
Banksy e Venezia: perché il Migrant Child parla ancora dell’Europa di oggi
A sette anni dalla comparsa del graffito, Banca Ifis presenta il restauro del Migrant Child: un’opera che lega Venezia alla crisi dei rifugiati e al cambiamento climatico
Il restauro del Migrant Child di Banksy alla Biennale Arte 2026 di Venezia
Il 7 maggio, durante i giorni di Preview della 61ª Biennale d’Arte, Banca Ifis ha presentato all’Arsenale il restauro del Migrant Child di Banksy, in occasione dell’evento “Curated by Heart”. Un progetto durato anni e costato circa 15 milioni di dollari, che ha preso le mosse dal recupero del graffito sul palazzo di San Pantalon per arrivare all’acquisto dell’intero edificio, destinato a diventare un nuovo spazio culturale con un museo dedicato alla street art. All’evento erano presenti il presidente di Banca Ifis Ernesto Fürstenberg Fassio, lo storico e critico d’arte Vittorio Sgarbi, il Premio Nobel per la Pace 2014 Kailash Satyarthi e il curatore del parco internazionale di scultura Ifis Art, Cesare Biasini Selvaggi.
Era lo stesso periodo dell’anno, tra l’8 e il 9 maggio del 2019, quando Banksy arrivò a Venezia e lasciò due dei suoi lavori più celebri: il graffito Venice in Oil, un grido d’allarme contro l’inquinamento delle grandi navi da crociera in laguna, e il Migrant Child. L’occasione era la stessa di oggi: l’apertura della Biennale. E oggi, a sette anni di distanza, gli occhi del mondo tornano su quel bambino, che riprende vita grazie all’intervento di restauro voluto da Banca Ifis. «Ci siamo trovati davanti a un bambino a rischio di annegare in una città che lotta per sopravvivere a causa dell’acqua», spiega Biasini Selvaggi. Il Migrant Child «diventa così veneziano, perché condivide con Venezia un destino di lotta e resistenza».
Perché Banksy ha scelto Venezia per il Migrant Child
Non è un caso che Banksy abbia scelto Venezia per il suo bambino migrante. La città lagunare incarna i valori che quell’opera rappresenta: «Condivisione, comunità ed empatia sono le prime lezioni che Venezia impartisce». Secondo Biasini Selvaggi, è «l’unica città al mondo capace di svolgere questo ruolo educativo, grazie alla sua conformazione fisica unica», che forgia chi vi nasce, forma chi la sceglie — come il Bambino Migrante — e impone a chi la abita «una cittadinanza universale di accoglienza e cura». Venezia è anche una città di rischi. Climatici, ambientali. È la città del decadimento. E il Migrant Child lo stava vivendo sulla propria pelle.
Nel 2019 Banksy aveva dipinto il Migrant Child a pochi centimetri dall’acqua, su un edificio già in stato di degrado. Nel corso degli anni, l’innalzamento delle acque e le difficili condizioni climatiche avevano messo a serio rischio la sopravvivenza del graffito. «Quando vidi quest’opera per la prima volta», racconta Fürstenberg, «mi chiesi se fosse giusto rimuoverla, restaurarla, conservarla e portarla nei contesti internazionali dove il suo messaggio deve risuonare con ancora più forza». La risposta fu sì. «Devo dire che è stato un processo complesso, perché tecnicamente, per acquisire l’opera — o meglio, i diritti su di essa — abbiamo dovuto acquistare l’edificio stesso, che ne costituisce il supporto». Un’operazione che l’ex presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha definito «una nuova forma di mecenatismo artistico puro» e «una coraggiosa collaborazione tra pubblico e privato».
