Alberto Bof, photography Luca Maledet, Febbraio 2025

Il mio elemento è l’acqua: Alberto Bof, pianista tra surf e Hollywood

Dal Pacifico a Hollywood con Quincy Jones e Lady Gaga, fino a Piano City Milano 2025 tra pianoforte, elettronica e filosofia outsider – intervista ad Alberto Bof

Intervista ad Alberto Bof

Difficile non pensare all’analogia del Pianista sull’Oceano, a sentir parlare Alberto Bof della sua vita. Solo che, a differenza del personaggio di Baricco, poi trasposto in pellicola da Tornatore nell’88, in questo caso il musicista distingue bene le due cose: se surfa, il piano lo lascia a casa, se invece suona il piano, la tavola rimane appoggiata a una parete. 

Se è vero che la norma nel cinema, soprattutto quello italiano, impone che i musicisti costruiscano la propria carriera seguendo le regole non scritte delle pubbliche relazioni e dei salotti giusti, questo non si applica al compositore genovese naturalizzato losangelino e ora milanese. 

Bof rappresenta la proverbiale eccezione che conferma la regola: un talento che è arrivato alle vette di Hollywood non attraverso il networking strategico, ma grazie a una miscela esplosiva di competenza tecnica, istinto primordiale e un’irriducibile natura da outsider. Dopo undici anni trascorsi nella città degli Angeli, lavorando fianco a fianco con leggende come Quincy Jones, Lady Gaga e Bradley Cooper, Bof è tornato in Europa, e ora si ritrova con qualche nostalgia (soprattutto delle onde dell’Oceano) ma anche un amore ritrovato, che in America è più raro trovare: la classica suonata dal vivo.

L’elemento acqua per Alberto Bof: Dalle onde del Pacifico alla Piscina Cozzi per Piano City Milano

Alberto Bof a Piano City Milano 2026. La cornice scelta per il suo concerto non è casuale: la Piscina Cozzi. Per un uomo che ha vissuto gran parte della sua vita in simbiosi con l’oceano, non poteva esserci palco migliore. “Io sono acquatico… il surf è parte sostanziale della mia vita. Mi hanno proposto la piscina”. Questa connessione viscerale con l’elemento liquido non è solo una preferenza estetica, ma una cifra stilistica che si riflette nella fluidità.

Per questa sua terza partecipazione al festival, dopo i trionfi di pubblico al Gard del Senato e al Parco del GAM (dove peraltro ha incantato migliaia di persone suonando le musiche dei film animati di Hayao Miyazaki), Bof ha deciso di alzare l’asticella della sperimentazione. Non si tratterà di un semplice concerto per pianoforte solo, ma di un debutto assoluto per un progetto ibrido che fonde il rigore della classica con l’imprevedibilità dell’elettronica modulare. “Porterò questo set che è di fatto una première assoluta. Ho un pianoforte a mezza coda, un pianoforte classico, e poi lo mischio con macchine elettroniche, sintetizzatori modulari, computer. Insomma, quello che l’elettronica di oggi può offrire”. È una sfida coraggiosa, più che suonare la soundtrack de La Città Incantata, lodevole perché figlia di una libertà creativa che gli organizzatori di Piano City hanno concesso a scatola chiusa.

Il miracolo del silenzio e l’omaggio a Miyazaki

Bof ricorda  l’esperienza dello scorso anno al Parco del GAM. Io ricordo un episodio nello stesso posto organizzato dallo stesso evento, ma con un Sébastien Tellier quasi al limite dell’alzarsi e andarsene perché disturbato dal vociare delle persone nel parco. Per la performance di Alberto l’anno scorso è stato l’opposto. “C’era silenzio. C’era qualche migliaio di persone, ma si è creato questo silenzio… si sentivano gli uccellini”.

In quell’occasione, il programma era un omaggio alle colonne sonore di Hayao Miyazaki, composte dal leggendario Joe Hisaishi. Bof, che mastica i classici come Ravel e Debussy, ha saputo cogliere l’essenza malinconica e sofisticata di brani tratti da La città incantata o Il castello errante di Howl. “Lui prende molto da Ravel, da Debussy, che conosco bene, e si sente… sono tutte robe molto malinconiche, accordi di settima”. Questa capacità di tradurre il linguaggio cinematografico in è ciò che gli ha portato tanta fortuna a livello internazionale.

L’epopea americana: L’incontro con il “Maestro” Quincy Jones

Dicevamo, la scalata di Bof al mercato americano non è iniziata nei grandi uffici di vetro, ma in una casa a West Hollywood dove si era trasferito temporaneamente per due mesi, dopo anni passati a Venice Beach. Una coincidenza fortunata lo mette in contatto con la figlia dell’attore francese Michelle Leeb, amica storica di Quincy Jones. Bof, cresciuto a “pane e Michael Jackson” (si deve a Quincy il suo primo vero successo da solista Off The Wall nel 1979) non si fa intimidire e in una sola settimana produce dieci brani per lei.

