
Riforestazione in Pianura Padana: utopia o possibilità?
Foresta Italia, realizzato da Rete Clima, è un modello di riforestazione in Pianura Padana – facendo fronte ai vincoli strutturali legati all’uso agricolo del suolo e la frammentazione fondiaria
Quanta riforestazione si sta facendo oggi in Pianura Padana
La Pianura Padana è una delle aree europee con il più alto consumo di suolo, la maggiore concentrazione agricola e alcuni dei livelli di qualità dell’aria più critici del continente. È qui che negli ultimi anni la riforestazione ha iniziato a crescere, soprattutto nelle città e nei territori rimasti ai margini delle trasformazioni urbane e industriali: ex aree ferroviarie, fasce fluviali, terreni residuali tra tangenziali, poli logistici e nuovi quartieri. Più difficile risulta introdurre nuove superfici forestali dentro la pianura agricola intensiva.
Secondo l’ISTAT, oltre il settanta percento della superficie della Pianura Padana è occupato da uso agricolo, con percentuali ancora più alte in diverse province lombarde ed emiliane. Si tratta di una delle aree agricole più produttive d’Europa, costruita attraverso bonifiche, irrigazione artificiale, meccanizzazione e continuità delle colture.
Le analisi CREA mostrano come, in gran parte della pianura, la redditività agricola del terreno sia superiore alla destinazione forestale nel breve periodo. Piantare alberi significa sottrarre superficie coltivabile in un sistema economico costruito sulla continuità dell’uso agricolo.
La Pianura Padana è anche uno dei territori europei più artificializzati. Autostrade, piattaforme logistiche, poli industriali, urbanizzazione diffusa e reti irrigue interrompono la continuità ecologica del paesaggio. Creare nuove superfici forestali estese diventa dunque complesso anche dal punto di vista fisico: i terreni risultano frammentati, separati da infrastrutture o suddivisi tra proprietà differenti.
Negli ultimi decenni la pianura ha perso parte della vegetazione che accompagnava il paesaggio agricolo. Siepi, filari e piccoli boschi planiziali sono stati progressivamente eliminati per ampliare le superfici coltivabili e facilitare la meccanizzazione. Oggi i boschi planiziali sopravvivono in frammenti isolati distribuiti dal Piemonte al Veneto, spesso circondati da campi, strade e aree produttive.

Forestazione urbana: perché oggi si pianta più facilmente in città che nelle campagne
Le città risultano più semplici da forestare rispetto alle campagne. I Comuni possono intervenire su aree pubbliche, utilizzare terreni residuali o attivare compensazioni ambientali legate a nuove urbanizzazioni e infrastrutture.
Ne è un esempio Milano, che col progetto Forestami, avviato nel 2019 nell’area metropolitana, ha fissato l’obiettivo di raggiungere tre milioni di alberi entro il 2030. Le piantumazioni effettuate dal 2018 superano le seicentomila unità distribuite in ventinove Comuni della città metropolitana. Anche se a oggi non sembra possibile raggiungere il traguardo previsto.
Una parte degli interventi di forestazione urbana si concentra nelle aree più impermeabilizzate dell’hinterland milanese, dove asfalto, cemento e densità edilizia contribuiscono all’aumento delle temperature superficiali. In questi contesti gli alberi vengono utilizzati soprattutto per ombreggiare superfici asfaltate, trattenere acqua durante gli eventi meteorici intensi e limitare l’effetto delle isole di calore.
C’è però differenza tra le nuove piantagioni e il bosco planiziale storico. Poiché nascono spesso in spazi piccoli e frammentati, circondati da infrastrutture o urbanizzazione continua, si tratta più che altro di micro-foreste, filari alberati o fasce boscate lineari che producono effetti locali sul microclima e sulla permeabilità del suolo, ma incidono in misura limitata sul bilancio complessivo delle emissioni della pianura. Inoltre, in molte aree urbane il suolo è compattato o alterato da precedenti utilizzi industriali, pertanto le giovani alberature sono esposte a stress idrico, alte temperature, impoverimento del terreno e rischiano di non sopravvivere ai primi anni dopo la messa a dimora.
La scelta delle specie sta cambiando proprio in risposta a queste condizioni. In diversi progetti urbani vengono introdotte varietà considerate più resistenti alla siccità e alle temperature elevate. A Milano si sperimentano anche biochar e idrogel per aumentare la capacità del suolo di trattenere acqua e nutrienti durante le prime fasi di crescita.
Forestazione rurale: la pianura agricola e il limite della disponibilità idrica
Anche gli interventi di forestazione rurale vengono spesso introdotti per risolvere problematiche del territorio. Lungo il Po e i suoi affluenti si utilizzano le nuove piantagioni per consolidare le sponde, ricostruire fasce ripariali e ridurre l’erosione. In Emilia-Romagna alcuni sistemi agroforestali sperimentali inseriscono filari arborei all’interno delle superfici coltivate per limitare la perdita idrica e il surriscaldamento del terreno.
Si tratta di interventi ancora limitati dentro un territorio dominato da agricoltura intensiva e logistica. Le nuove piantagioni restano quindi spesso isolate tra campi coltivati, infrastrutture e aree produttive.
Altro ostacolo è rappresentato dalla disponibilità idrica. Nelle estati più secche l’irrigazione delle giovani piantagioni entra in competizione con reti irrigue costruite per sostenere mais, risaie e allevamenti intensivi. Le fasce fluviali del Po, del Ticino, dell’Adda, dell’Oglio e del Mincio restano tra i pochi spazi dove la forestazione rurale riesce ancora a svilupparsi con una certa continuità grazie alla presenza di aree golenali e terreni marginali.
Anche qui la crescita delle piante richiede tempi lunghi. I nuovi impianti devono adattarsi a suoli modificati da decenni di agricoltura intensiva, pressione idrica e frammentazione ecologica.

