
Carlo Colombo, il tessitore dei telai dell’Ottocento premiato da LVMH
Dalla filanda di Badoere al Premio Maestro Artigiano d’Eccellenza LVMH 2026: la storia della Tessitura La Colombina, dove il più semplice metro di tessuto richiede almeno un’ora di lavoro
Premio Maestro Artigiano d’Eccellenza LVMH 2026: perché ha vinto Carlo Colombo
Carlo Colombo, architetto e tessitore, guida con il fratello Mario la Tessitura La Colombina di Badoere, frazione di Morgano, in provincia di Treviso. Il 14 settembre ha ricevuto a Roma, al Bvlgari Hotel, il Premio Maestro Artigiano d’Eccellenza 2026. Il riconoscimento, alla quarta edizione, è promosso da Mestieri d’Eccellenza LVMH con Confartigianato Imprese, Camera Nazionale della Moda Italiana e Fondazione Bvlgari. Le candidature erano oltre 900, i finalisti nove.
La giuria ha premiato l’uso dei telai a mano come strumenti di ricerca. “Quando ho deciso di riportare in vita i nostri vecchi telai non volevo conservarli come testimonianza del passato,” dice Colombo. “Volevo usare uno strumento nato oltre un secolo fa per creare prodotti contemporanei.” Negli ultimi anni La Colombina ha lavorato con giovani emergenti: Federico Ongaro di OngaroLab su tessuti e stampe, Giulia Ferraris di Ateliervetra su lane autoctone e tinture naturali, Francesco Vantin di Gimmi Jeans sulla canapa veneta. “Il futuro dell’artigianato si costruisce insieme,” dice Colombo. “Tramandare significa lasciare spazio a chi arriva dopo, invece di insegnare a fare le cose come sono sempre state fatte.”
Tessitura La Colombina a Badoere: dalla filanda di seta alla tessitura
La famiglia fa risalire la propria attività al 1895. Angelo Colombo era nato a Milano nel 1877. Aveva lavorato come dirigente in una filanda del Comasco, poi ne aveva acquistate due, a Galliera Veneta, in provincia di Padova, e a Chignolo Po, in provincia di Pavia. Allevava bachi e produceva seta.
Il figlio Mario ne comprò un’altra a Inverigo, nel Comasco, dove nacque Giuseppe Colombo. Quando seppe che a Badoere il cantiere di una filanda si era interrotto, acquistò terreni e progetto. In Lombardia l’industria stava prendendo il posto della bachicoltura; il Veneto aveva il clima adatto e gelsi spontanei. A pieno regime la filanda di Badoere impiegava 120 persone. Si entrava a quattordici anni. L’età media delle filandere era tra i venti e i ventiquattro: poi quasi tutte smettevano per sposarsi e crescere i figli. Ogni anno si lavoravano tra i 1.500 e i 2.000 quintali di bozzoli.
La filanda aprì nel 1945, quando in Italia il settore serico entrava in crisi per la concorrenza del nylon statunitense e della seta giapponese. Nei primi anni Cinquanta fu riconvertita in tessitura, con il nome La Colombina. Dal 1962 Giuseppe Colombo, terza generazione, puntò sugli accessori: sciarpe, scialli, berretti. Alla fine degli anni Ottanta nacque il marchio Nicki Colombo. Nel 1995 i quattordici telai a mano si fermarono. Nel 2000 l’azienda passò a Mario e Carlo, classe 1976 e 1972.
Da bambino Carlo guardava i telai girandosi in bocca le caramelle di Stefania Gastaldin, una delle tessitrici. Ogni tanto lei gli chiedeva di aiutarla con maglie, fili e pettini. Mario andava al pollaio con un triciclo a rimorchio, caricava i pulcini e pedalava tra i telai raccogliendo gli scarti di lana per scaldarli. Da grandi, Carlo è diventato architetto e Mario ha studiato design. Poi sono tornati entrambi nei 1.100 metri quadrati sotto la ciminiera della vecchia filanda, spenta da decenni.
Hanno ribaltato, una per una, le scelte imposte al bisnonno dal mercato. Il nylon aveva chiuso la filanda: loro sono tornati alle fibre naturali. Gli scarti di lana servivano a scaldare i pulcini: hanno avviato un progetto per valorizzarli. La velocità delle linee di produzione aveva fermato i telai a mano: nel 2013 li hanno rimessi in funzione.
Eredi Colombo e Nicki Colombo: come è organizzata l’azienda
Dopo la morte del padre Giuseppe, nel 2019, i fratelli hanno fondato la Eredi Colombo, che riunisce la tessitura La Colombina e il marchio Nicki Colombo. Secondo gli ultimi dati forniti dall’azienda, la Eredi Colombo ha otto dipendenti e produce diecimila capi l’anno tra accessori e maglieria, con volumi ridotti e materiali sintetici quasi del tutto abbandonati.
Nicki Colombo produce accessori, specializzati nel cashmere, con le macchine per maglieria sia interne sia affidandosi ai migliori supplier della zona. “Nel 2002, quando avremmo dovuto sostituire il parco macchine, abbiamo deciso con nostro padre di affidarci ai maglifici del territorio,” spiega Mario Colombo. “Noi scegliamo filo, materia prima e design. Il terzista realizza il prototipo e lo miglioriamo insieme.”
