Dissalazione

La tecnologia non crea acqua: dissalazione, riuso e reti intelligenti alla prova della crisi idrica

Tre miliardi di persone in stress idrico, l’agricoltura che assorbe il 70 per cento dei prelievi: le tecnologie possono rendere l’acqua utilizzabile, recuperabile e misurabile, ma non più abbondante

Tecnologia e crisi idrica: dissalazione, riuso e reti intelligenti

Oltre tre miliardi di persone vivono in territori sottoposti a un elevato stress idrico. Le tecnologie per produrre, recuperare e distribuire meglio l’acqua esistono, ma richiedono energia pulita, infrastrutture e una riduzione strutturale degli sprechi

Nel 2026 la crisi idrica è il prodotto di domanda crescente, cambiamento climatico, inquinamento, infrastrutture obsolete e gestione insufficiente. Ogni anno nel mondo si prelevano oltre 4.000 miliardi di metri cubi di acqua dolce, e quasi 1.500 miliardi non tornano nel sistema locale dopo l’uso. L’agricoltura pesa per circa il 70 per cento dei prelievi e quasi il 90 per cento dei consumi effettivi. Negli ultimi vent’anni le persone che vivono in aree ad alto stress idrico sono cresciute di quasi un miliardo, oltre quota tre miliardi.

La disponibilità fisica è solo una parte del problema. Secondo il World Water Development Report 2026 delle Nazioni Unite, 2,1 miliardi di persone restano prive di servizi di acqua potabile gestiti in sicurezza: la disparità riguarda l’accesso alle reti, la qualità del trattamento, la continuità del servizio, il costo per le famiglie. La crisi idrica alimenta migrazioni, conflitti e perdita dei mezzi di sussistenza, ma agisce insieme a povertà, instabilità politica, degrado del suolo e assenza di servizi, più che come causa unica e autonoma.

La dissalazione trasforma il mare in acqua dolce

La dissalazione è la soluzione più visibile: rimuove sali e minerali dall’acqua marina o dalle falde salmastre, per usi potabili, industriali e agricoli. La tecnologia dominante è l’osmosi inversa, dove l’acqua viene spinta ad alta pressione attraverso membrane che trattengono i sali. I sistemi a membrana coprono oltre l’80 per cento della capacità installata mondiale, avendo sostituito gli impianti termici basati su evaporazione e condensazione.

La capacità resta concentrata in Medio Oriente e Nord Africa, che ospitano più del 40 per cento del totale mondiale; i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo ne rappresentano circa un terzo. La regione produce ogni anno 12 miliardi di metri cubi di acqua dissalata, due terzi destinati all’uso potabile. A livello globale, però, l’acqua dissalata copre meno dell’1 per cento dei prelievi di acqua dolce: decisiva per città costiere, isole e Paesi privi di fiumi o falde sufficienti, non sostituisce la gestione delle risorse continentali.

In territori come Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e molti sistemi insulari la dipendenza è quasi totale, e gli impianti diventano infrastrutture critiche: un guasto, un’interruzione energetica o un attacco può compromettere in pochi giorni l’approvvigionamento di intere città.

Quanta energia serve per dissalare l’acqua

Il consumo energetico è il limite principale. Gli impianti di osmosi inversa alimentati con acqua marina usano tra 2,5 e 6 kilowattora per metro cubo, considerando captazione, trattamento, processo a membrana e gestione del concentrato; gli impianti termici richiedono di più, soprattutto sotto forma di calore. Le strutture più grandi producono circa un milione di metri cubi al giorno, ma assorbono l’elettricità di una città da 200.000 abitazioni.

L’International Energy Agency stima che la crescita della dissalazione e il passaggio dai processi termici a quelli elettrici aggiungeranno circa 190 terawattora alla domanda mondiale di elettricità entro il 2035, quanto il consumo annuo di sessanta milioni di famiglie. Collegare gli impianti alle rinnovabili riduce le emissioni senza annullare il fabbisogno: servono reti stabili, accumulo o una produzione flessibile.

Qui una strategia si sta affermando. Un dissalatore può produrre di più nelle ore in cui solare ed eolico generano elettricità in eccesso; l’acqua viene stoccata in serbatoi e immessa in rete quando l’energia scarseggia. È la riserva idrica — più economica da conservare dell’elettricità — a funzionare come accumulo indiretto.

L’impianto di Agadir in Marocco

Agadir mostra come il rapporto tra energia e acqua sia cambiato dal 2021. L’impianto marocchino è entrato in attività con una capacità di 275.000 metri cubi al giorno, tra acqua potabile e irrigazione. Nel 2025 è stata approvata un’espansione di altri 125.000 metri cubi giornalieri: la capacità complessiva dovrebbe raggiungere i 400.000 metri cubi al giorno tra fine 2026 e 2027, servendo circa due milioni di persone e 13.600 ettari di terreni agricoli.