Sequestro di CO2 tra crescita biologica e tempi climatici
A livello comunicativo i programmi di riforestazione vengono spesso presentati come strumento di sequestro della CO2. La capacità reale di assorbimento dipende però da tempi biologici spesso incompatibili con la rapidità richiesta dagli obiettivi climatici.
Nei primi anni dopo la messa a dimora il contributo delle giovani piante resta limitato. Gli alberi devono sviluppare apparato radicale, massa legnosa e superficie fogliare prima di raggiungere livelli significativi di accumulo del carbonio.
Anche la scelta delle specie influenza la capacità di assorbimento e resistenza climatica degli impianti. Piantagioni monospecifiche possono crescere rapidamente ma risultano più vulnerabili a patologie, siccità e variazioni ambientali. Per questo diversi progetti recenti introducono una maggiore diversificazione arborea e arbustiva.
Le condizioni climatiche stanno inoltre modificando il comportamento delle foreste stesse. Nel 2022, tra gli anni più caldi e secchi registrati in Italia, diverse reti di monitoraggio forestale hanno rilevato una riduzione dell’attività fotosintetica e della capacità di assorbimento della CO2 rispetto agli anni precedenti.
In Pianura Padana questo aspetto pesa ancora di più. Ondate di calore prolungate, riduzione delle precipitazioni e impoverimento del suolo aumentano la vulnerabilità delle giovani piantagioni soprattutto nei primi anni di crescita.

Foresta Italia e la gestione che continua dopo la piantagione
Una parte delle difficoltà emerse nella riforestazione della Pianura Padana riguarda ciò che accade dopo la messa a dimora. Foresta Italia, progetto avviato da Rete Clima in diverse regioni italiane, prova a fornire una soluzione.
Tra il 2022 e il 2025 sono state messe a dimora centosettantacinquemila piante, con interventi distribuiti in cinquantanove aree urbane e periurbane e il coinvolgimento di centodiciassette aziende. Le piantagioni hanno interessato anche territori della Pianura Padana, tra Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, accanto ad altri interventi sviluppati nel resto d’Italia. Le aree coinvolte comprendono margini urbani, fasce fluviali, terreni periurbani, aree interessate da compensazioni ambientali e spazi residuali rimasti tra infrastrutture e insediamenti produttivi. Una parte delle attività riguarda le BioForest, micro-foreste costruite attraverso combinazioni di specie arboree e arbustive selezionate in base alle caratteristiche del terreno, alla disponibilità idrica e alle condizioni climatiche locali.
Prima della piantagione vengono effettuate analisi del suolo e verifiche ambientali. Il monitoraggio utilizza rilievi diretti, dati satellitari e piattaforme digitali per seguire attecchimento, crescita vegetativa e stato degli impianti negli anni successivi. Irrigazione, sostituzione delle fallanze e manutenzione proseguono durante le prime stagioni dopo la piantumazione, quando — come abbiamo visto — i nuovi alberi risultano più esposti a siccità e stress termico.
In un territorio come la Pianura Padana, dove lo spazio disponibile è limitato e la pressione sul suolo resta altissima, questo tipo di gestione prova a ridurre il rischio che la riforestazione si esaurisca nella sola fase simbolica della piantumazione pubblica.
Una questione resta però aperta: quanta parte della Pianura Padana può davvero tornare ad accogliere alberi in modo stabile dentro un territorio progettato, da decenni, per lasciare sempre meno spazio alla vegetazione spontanea?
Debora Vitulano