A metà degli anni Duemila i clienti andavano dalle piccole mercerie, che chiedevano foulard stampati in poliammide, ai negozi storici e ai concept store, che volevano sciarpe a telaio in cashmere o seta. “Allora c’era molta richiesta di fibre miste con poliammide e poliestere. Seta e cashmere erano di nicchia,” racconta Mario Colombo. Poi la domanda si è capovolta. “Sui prodotti di qualità inferiore i marchi stranieri ci battevano. Abbiamo lasciato quella produzione e ci siamo concentrati su capi quasi sartoriali, in fibre naturali e tracciate.” Sono cambiati anche i clienti. “Negli anni Settanta mio padre regalava agli amici che si sposavano plaid tessuti a mano. Quelle coperte si usano ancora. I ragazzi che incontro ai corsi di tessitura preferiscono un tessuto usato in fibre naturali a un capo nuovo in plastica.”
Telai a mano dell’Ottocento: quanto tessuto produce La Colombina
La Colombina conserva quattordici telai ortogonali in legno di metà Ottocento. Per riattivarli sono state fatte piccole modifiche: luci a led e parti in nylon o teflon al posto dei componenti in legno più fragili, come il “programmatore” a pioli. Preparare un telaio, cioè montare l’ordito e passare maglie e pettine, richiede in media due giorni. L’orditoio risale al 1905. Tra le tessitrici fino a qualche mese fa c’era ancora Stefania Gastaldin, da poco in pensione.
Un telaio meccanico fa 800 battute al minuto. Una tessitrice esperta al telaio a mano ne fa 30, una ogni due secondi, e produce in media un metro di tessuto all’ora: sei metri al giorno. Dalla Colombina escono tremila metri di tessuto l’anno, su richiesta, per designer indipendenti. Un tessuto realizzato per uno di loro è finito sulla copertina di Vogue UK nel 2017. I tessuti realizzati dalla Colombina calcano spesso le passerelle della moda.
Il telaio a mano consente di inserire fettucce, stoffe e nastri, cosa impossibile con quelli meccanici. I fratelli vogliono unire le due produzioni: un poncho in maglieria con collo, tasche e maniche tessuti a mano, per esempio. “Poche aziende hanno una conoscenza a 720 gradi,” dice Carlo Colombo. “Trecentosessanta sulla maglieria moderna e trecentosessanta sulla tessitura a mano.”
I telai sono uguali al modello esposto al Museo della scienza e della tecnologia di Milano e a quelli della tessitrice veneta Elda Cecchele. “Elda Pavan, moglie del filandiere Gino Cecchele, aveva stabilimenti a San Martino di Lupari e Galliera Veneta. Mio nonno Mario era nato a Galliera Veneta,” ricostruisce Carlo Colombo. “Probabilmente nel primo dopoguerra hanno comprato insieme i telai dal parroco di Fontaniva. Oppure lei ne ha ceduti alcuni a mio nonno.”

Fibre naturali e lane autoctone venete: da dove arrivano le materie prime
Le materie prime sono quasi tutte naturali, tracciate e italiane. Il cashmere e il misto lana-cashmere arrivano da Cariaggi, a Cagli nel Pesarese, la lana da Tollegno 1900 di Biella, la seta da Servizi e Seta e così vale per le altre fibre.
Carlo ha sempre avuto un focus sulla produzione etica e responsabile; “sostenibile” è ormai un termine abusato. Naturale è stato focalizzarsi sui filati autoctoni a km 0, come la lana d’Alpago, dal vello della pecora alpagota del Bellunese, nata da un progetto del Lanificio Paoletti; la lana della pecora Brogna della Lessinia, nel Veronese; la Gentile di Puglia; le lane sarde; la filiera della canapa italiana e veneta; il cashmere 100% friulano. Per i piccoli quantitativi comprano l’alpaca direttamente dai produttori andini.
Importante la ricerca sulle tinture naturali fatta da Giulia Ferraris – Ateliervetra –, una ricerca etnobotanica e tintoria territoriale per vedere le differenti sfumature di colore che un’essenza dà in base al periodo di raccolta. Un tomo di test e nuances che meriterebbe una pubblicazione dedicata.
Per le esigenze di produzione ci si rivolge a produttori di canapa come Davisil, per realizzare tessuti che rispondano alle esigenze di mercato e siano meno sperimentali. È una fibra dura: va mischiata con seta, lana o cotone, oppure lavata molte volte. Cresce senza irrigazione e lascia il terreno fertile. “Qualcuno la chiama il maiale del mondo vegetale, perché si usa tutta,” dice Carlo Colombo. Le fibre sintetiche entrano solo quando un designer chiede effetti impossibili con quelle naturali. “Sotto il 3 per cento in teoria non si dovrebbe dichiarare. Io dichiaro sempre la plastica, anche allo 0,5.”