Quando quelle demo arrivano sulla scrivania di Quincy Jones, accade l’impensato. Il leggendario produttore di Thriller rimane folgorato. “Hanno ascoltato tutte le canzoni in studio con Quincy in maniera randomica e senza dire l’autore. E ogni volta che spuntava fuori una mia canzone lui diceva: ‘Ma chi è questo qua? Chi è il producer?'”. Da quel momento, Bof entra nella “scuderia” di Jones, lavorando a progetti internazionali e confrontandosi con uno standard qualitativo spaventoso. “Lavoravo per il mio numero uno al mondo e volevo essere all’altezza, perciò richiedevo molto da me stesso, sia fisicamente che psicologicamente”. È un periodo di pressione e stress estremi, ma è anche di validazione definitiva del suo talento.

“A Star Is Born”: Tre minuti per cambiare la storia

Se l’incontro con Quincy è stato il “benestare” accademico, il progetto A Star Is Born è stato l’uragano che ha cambiato tutto. La storia del suo coinvolgimento sembra una gag da film: Bof è al cinema a Santa Monica per vedere Thor 2. Quando esce dalla sala e toglie il cellulare dalla modalità aereo, inserita durante il film per non disturbare e viceversa, si vede tipo dieci chiamate perse e un messaggio dal cantante e compositore Lucas Nelson. “‘Oh, siamo in studio con Bradley Cooper e Gaga, vieni perché c’è il piano da fare'”. Senza pensarci due volte si fionda agli East West Studios. “In 3 minuti ero lì… mi sono seduto dietro a questa ragazza che poi era Gaga”.

“Noi entravamo in studio e dicevano: ‘Ok, questi sono gli accordi e questa è la musica, tu devi arrangiarli'”. In quel clima di “buona la prima”, dove la tensione era palpabile e avevi “uno shot solo” per dimostrare il tuo valore, Bof ha azzeccato tutto, senza sbagliarne una. Sua è la firma sul riff di apertura del film, il brano “Black Eyes”. “Quando inizia il film, la prima canzone è la mia… lì ho tirato giù il riff così dal nulla. Buona la prima”. La colonna sonora avrebbe poi vinto 22 premi, tra cui Grammy e dischi di platino, proiettando Bof nell’olimpo di chi può dire di avercela fatta.

Tra Johnny Depp e Jamie Foxx: La precisione del chirurgo sonoro

Da quel momento, il curriculum di Bof non fa che allungarsi, con collaborazioni con i pesi massimi del cinema. A cominciare da Johnny Depp in City of Lies alla collaborazione con Jamie Foxx per il film Team Soldier. Foxx voleva un pezzo di Curtis Mayfield, The Hell Below, ma i multitraccia originali erano introvabili. E quindi? E quindi Alberto con pazienza certosina lo ha ricostruito da zero: “Ho preso le trombe vere, i bassi, le batterie. L’ho rifatto da zero e me l’ha cantata Jamie Foxx”.

Nonostante questi successi (checché se ne possa dire, il documentario di Chiara Ferragni, di cui ha curato la colonna sonora, è stato  un mezzo record della storia italiana per incassi evento), Alberto mantiene un approccio fieramente critico verso l’industria, specialmente quella del suo Paese d’origine.

La filosofia dell’Outsider: Il Lupo Solitario contro i Salotti

Il ritorno in Europa ha portato per forza di cosa a uno stravolgimento nella sua vita, e quindi a tutta una serie di riflessioni, come quella amara ma lucida sul sistema cinematografico italiano. Nonostante un “resume” che farebbe invidia a chiunque, le chiamate dall’Italia non arrivano mai per vie ufficiali. “Non ho mai ricevuto una chiamata esterna. in Italia chiamiamo quelli che conosciamo, chiamiamo quelli che sono già dentro la scena. E non vogliamo il lupo solitario. Io invece sono quell’affare lì: io sono l’outsider”, dice fiero ma anche un po’ piccato.

È una scelta di vita consapevole. Alberto preferisce la solitudine dell’oceano e la purezza della musica classica eseguita in una Zurigo attenta (è un esempio, ma è quello che ha fatto per due date prima di quella di Pianto City) alle dinamiche di potere della Capitale. “Io sono uno che va a surfare nelle onde degli oceani e non ho assolutamente voglia di frequentare la scena, sedermi, essere un ‘salottaro’. Zero assoluto. È una cosa che va contro la mia carriera, ma non ci posso fare niente”. Questa integrità lo porta a rifiutare i compromessi, preferendo attendere anni per un progetto di qualità (come i tre anni di silenzio obbligati per contratto per il film con Robert De Niro) piuttosto che piegarsi a produzioni seriali prive di stimoli artistici.

Il futuro tra Thriller e Fantascienza

Oggi Alberto Bof è un artista completo che non ha paura di ricominciare. Sebbene i suoi lavori finiscano spesso per dare voce a thriller o drammi, il suo sogno nel cassetto rimane la fantascienza orchestrale. “Mi piacerebbe fare della science fiction, soltanto che in Italia non ci sono i soldi… in Italia c’hanno tre pizzette e due tramezzini”.

In attesa che il budget dei sogni si materializzi, Bof continua a suonare il suo strumento, felice di aver ritrovato una dimensione live che l’America aveva un po’ offuscato. Che sia davanti a un pubblico di migliaia di persone a Milano o in un club di musica classica in Svizzera, l’importante per lui è non sbagliare l’unico “shot” che hai a disposizione nel caricatore.

Alberto Bof, photography Luca Maledet, Febbraio 2025
Alberto Bof. Foto: Luca Maledet. 2025