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Suini e bovini in Italia: quanti sono gli allevamenti intensivi e dove va la carne

In Italia aumentano le dimensioni degli allevamenti intensivi: suini e bovini si concentrano nel Nord, mentre l’allevamento estensivo cresce lentamente nelle aree montane e interne

In Pianura Padana il cuore industriale degli allevamenti intensivi italiani

Il sistema zootecnico italiano si concentra nel Nord del Paese. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto costituiscono il principale distretto della produzione animale nazionale, dove si colloca la maggior parte degli allevamenti bovini da latte e degli allevamenti suinicoli collegati alle filiere industriali della trasformazione.

Nel 2025 in Italia risultavano attivi circa centomila allevamenti bovini e ventiseimila suinicoli. Il patrimonio bovino nazionale supera i sei milioni di capi, mentre quello suinicolo si colloca attorno ai nove milioni di animali. Lombardia ed Emilia-Romagna ospitano insieme oltre la metà dei suini allevati nel Paese, mentre la produzione lattiero-casearia si concentra prevalentemente tra Lombardia, Veneto e Piemonte.

Negli ultimi vent’anni il numero totale di aziende zootecniche è diminuito in modo costante, mentre la dimensione media delle strutture è aumentata. Il sistema si è progressivamente concentrato: meno aziende ma più capi per allevamento.

Questo processo ha trasformato la Pianura Padana in uno dei territori con la maggiore densità zootecnica in Europa. Allevamenti, industrie mangimistiche, macelli e stabilimenti di trasformazione si collocano nello stesso territorio, formando una filiera agroindustriale integrata che produce carne, latte e derivati destinati sia al mercato interno sia all’export.

Nel 2024 la produzione zootecnica italiana ha superato ventidue miliardi di euro, confermando il ruolo centrale della filiera animale nell’agroalimentare nazionale.

Materie prime naturali: mangimi, acqua e suolo dietro la filiera animale

La produzione zootecnica dipende da grandi quantità di materie prime naturali. Cereali, proteine vegetali, acqua e superfici agricole costituiscono la base materiale che sostiene la filiera animale.

Una parte significativa dell’impatto ambientale della zootecnia si colloca a monte della stalla. La coltivazione dei mangimi richiede fertilizzanti azotati, irrigazione e grandi superfici agricole. In Europa una quota rilevante della produzione cerealicola viene destinata all’alimentazione animale.

Quando questi nutrienti entrano nella filiera zootecnica vengono trasformati solo in parte in carne o latte. La quota maggiore ritorna all’ambiente sotto forma di reflui. Liquami e letami contengono azoto, fosforo e sostanza organica che possono essere riutilizzati nei campi come fertilizzanti.

Il problema emerge quando la quantità di nutrienti prodotta dagli animali supera la capacità delle colture di assorbirli. In queste condizioni si generano eccedenze di azoto che possono disperdersi nell’ambiente sotto forma di ammoniaca nell’aria o nitrati nelle acque sotterranee.

Allevamenti intensivi in Lombardia

Azoto e ammoniaca: la chimica invisibile degli allevamenti

In Italia oltre il novanta percento delle emissioni nazionali di ammoniaca proviene dal settore agricolo, soprattutto dalla gestione delle deiezioni animali. L’ammoniaca si forma durante la decomposizione dell’urea contenuta nelle urine degli animali: viene rilasciata nei ricoveri durante lo stoccaggio dei liquami e nel momento dello spandimento sui terreni agricoli.

Una volta dispersa nell’atmosfera, reagisce con ossidi di azoto e composti solforati, formando particolato secondario. Questo processo contribuisce alla formazione di PM2.5, uno degli inquinanti atmosferici più critici nella Pianura Padana.

Il ciclo dell’azoto riguarda anche il suolo e le acque sotterranee. Quando l’azoto distribuito sui campi supera il fabbisogno delle colture può trasformarsi in nitrato e raggiungere le falde attraverso processi di lisciviazione.