Scarti tessili e riciclo: stole irripetibili e carta dalla cartiera di Quero Vas
In ogni ordito resta almeno un metro di filo di scarto. I Colombo hanno provato a usarlo come trama. “Abbiamo realizzato stole con la trama fatta solo di scarti. Richiede più lavoro: la tessitrice deve infilare di continuo ciuffi di lana lunghi un metro,” spiega Carlo Colombo. “Ogni stola è irripetibile.” A volte gli scarti di cotone, lino e canapa vanno alla cartiera artigianale di Quero Vas, che li trasforma in carta; altre volte vengono ceduti ad artisti tessili locali per la creazione di arazzi. L’obiettivo è ridurre al minimo gli scarti.
Un distretto della tessitura in Veneto e i corsi per giovani designer
La Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, è il distretto della calzatura a cui i grandi marchi affidano scarpe e borse. I Colombo vorrebbero costruire qualcosa di simile per la tessitura, insieme ad altre realtà venete: Luigi Parisotto a Sarcedo e Renata Bonfanti a Mussolente, nel Vicentino, il Lanificio Paoletti e La Serica di Follina, nel Trevigiano, la Tessitura Luigi Bevilacqua a Venezia e tanti altri colleghi, spaziando da tessitori che fanno più produzione a quelli di nicchia estrema e pochi metri, ma accomunati dal focus sulla sperimentazione tessile.
Con l’istituto d’arte Pietro Selvatico di Padova l’azienda ha organizzato corsi di tessitura aperti a studenti, appassionati e cultori della materia. Nel 2020 ha ideato e organizzato, in collaborazione con UNISEF e con fondi regionali ed europei, il corso per textile developer: sei ragazzi hanno seguito una formazione alla Colombina su filati, tessitura, modellistica e tintura naturale, e poi tre mesi di stage in importanti aziende del territorio.
Fondamentale è trasmettere ai giovani la cultura creativa e tessile. In quest’ottica si inserisce la stretta collaborazione con l’Università Iuav di Venezia, con la quale spesso si organizzano workshop, come quello sulla produzione a rifiuti zero, il progetto Weaving Wool Narratives – WOOLSHED Design Marathon per la valorizzazione delle lane autoctone e le visite guidate in tessitura per gli studenti. “Un architetto deve conoscere i materiali con cui lavora. Un designer pure, per non progettare prototipi irrealizzabili,” dice Carlo Colombo.
La biblioteca online dei tessuti a mano
Nei periodi senza commesse La Colombina tesse rotoli per una biblioteca presto online. “Un produttore ogni sei mesi crea tessuti nuovi che sostituiscono i precedenti,” spiega Carlo Colombo. “Io voglio una biblioteca di tessuti sempre disponibili e replicabili, anche con varianti. La lentezza e i volumi ridotti lo permettono.” Ogni tessuto sarà descritto nel dettaglio e consultabile da chiunque. “Non temo le copie. Anzi, spero che sia di ispirazione affinché ognuno possa dare la sua interpretazione di un tessuto. Pochi hanno un telaio a mano funzionante: fare squadra è fondamentale.”
La foto delle filandere del 1947 e la Rotonda di Badoere
All’ingresso dello spaccio aziendale c’è una fotografia in bianco e nero scattata nel 1947 davanti alla filanda: centoventicinque persone. In paese molti vi riconoscono una parente e alcuni ne tengono una copia in casa. Alcuni volti restano senza nome, perché molte filandere venivano dai paesi vicini. Gli uomini sono pochi e riconoscibili: il carabiniere, il sindaco, il monsignore, don Giulio Cester, il parroco, Mario Colombo, il padre Angelo e il figlio Giuseppe.
Badoere si sviluppa attorno alla Rotonda settecentesca, una piazza porticata tra gli esempi più noti dell’architettura delle ville venete, sede di un mercato settimanale. Vicino sorgeva villa Badoer, distrutta nel 1920 durante le rivolte contadine. La Rotonda, edificio semicircolare pensato e voluto dalla famiglia Badoer come “centro commerciale”, era divisa in unità che presentavano sul fronte la bottega artigiana, nel retro il laboratorio e nei piani superiori l’abitazione.
Nei primi decenni del Novecento sulla piazza c’era una sala da ballo, e il parroco di Santa Cristina chiedeva a don Giulio Cester quando l’avrebbe chiusa: “Quand’è che chiudi la tua stalla?” “Quando tu tieni a casa le tue vacche,” rispose lui. Alla fine della guerra nella sala da ballo furono rinchiusi i soldati tedeschi catturati. La sorella di Laura Milan, ex dipendente Colombo, portava loro da mangiare, anche se anni prima il padre aveva rischiato l’impiccagione perché sospettato di aiutare i partigiani.
Il libro La filanda Colombo a Badoere. Una storia legata a un filo, a cura di Giulia Squizzato ed edito dalla Pro Loco di Morgano, raccoglie le voci delle prime lavoratrici, dei lavoratori e dei sindacalisti, le memorie di Giuseppe Colombo, morto nel 2018 mentre il libro era in lavorazione, e la storia della seta nel Trevigiano. Lidia Targhetta ricorda il cantiere: “Quando guardavamo il camino in costruzione si diceva che arrivava una filanda. Tutti speravano di entrarci.”

