
Unsound Festival: la forma del suono tra Brutalismo e Archeologia Industriale
Tra il brutalismo sovietico dell’Hotel Forum e i mattoni post-industriali di Kamienna 12, Unsound recupera gli spazi che Cracovia stava perdendo e li restituisce alla città attraverso il suono
Da quando è nato nel 2003 a Cracovia, Unsound Festival non si è mai configurato soltanto come una rassegna di musica attuale o elettronica (sperimentale, direbbero i più pigri), bensì come un vero e proprio atto di urbanistica tattica e riappropriazione spettrale. L’identità del festival è intrinsecamente legata all’architettura liminale. A riqualificare, almeno nelle premesse iniziali, strutture dismesse, dimenticate o minacciate dalla gentrificazione e dai picconi della speculazione edilizia. Non è che questo nobile uso di tempo e risorse l’abbia inventato Unsound, eh, però sin dall’inizio si è distinto tra i festival colti europei come esempio virtuoso. Questo sì. Abitava gli spazi, penso come esempio cardine l’Hotel Forum, prima che vengano trasformati, demoliti o riassorbiti dai flussi commerciali del turismo di massa, trasformando l’involucro architettonico in una cassa di risonanza fisica ed emotiva.
Negli anni, il festival ha sviluppato una vera e propria poetica della trasfigurazione spaziale. Dalle cripte sotterranee di Kazimierz, lo storico quartiere ebraico di Cracovia, ai complessi industriali fino alle cattedrali di cemento dell’era socialista, il binomio musica-luogo non solo non è mai stato sciolto ma è diventato forse la cifra del festival. In questo senso, le basse frequenze e i colpi percussivi con ambizioni avanguardistiche reagiscono con il ferro, il mattone o il cemento armato, rivelando una memoria acustica dimenticata, che però le pareti delle ex industrie o i magazzini ricordano bene.
L’Unsound Train trasforma il viaggio tra Varsavia e Cracovia in una transizione di suono e di mente
L’edizione 2026 ha amplificato questo nomadismo strutturale, estendendo la geografia del festival in una dimensione bicentrica che ha messo in dialogo le due capitali culturali polacche, Varsavia e Cracovia. Un convoglio ferroviario speciale, l’Unsound Train, ha trasformato il trasferimento fisico tra le due città in una transizione sonora e mentale, unificando spazi concertistici e clubbing diametralmente opposti per estetica e funzione.

Alla Filharmonia Narodowa la voce di Diamanda Galás esce dai canoni della musica per cui la sala è stata costruita
A Varsavia, la tensione tra solennità e d’avanguardia ha trovato il suo culmine nella serata con protagonista la Filharmonia Narodowa. All’interno dell’edificio neoclassico situato nel cuore della capitale, l’evento Friction ha presentato la prima storica esibizione ad Unsound di Diamanda Galás, alta sacerdotessa dell’avanguardia vocale contemporanea, preceduta dalla suite per chitarra di Raphael Rogiński dedicata al compositore jazz Tomasz Stańko (con Marina Džukljev e Marek Pospieszalski). La perfezione acustica e il rigore istituzionale della Filarmonica si sono scontrati e fusi con la carnalità drammatica della voce di Galás, creando un cortocircuito espressivo. Qualcosa che è uscito dai canoni estetici della musica per cui è stata costruita la sala, cioè la musica classica
Poche ore dopo, la natura di Unsound si è ripiegata nei meandri ipogei dell’elettronica votata al ballo: dalla precisione acustica a due sale del santuario house e techno Jasna 1 fino ai volumi scarni dei tunnel industriali di Tunelowa, dove le sonorità estreme di VTSS, Arca, Kavarie Low Jack hanno ridisegnato il paesaggio notturno della capitale.
A Kamienna 12, tra i mattoni di un ex deposito di treni, era la folla a correggere l’acustica
Eppure, prima del ritorno alle strutture monumentali dell’era socialista, il cuore notturno e il centro nevralgico del clubbing di Unsound ha trovato per diversi anni la sua dimora nell’archeologia post-industriale di Kamienna 12 (ex Hype Park) a Cracovia. Situato in un ex deposito ferroviario e complesso industriale, Kamienna 12 incarna un’estetica della materia grezza: travi a traliccio in acciaio, pareti in mattoni a vista sbozzati dal tempo, tetti a capriata e ampi spazi scoperti segnati dalla ruggine e dalla stratificazione delle attività produttive del Novecento. Ci sono anche i pallet di legno, riconvertiti da supporti per il trasporto merci a panchine. Fa tutto parte di un discorso più ampio della riqualificazione urbana, sul recuperare in modo sostenibile ciò che altrimenti verrebbe demolito.
Il Kamienna non è mai stato qualcosa che definiresti bello nel suo essere grezzo, o almeno non bello come il brutalismo dell’Hotel Forum, che è rimasto intatto nelle sue forme cubiche e spigolose ma, ahimè, è cambiato radicalmente all’interno. Al Kamienna 12 le pareti parallele sono sempre state un problema acustico, rimediato soltanto dal gran numero di persone che proverbialmente diffondono le onde e le assorbono in parte. Per un determinato periodo, che coincide con gli ultimi 10-13 anni, ha rappresentato la risposta temporanea del festival quando la gentrificazione e l’occupazione commerciale avevano gradualmente sottratto spazio alle iniziative underground nei luoghi storici. La struttura post-industriale di Kamienna 12 si è configurata come un laboratorio aperto dove la cultura clubbing contemporanea, dalle maratone techno al rap decostruito, ha potuto espandersi in un ambiente privo di orpelli, celebrazione diretta dell’utilitarismo architettonico delle ferrovie e delle fabbriche centrali. Ancora mi ricordo l’edizione dove in cartellone c’erano Kode9 oppure le Deli Girls. Entrambi act che sono tornati quest’anno, ma in un festival radicalmente cambiato nella sua essenza.