Per limitare questo fenomeno la normativa europea sui nitrati stabilisce un limite massimo di centosettanta chili di azoto per ettaro all’anno proveniente da effluenti zootecnici nelle zone vulnerabili.

Sequestro di CO2: quanto il suolo può compensare le emissioni zootecniche

Nel dibattito climatico sull’agricoltura il sequestro di CO2 nei suoli è diventato uno degli strumenti più discussi per ridurre l’impatto climatico del settore. L’aumento della sostanza organica nei terreni può contribuire a immagazzinare carbonio atmosferico e migliorare la fertilità del suolo. Pratiche come colture di copertura, riduzione delle lavorazioni e gestione dei prati permanenti favoriscono l’accumulo di carbonio nel terreno.

Nel caso della zootecnia, tuttavia, la questione climatica resta dominata dalle emissioni di metano dei ruminanti. La fermentazione enterica rappresenta una delle principali fonti di metano nel settore agricolo.

Il carbonio sequestrato nei suoli può migliorare il bilancio climatico dell’agricoltura, ma non elimina il contributo del metano. Le strategie climatiche nel settore zootecnico combinano quindi pratiche agronomiche, gestione dei reflui e miglioramento dell’alimentazione animale.

Negli ultimi anni diversi programmi europei stanno studiando il ruolo dei suoli agricoli come serbatoi di carbonio, ma la riduzione delle emissioni zootecniche resta una delle sfide più complesse della transizione agricola.

Allevamenti intensivi in Lombardia

Vetos Europe e Rete Clima: la zootecnia entra nel mercato dei crediti di carbonio

Il progetto sviluppato da Vetos Europe e Rete Clima introduce nella filiera zootecnica italiana un modello di generazione di crediti di carbonio volontari basato sulla riduzione del metano nei ruminanti. L’iniziativa combina intervento nutrizionale in allevamento, raccolta e tracciabilità dei dati. Le emissioni evitate vengono quantificate, certificate e immesse nel mercato volontario del carbonio attraverso un sistema aperto all’adesione progressiva degli allevatori.

La quantificazione si basa sullo standard internazionale Verra VM0041, utilizzato nei progetti che intervengono sulle emissioni dei ruminanti attraverso modifiche nella dieta. Il protocollo definisce criteri precisi: costruzione di uno scenario di riferimento, tracciabilità dei dati, monitoraggio continuativo e dimostrazione dell’addizionalità. Le riduzioni vengono calcolate secondo parametri codificati e trasformate in unità certificabili.

La validazione e la verifica sono affidate a RINA, che opera come soggetto terzo indipendente. Il processo include controlli sui dati raccolti, coerenza metodologica e corrispondenza tra interventi applicati e risultati dichiarati, elementi necessari per l’emissione dei crediti.

Il progetto è strutturato come group project e prevede l’adesione progressiva degli allevatori. Le aziende partecipanti accedono a una valutazione tecnica iniziale, contribuiscono alla generazione dei crediti e partecipano alla distribuzione dei ricavi derivanti dalla loro vendita. L’impostazione è modulare e punta a estendere il sistema a una base più ampia di operatori.

La soluzione tecnica su cui si basa l’intervento è stata sviluppata e testata su una mandria bovina globale di circa un milione di capi nell’arco di undici anni, con oltre venti pubblicazioni scientifiche a supporto dei risultati. Questo patrimonio di dati costituisce il riferimento per l’applicazione nel contesto italiano e per la definizione dei parametri di calcolo.

Allevamento estensivo: una crescita lenta rispetto alla zootecnia intensiva

L’allevamento estensivo rappresenta una quota limitata della produzione animale italiana. Questi sistemi sono diffusi soprattutto nelle aree montane e collinari, dove gli animali pascolano su superfici naturali o semi-naturali.