Per Vittorio Sgarbi, il Migrant Child di Banksy «è il ricordo di un momento in cui l’artista ha sfidato la forma di dominio che il capitalismo impone all’arte. Un’opera che appartiene a tutti, per tutti. Un’opera in cui il giovane bambino, che si erge sull’acqua, indica una strada in cui nessuno prevale, nessuno ha maggior vantaggio o forza, ma ognuno ha diritti e condivide la condizione umana che il giovane migrante incarna nella sua corsa sull’acqua». Con una fiaccola in mano e un giubbotto di salvataggio indosso, il Migrant Child ricorda che la migrazione è ovunque. Secondo i dati più recenti del Peace Research Institute (2024), 473 milioni di bambini — uno su sei — vivono in aree colpite da conflitti armati. Solo nel 2025, più di 45.000 minori sono arrivati nell’Unione Europea, molti da soli. Quel bambino sta lì, a Venezia, a fare la guardia all’umanità.
Banksy e i migranti: da Calais alla nave Louise Michel
Dietro Migrant Child c’è un percorso che Banksy porta avanti da oltre dieci anni, fatto di opere, gesti e risorse economiche mobilitate attorno al tema della migrazione e dei rifugiati. Tutto inizia nel 2015, nella cosiddetta “Giungla di Calais”, il campo profughi alle porte della città francese dove decine di migliaia di persone in fuga da Siria, Afghanistan ed Eritrea attendevano di attraversare la Manica. Su uno dei muri del campo, Banksy dipinge The Son of a Migrant from Syria, ritratto di Steve Jobs con una sacca sulle spalle e un vecchio computer Apple sottobraccio: un promemoria che il fondatore di Apple era figlio di un rifugiato siriano arrivato negli Stati Uniti negli anni Cinquanta. Il messaggio è diretto — senza migranti, niente iPhone — e rimane uno dei lavori più citati della sua produzione politica.
Sempre a Calais, nello stesso periodo, Banksy torna più volte: uno stencil mostra un bambino con una valigia che osserva l’Inghilterra attraverso un cannocchiale su cui si è posato un avvoltoio; un altro reinterpreta La zattera della Medusa di Géricault, con sullo sfondo il profilo di una moderna nave militare. Nel 2016, di fronte all’ambasciata francese a Londra, dipinge una figura femminile in lacrime — Cosette dei Miserabili di Victor Hugo — con ai piedi una bomboletta di gas lacrimogeno usata dalla polizia per sgomberare il campo. Un QR code vicino alla figura rimanda a un video girato durante il raid: Banksy trasforma così il muro in un documento interattivo.
Nel 2017, al Walled Off Hotel di Betlemme — l’albergo di sua proprietà affacciato sul muro di separazione israeliano, definito dallo stesso artista come dotato della “peggior vista al mondo” — compare il trittico Mediterranean Sea View. Tre paesaggi marini in stile ottocentesco, apparentemente idilliaci, che rivelano giubbotti di salvataggio, remi e salvagenti abbandonati sulla riva. Donato a Sotheby’s dallo stesso Banksy, il trittico viene venduto nel 2020 per 2,2 milioni di sterline — quasi il doppio della stima — e il ricavato viene interamente devoluto all’ospedale Bethlehem Arab Society for Rehabilitation.
Ma l’impegno di Banksy non si ferma all’arte. Nel 2020, finanzia e decora una nave di soccorso nel Mediterraneo: la Louise Michel, verniciata di rosa shocking — lo stesso rosa del fumogeno del Migrant Child a Venezia — con a bordo una reinterpretazione della Balloon Girl, stavolta con un giubbotto di salvataggio e un salvagente a forma di cuore. Il messaggio, ancora una volta, è inconfondibile. Il Migrant Child di Venezia si inserisce in questa traiettoria come uno dei momenti più intensi: non un’opera isolata, ma un capitolo di una narrazione che dura da anni.

