbiamo cinque pannelli di legno disposti per tre cerchi e un plug in multicanale con cui posso decidere cosa far fare ai mostriciattoli».
È l’uso empirico di trasduttori applicati ai pannelli che porta il materiale grafico a prendere vita. La ricerca di Bogoni ha dentro di sé un’ossessione materiale: non solo far suonare i disegni, ma gli oggetti stessi. Per Smettila di parlare, avvicinati un po’ tutto è partito dal legno: «Ero già riuscito a trovare un modo di farlo suonare. Il cervello va in cortocircuito. Di solito non associamo il legno a un altoparlante o a una sorgente sonora naturale. Ho costruito una sedia con trasduttori posizionati dietro e sotto la struttura. Il suono la faceva vibrare, lo sentivi fisicamente. A D’Ambrosio e Costantini di Spazio Neue è piaciuto e mi hanno messo in contatto con Flaccavento. Abbiamo calato la mia ricerca sempre più dentro i suoi esserini metamorfici e ho associato a loro tutto quello che riuscivo, dal suono al movimento».
Le tre domande e il dispositivo della mostra
Il percorso della mostra si sviluppa come una crescita spezzata, fatta di tentativi, fallimenti e trasformazioni continue. Imparare-fallire, imparare-fallire, fino a fare un salto nello spazio così come si è. Tutto si articola attorno a tre domande: “Am I thinking the right thing?”, “Am I in my right mind?”, “Am I wearing my right head?”. Il conflitto tra disegno e suono, spiega Bogoni, è lo stesso conflitto che c’è alla base di questi tre interrogativi.
Spazio Neue – uno spazio per la comunità queer, una risposta alla vacuità di eventi fine a se stessi
La parabola verso la scoperta di sé degli esserini di Flaccavento intrappolati nel legno di Bogoni ben si sposa con il carattere che Spazio Neue sta costruendo passo dopo passo. In una Milano satura di eventi che spesso si confondono l’uno con l’altro, sta provando a costruire qualcos’altro: una comunità. Lo spazio, in Città Studi, via Vincenzo Vela 8, nasce come derivazione quasi accidentale di Studio Neue, lo studio di graphic design fondato nel 2022 sempre da Pasquale D’Ambrosio, ma negli ultimi mesi ha assunto una forma autonoma, trasformandosi in un ambiente ibrido tra installazione, arte contemporanea e sperimentazione sonora. Strizza l’occhio alla cultura del clubbing, la community di riferimento è il mondo queer. Il suo centro è al piano inferiore, dove c’è una stanza dal pavimento nero e le pareti bianche – una piccola dark room a metà, votata all’arte – dove anche Smettila di parlare, avvicinati un po’ prende la sua forma più compiuta.
«Inizialmente era uno spazio più legato ai progetti dei clienti dello studio. Poi abbiamo inserito elementi come un grande pannello in alluminio, estrusi in alluminio combinabili, cornici. Stava prendendo una sua forma. A gennaio di quest’anno eravamo in attese di conferme di lavoro con lo studio, quindi abbiamo avuto modo di concentrarci sullo spazio. Insieme a Domenico Costantini abbiamo iniziato a pensare a un progetto, ipotizzato un calendario», ricorda D’Ambrosio. A febbraio è passato di lì l’artista ucraino Sasha Kutovyi. La comunità queer ha risposto bene e a stretto giro è seguito un secondo evento, con live show della producer-dj di musica elettronica Furia Mistica, insieme a un’altra artista ucraina, Ohii Katya, e il coreografo Emanuele Algeri. Poi c’è stata la Design Week, con l’architetto Cosimo Bonciani, di Bunker Studio e Bunker Galleria Firenze, affiancato da Duccio Maria Gambi e Filippo Mannucci.
«A Milano è pieno di spazi ed è pieno di eventi. A volte si arriva in alcuni posti e non si capisce bene cosa succede. Ci si beve una birretta e va bene così. Noi vorremmo portare un senso di appartenenza allo spazio. Cerchiamo di immergere le persone che vengono qui all’interno di un’atmosfera: puntiamo su installazioni immersive, che diano un elemento in più, per far sentire chi viene non tanto un ospite ma parte di quello che sta succedendo all’interno. La sfida è portare le persone perché hanno voglia di partecipare, perché sanno cosa succede a Spazio Neue, non solo perché vogliono uscire di casa. Milano è una città che offre moltissimo, ma è pieno di esperienze di cui forse si è anche un po’ perso il senso. Molte iniziative nuove alla fine sono tutte simili l’una all’altra. Sbucano e poi spariscono, si perdono, c’è uno spreco di energia», dice D’Ambrosio.Nel mezzo della trasformazione culturale e sociale che la città sta ancora attraversando, qualcosa però si sta muovendo: «Il senso di comunità che vogliamo ricreare è lo stesso che Milano sta ritrovando anche nel mondo del clubbing. C’è bisogno di posto in cui stringerci, li stiamo ricostruendo».
I prossimi passi di Spazio Neue
I prossimi capitoli per Spazio Neue sono già tracciati: «A giugno avremo Matteo Vettorello. Porterà una delle sue sculture interattive che funzionano come dispositivi biometrici, attivabili grazie alla partecipazione del pubblico. Ci inviterà a riflettere sulle dinamiche urbane e le relazioni interpersonali», racconta D’Ambrosio. Prenderà forma durante il mese del Pride, celebrazione da cui Spazio Neue non ha intenzione di esimersi. Già prenotato anche luglio, quando a Milano arriverà Dori Hazan per la sua prima mostra personale. I 60 mq dello spazio si trasformeranno, nel mese più caldo dell’anno, in un ambiente tropicale, tra «serpenti imbalsamati e dipinti a mano», anticipa D’Ambrosio.
Giacomo Cadeddu