Il modello estensivo è più frequente nell’allevamento bovino da carne e negli allevamenti ovicaprini. Tuttavia, il numero di aziende che adottano questo sistema resta inferiore rispetto agli allevamenti intensivi di pianura. Gli allevamenti bovini estensivi o semi-estensivi rappresentano circa il venti percento delle aziende del settore, diffusi soprattutto nelle aree montane dell’Appennino, delle Alpi e in alcune regioni del Centro e della Sardegna. 

Nonostante gli incentivi della Politica Agricola Comune e dei programmi agroambientali, la crescita dell’allevamento estensivo negli anni si è assestata tra l’uno e il due percento. Le aziende estensive richiedono superfici molto più ampie e producono quantità inferiori di carne rispetto agli allevamenti intensivi. In molte aree montane il limite principale resta la disponibilità di infrastrutture, macelli e filiere di trasformazione. Pertanto, la produzione animale italiana continua a dipendere principalmente dagli allevamenti intensivi situati nelle principali aree agricole del Nord. 

Allevamenti intensivi in Lombardia

Economie circolari: biogas, digestato e il ciclo dei nutrienti

La gestione dei reflui zootecnici è uno degli ambiti in cui il principio delle economie circolari trova un’applicazione concreta in agricoltura. In Italia sono attivi oltre millesettecento impianti di biogas agricolo, molti dei quali alimentati con liquami e residui provenienti dagli allevamenti. Nel complesso, la produzione supera i dieci miliardi di kWh all’anno e rappresenta una quota rilevante dell’energia rinnovabile generata nelle aree rurali.

Questo sviluppo è legato anche alla struttura della zootecnia italiana. Nel settore suinicolo, per esempio, meno del quindici percento degli allevamenti concentra oltre il settanta percento dei capi. La produzione animale, e quindi anche quella dei reflui, si addensa così in un numero relativamente ridotto di aziende di grandi dimensioni, dove il trattamento centralizzato dei liquami diventa tecnicamente ed economicamente più praticabile.

In questi impianti i reflui vengono sottoposti a digestione anaerobica: il processo produce biogas, che può essere convertito in energia elettrica o raffinato in biometano, e consente di ridurre una parte delle emissioni di metano che si svilupperebbero durante il semplice stoccaggio dei liquami. Al termine della digestione resta il digestato, utilizzato come fertilizzante agricolo perché conserva una quota significativa dei nutrienti originariamente presenti nei reflui.

La digestione anaerobica non elimina azoto e fosforo: li trasforma, ma li lascia nel sistema. Il digestato deve quindi essere distribuito sui terreni in quantità compatibili con il fabbisogno delle colture e la capacità del suolo di assorbire nutrienti senza generare eccedenze. Per questo le economie circolari applicate alla zootecnia funzionano davvero solo quando la produzione di energia è accompagnata da una gestione agronomica rigorosa dei nutrienti.

Dove finisce la carne: consumo interno ed export delle filiere italiane

La produzione italiana di carne è destinata sia al mercato interno sia all’esportazione. Gran parte dei suini allevati in Italia viene utilizzata per la produzione di prosciutti e salumi destinati alla trasformazione industriale. Ogni anno in Italia vengono macellati circa undici milioni di suini, molti dei quali destinati alla produzione dei principali salumi DOP come Prosciutto di Parma e Prosciutto di San Daniele. Nel 2025 l’export italiano di salumi e carni lavorate ha superato i tre miliardi di euro, con i principali mercati in Europa, Stati Uniti e Asia.

La carne bovina segue una dinamica differente. L’Italia rimane uno dei principali consumatori europei di carne bovina, ma continua a essere importatore netto di esemplari vivi e carne fresca. La produzione nazionale copre circa il cinquantacinque percento del consumo interno di carne bovina, mentre il resto proviene soprattutto da Francia, Irlanda e Paesi dell’Europa orientale.

Debora Vitulano