Kailash Satyarthi e il Migrant Child: il Nobel per la Pace alla Biennale di Venezia
Tra i presenti all’evento all’Arsenale c’è una figura che con quell’opera condivide non solo il tema, ma una storia personale di lotta concreta e quotidiana. Kailash Satyarthi, attivista indiano classe 1954, è uno dei più importanti difensori dei diritti dei minori al mondo. Ingegnere elettrico di formazione, a soli 26 anni rinuncia a una carriera avviata per dedicare la propria vita alla causa dei bambini sfruttati in India. Cambia anche il proprio cognome — da Sharma a Satyarthi, “cercatore di verità” in sanscrito — come atto di rottura simbolica con il sistema delle caste.
A partire dagli anni Novanta guida il Bachpan Bachao Andolan (BBA), letteralmente “Movimento per salvare l’infanzia”, con cui conduce blitz e operazioni di liberazione nei laboratori clandestini, nelle fabbriche di mattoni, nelle miniere e nelle case dove i bambini vengono sfruttati come manodopera gratuita. Non è un lavoro sicuro: Satyarthi sopravvive a diversi attacchi fisici, l’ultimo dei quali nel 2011, durante il salvataggio di bambini-schiavi in un laboratorio di abbigliamento a Delhi. Non si ferma. Grazie alla sua organizzazione, oltre 80.000 minori vengono sottratti alla schiavitù e reintegrati nella vita sociale attraverso percorsi di riabilitazione e istruzione.
Nel 1998 cofonda la Global March against Child Labour, una mobilitazione che attraversa più di 100 Paesi e contribuisce direttamente alla stesura delle convenzioni internazionali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) contro il lavoro minorile. È anche tra i fondatori della Global Campaign for Education, un’iniziativa che negli ultimi decenni ha contribuito a dimezzare il numero di bambini esclusi dall’istruzione nel mondo.
Nel 2014 il Comitato per il Nobel norvegese gli assegna il Premio per la Pace, condiviso con la pakistana Malala Yousafzai, «per la loro lotta contro la sopraffazione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all’istruzione». Un riconoscimento che unisce simbolicamente un uomo indù e una ragazza musulmana, un adulto e un’adolescente, due Paesi storicamente in conflitto: l’India e il Pakistan.
Di fronte al Migrant Child restaurato, Satyarthi non si risparmia. «I miei colleghi ed io abbiamo liberato fisicamente più di 140.000 bambini ridotti in schiavitù. Oggi, il Migrant Child di Banksy vi chiede: “Chi sono? Di chi sono figlio?” Vi chiedo di ascoltare il suo grido e di ricordare che ogni dato è una storia, un corpo che cammina su due gambe come voi. Abbiamo globalizzato tutto. È ora di globalizzare anche la compassione. Se non lo facciamo adesso, sarà troppo tardi». Il numero che cita — 140.000 bambini liberati — è aggiornato rispetto a quello ufficiale al momento del Nobel: la battaglia non si è fermata con il premio.
Il ritorno del Migrant Child tra Ifis Art e il Padiglione Italia
Dopo il restauro, il Migrant Child tornerà sull’edificio per cui era stato creato, questa volta protetto. Prima, il team ha voluto restituire qualcosa alla città che lo ha ospitato per anni: per due giorni, l’opera sarà trasportata su un’imbarcazione e attraverserà i canali veneziani, per essere vista e vissuta dai passanti. Il suo habitat naturale. «Banksy ha creato un catalizzatore di estetica relazionale», sottolinea Biasini Selvaggi. «Questo bambino non è qui per essere ammirato passivamente: è un’interfaccia che genera dialogo. Costringe a fermarsi, a fare domande, a scattare una fotografia, a riflettere. Trasforma un muro in un luogo di connessione umana, con un messaggio di speranza e pace che chiama alla tutela dei diritti umani universali».