L’Hotel Forum, un nastro di cemento di 110 metri piegato sull’ansa della Vistola come un livello di Tetris
Se Kamienna 12 racconta la storia del lavoro industriale e delle merci, l’Hotel Forum di Cracovia rappresenta il fantasma monumentale del tardo modernismo socialista. Progettato dall’architetto Janusz Ingarden e costruito tra il 1978 e il 1989 lungo le sponde della Vistola, di fronte al castello reale di Wawel, l’Hotel Forum è una megastruttura brutale e affascinante: un nastro di cemento lungo 110 metri e alto 40, piegato per assecondare l’ansa del fiume.
L’edificio si solleva dal suolo grazie a imponenti torri verticali di servizio in cemento armato, ancora consunte dalle intemperie, e che nascondono i pilastri portanti sorreggendo una colossale piattaforma sospesa. Al di sopra, poggiano i piani residenziali. La vista delle travi e delle solette in cemento a vista proietta un’ombra imponente sul paesaggio fluviale. Se poi ti approcci di notte, come nel caso del festival, ti si para davanti un fantasma tutto spigoli, come un livello di Tetris dove i mattoncini si accumulano però solo da un lato dello schermo. Chiuso a soli dieci anni dalla sua inaugurazione alla fine degli anni Novanta, l’Hotel Forum è rimasto per decenni un colosso in declino, una capsula del tempo sospesa tra il sogno utopico della modernità socialista e il suo rapido abbandono post-sovietico.
Lorenzo Senni ricorda l’Hotel Forum quando i candelabri sembravano sul punto di caderti in testa
A partire dal 2012, Unsound ha eletto l’Hotel Forum a sua astronave madre e quartier generale spirituale. L’incastro tra la musica elettronica d’avanguardia e la megastruttura brutalista ha creato un legame indissolubile nella memoria collettiva dei frequentatori del festival. «Questo posto era incredibile all’epoca» mi racconta Lorenzo Senni dopo aver concluso il primo live in assoluto del nuovo tour. Il musicista di Cesena, unico italiano sotto contratto con la Warp Records, ha iniziato le sue date un mese abbondante prima dell’uscita di All Ages, ultimo album che segna anche un salto a un orbitale più energetico rispetto ai precedenti. «Era tutto abbandonato, lasciato a sé stesso, c’erano candelabri immensi che sembrava dovessero caderti in testa da un momento all’altro». Le sale congressi abbandonate, le moquette lise, i corridoi infiniti e i bassi soffitti del piano terra sono stati invasi dalle installazioni sonore e dalle masse di visitatori internazionali.

Sotto l’Hotel Forum, in uno strip club degli anni Ottanta con divanetti di velluto, i set suonano a volumi osceni
Poi ci sarebbe anche un altra perla nascosta. Sotto la mole dell’edificio si cela il Club 89, un ex strip club degli anni Ottanta conservato intatto nel suo decoratissimo interno con divanetti di velluto, specchi opacizzati e luci al neon, trasformato durante il festival in un piccolo bunker sotterraneo per set intimi ma a volumi oscenamente alti (bello). Un po’ come il Club Tresor sotto il Kraftwerk a Berlino, che tra l’altro quest’anno ha ospitato lo split festival, interamente nella forma di sleeping concert, tra Atonal e lo stesso Unsound.
Da una sala all’altra dell’Hotel Forum, tra il barbiere, il sushi e un bowling, l’edificio sovietico diventa un mall
In ogni caso, un recente dibattito nazionale sul vincolo di tutela monumentale dell’Hotel Forum come icona dell’architettura brutalista in Polonia ha riacceso i riflettori sul valore culturale di questo colosso di cemento. Il ritorno di Unsound nelle viscere dell’Hotel Forum, riallacciando il filo interrotto con Kamienna 12, non è una semplice operazione nostalgia, ma un atto di riaffermazione della valenza estetica e politica del brutalismo. C’è un problema sostanziale però: gran parte degli spazi vuoti dell’Hotel ora è stato riconvertito a centro commerciale. Da una sala all’altra, ci si imbatteva letteralmente nel barbiere, nel sushi, addirittura un bowling. L’aura da mall americano, con la sua scintillante furniture di plastica, ha inevitabilmente intaccato quella da edificio sovietico diroccato e pericolosamente misterioso. Ma ogni tanto ci si può anche accontentare, immagino.
Claudio Biazzetti