Il progetto prevede anche un parco eolico oltre i 150 megawatt, annunciato per il 2027, con un investimento superiore a 250 milioni di euro per ampliamento e nuova produzione energetica. Il Marocco punta a coprire con la dissalazione il 60 per cento dell’acqua potabile entro il 2030, dal 25 per cento del 2025. Il programma risponde ad anni consecutivi di siccità, e apre una questione economica: l’acqua dissalata sostiene coltivazioni ad alto valore vicine alla costa, mentre resta difficile e costoso portarla verso aziende agricole piccole o lontane.

La salamoia, il residuo della dissalazione

L’osmosi inversa separa l’acqua dolce da una soluzione dove sali, sostanze chimiche e altri composti si concentrano: questo residuo è la salamoia. Uno studio pubblicato su Nature Water stima la capacità mondiale di dissalazione in circa 34,8 miliardi di metri cubi all’anno, con una produzione di salamoia di circa 51,7 miliardi. Per l’acqua marina, solo il 40-50 per cento del volume trattato viene recuperato come acqua dolce.

Gli impianti costieri scaricano la salamoia in mare attraverso condotte e diffusori pensati per diluirla. Una dispersione insufficiente aumenta localmente salinità e temperatura, con effetti su organismi bentonici e habitat marini. Il problema si complica per gli impianti nell’entroterra, che trattano falde salmastre senza accesso diretto al mare: la salamoia può essere iniettata in profondità, conferita alle fognature o raccolta in bacini di evaporazione, tutte soluzioni con costi e rischi ambientali.

La ricerca sviluppa sistemi a scarico liquido minimo o nullo, per recuperare più acqua e trasformare i sali in materiali solidi da cui estrarre magnesio, litio e altri minerali. Le tecnologie — distillazione a membrana, elettrodialisi, cristallizzazione, estrazione con solventi — restano lontane da un’applicazione generalizzabile: aumentare il recupero d’acqua richiede più energia, più apparecchiature, più costi, e la valorizzazione dei minerali compensa solo quando concentrazioni, domanda e processi di separazione lo permettono.

Il riuso dell’acqua può battere la dissalazione in efficienza

Una parte crescente di ricerca e investimenti si sposta dalla produzione di nuova acqua al recupero di quella usata. Città e industrie generano quasi un miliardo di metri cubi di acque reflue al giorno, buona parte scaricata senza trattamento sufficiente. Depurate secondo standard adeguati, possono servire processi industriali, irrigazione, pulizia urbana, ricarica delle falde e, con trattamenti avanzati, l’uso potabile.

La capacità mondiale di riuso è triplicata in vent’anni e cresce di circa il 7 per cento l’anno, ma corrisponde ancora al 12 per cento dei prelievi municipali di acqua dolce, e al 3 per cento contando usi industriali e potabili. Secondo la Banca Mondiale, il riuso municipale e industriale potrebbe crescere di otto volte entro il 2040, fino a 430 milioni di metri cubi al giorno, con un potenziale di investimento stimato in 340 miliardi di dollari.

Il vantaggio è geografico. Le acque reflue si producono dove si concentrano popolazione e industrie, e possono essere trattate vicino ai luoghi di riutilizzo, riducendo i trasferimenti. Il riuso richiede però reti separate, controlli sanitari e norme chiare — e livelli di trattamento diversi secondo l’uso: un processo industriale, l’irrigazione di un parco e il consumo umano non chiedono la stessa qualità.

Sensori e intelligenza artificiale per individuare le perdite

Prima di produrre nuova acqua conviene evitare che quella già trattata si disperda. Le perdite di rete nascono da tubazioni vecchie, variazioni di pressione, rotture, contatori imprecisi e consumi non registrati: in diversi sistemi urbani l’acqua non fatturata supera il 40 o il 50 per cento di quella immessa.

Contatori digitali e sensori di pressione individuano anomalie nei consumi; sistemi acustici rilevano il rumore dell’acqua che esce dalle tubazioni; satelliti e sensori aerei riconoscono variazioni di umidità nel terreno. Gli algoritmi confrontano portate, pressioni e consumi in momenti diversi, delimitano la zona di una perdita e assegnano priorità agli interventi. I gemelli digitali riproducono la rete e simulano l’effetto di una rottura, di una nuova utenza o di un cambiamento di pressione.