L’iniziativa si inserisce nel più ampio progetto di Banca Ifis dedicato alla promozione del patrimonio artistico e culturale, sviluppato attraverso la piattaforma Ifis Art. Sempre all’Arsenale, dall’altra parte del canale, il Padiglione Italia di quest’anno è promosso da Ifis e Ifis Art: ospita la mostra Con te – Con tutto di Chiara Camoni, curata da Cecilia Canziani, che interpreta il tema centrale dell’edizione, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, attraverso le divinità minori come elemento di connessione tra cose, esseri umani e creature.
Villa Fürstenberg e il Parco Internazionale di Scultura di Banca Ifis
A pochi chilometri da Venezia, nell’entroterra mestrina, c’è un altro tassello del progetto culturale di Banca Ifis: il Parco Internazionale di Scultura di Villa Fürstenberg, inaugurato nel settembre 2023 in occasione del quarantesimo anniversario della banca.
La villa ha una storia lunga e stratificata. Costruita nel Cinquecento in stile palladiano lungo il Terraglio — la strada storica che collegava Venezia a Treviso — cambia proprietà nel corso dei secoli, passando tra le mani di famiglie veneziane e poi del senatore Giovanni Agnelli, che nel 1939 la dona alla nipote Clara in occasione delle nozze con il principe Tassilo von Fürstenberg. Nel secondo dopoguerra, la villa diventa sede di eventi mondani frequentati dal jet-set internazionale. Nel 2000, il principe Sebastien Egon von Fürstenberg la sceglie come sede per Banca Ifis, istituto che lui stesso aveva fondato nel 1983.
Oggi, il parco che circonda la villa — oltre 22 ettari di giardino di pregio naturalistico — è diventato un museo a cielo aperto. Per volontà del presidente Ernesto Fürstenberg Fassio, curato da Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, il parco ospita sculture monumentali di maestri italiani e internazionali: Fernando Botero, Igor Mitoraj, Pablo Atchugarry, Pietro Consagra, Giuseppe Penone, Jaume Plensa, Tony Cragg, Annie Morris, Philip Colbert, Anselm Kiefer, tra gli altri. Nel 2026, con l’ingresso di Margarethe v Antiochia di Kiefer, il numero delle opere raggiunge quota 26, firmate da 16 artisti diversi.
Il parco è aperto gratuitamente al pubblico ogni domenica — e in alcune occasioni il sabato — e ha già superato i 6.000 visitatori nel 2025. Non è un numero enorme, ma è un segnale: si tratta di un luogo pensato non per collezionisti o addetti ai lavori, ma per chi abita il territorio. Tutte le opere sono state corredate di didascalie in braille, per garantirne la fruizione anche a persone con disabilità visive, con visite guidate tattili dedicate.
La filosofia che guida il progetto, nelle parole dello stesso Fürstenberg Fassio, è quella di una «economia della bellezza»: arte e cultura non come lusso o investimento, ma come codice di valori — tradizione, innovazione, saper fare, immaginazione — capace di restituire qualcosa al territorio da cui la banca trae la propria storia. Un’idea che non è nuova — il rapporto tra banche e arte affonda le radici nel Rinascimento italiano — ma che qui si declina in chiave contemporanea e, soprattutto, accessibile.
La collezione è concepita come un cantiere aperto: ogni anno nuove opere entrano a fare parte del parco, creando un dialogo continuo tra scultura e natura, tra il presente degli artisti e il passato della villa. Un laboratorio che si estende idealmente fino all’Arsenale, dove il Migrant Child riprende vita.
La nuova opera di Banksy a Londra contro il “patriottismo cieco”
Anche Banksy prosegue il suo lavoro. Il 29 aprile 2026 è apparsa una nuova opera a Waterloo Place, nel cuore di St James’s, a Londra: un uomo in giacca e cravatta accecato da una bandiera. L’artista stesso ha confermato che si tratta di una rappresentazione del «patriottismo cieco». Collocata accanto alle statue tradizionali che celebrano il potere, l’opera sfida ancora una volta chi la guarda a mettere in discussione lo stato delle cose. Il Migrant Child, intanto, naviga sui canali di Venezia.