La strategia della Banca Mondiale per il settore idrico 2025-2030 indica digitalizzazione, contatori intelligenti e rilevamento delle perdite con l’IA tra gli strumenti per aumentare l’efficienza dei gestori. La tecnologia va però accompagnata dalla sostituzione delle condotte e da una gestione aggiornata degli asset: un sensore localizza una perdita, non ripara una rete priva di manutenzione.

Agricoltura di precisione e consumo d’acqua

L’agricoltura è il settore dove la tecnologia può produrre il risparmio assoluto maggiore. L’irrigazione a goccia porta l’acqua alle radici, riducendo evaporazione e dispersione rispetto allo scorrimento superficiale. I sensori misurano l’umidità del terreno, le stazioni meteo calcolano temperatura, vento e precipitazioni, i satelliti osservano le colture e stimano l’evapotraspirazione. L’integrazione di questi dati permette di irrigare solo quando e dove serve.

Un progetto pilota sostenuto dalla FAO nelle risaie dello Sri Lanka ha registrato, nella stagione 2024, una riduzione del 40 per cento dell’acqua applicata rispetto agli appezzamenti di controllo. Il risultato non si trasferisce automaticamente a ogni coltura e territorio, ma indica il potenziale del monitoraggio.

L’efficienza può però rovesciarsi. Se l’acqua risparmiata serve a estendere le superfici irrigate o a coltivare prodotti più idroesigenti, il consumo complessivo resta invariato o aumenta. Per questo la tecnologia va inserita in regole sui prelievi, sulle colture e sulla disponibilità reale dei bacini: irrigare meglio non significa irrigare senza limiti.

Produrre acqua dall’umidità atmosferica

L’atmosfera contiene vapore acqueo condensabile in acqua potabile. I generatori atmosferici usano sistemi refrigeranti o materiali che assorbono l’umidità. Zero Mass Water ha assunto il nome SOURCE Global e continua a produrre gli Hydropanel: pannelli che sfruttano l’energia solare per catturare il vapore, condensarlo e mineralizzare l’acqua. Ogni pannello produce indicativamente tra tre e cinque litri al giorno, secondo umidità, temperatura e irraggiamento.

La tecnologia serve abitazioni isolate, scuole, strutture sanitarie e comunità prive di rete affidabile, ma non risponde alla domanda quantitativa di una città o dell’agricoltura. Una persona beve pochi litri al giorno; il consumo domestico include cucina, igiene e servizi; industria e agricoltura chiedono volumi molto maggiori. I pannelli rispondono quindi a un problema specifico di accesso all’acqua potabile, non all’intero fabbisogno — e le prestazioni calano nei climi molto secchi, dove la scarsità è più grave. Costo per litro, spazio occupato e manutenzione vanno confrontati con i sistemi alternativi.

Watly e il limite dei prototipi tecnologici

Il progetto italiano Watly era stato presentato come un «computer termodinamico» solare, capace di purificare o dissalare acqua, produrre elettricità e offrire connettività. Ricevette finanziamenti europei con Horizon 2020 e arrivò ai prototipi, ma le fonti pubbliche disponibili non documentano, nel 2026, una diffusione commerciale o una rete operativa paragonabile alle ambizioni iniziali. Presentarlo come tecnologia pronta alla scala globale sarebbe improprio.

La storia di Watly serve a distinguere tra prototipo, dimostrazione tecnica e infrastruttura funzionante. Nel settore dell’acqua una tecnologia si valuta sulla quantità prodotta, sulla qualità certificata, sull’energia consumata, sulla durata, sulla manutenzione, sul costo per metro cubo. Il valore di un concept non coincide con la capacità di operare per anni in condizioni reali.

L’Europa adotta il principio Water Efficiency First

Nel giugno 2025 la Commissione europea ha adottato la Strategia europea per la resilienza idrica, con l’obiettivo di migliorare l’efficienza nell’uso dell’acqua nell’Unione di almeno il 10 per cento entro il 2030 e l’invito agli Stati membri a fissare target nazionali. Il principio guida è Water Efficiency First: prima di aumentare l’offerta con nuovi prelievi, trasferimenti o dissalatori, ridurre la domanda evitabile, riparare le reti, riutilizzare l’acqua, proteggere il ciclo naturale.

Le tecnologie da finanziare seguono così un ordine: misurazione dei consumi, manutenzione delle infrastrutture, irrigazione efficiente, recupero delle acque reflue, raccolta delle piogge, e solo dopo la produzione da fonti più costose ed energivore.

La dissalazione resta necessaria dove le risorse convenzionali non bastano, i pannelli atmosferici possono servire comunità isolate, l’IA può rendere visibile una perdita nascosta. Ma nessuna di queste soluzioni sostituisce una rete funzionante, un ecosistema protetto e una politica capace di decidere a chi destinare l’acqua disponibile.