
Le città giardino della Lombardia: una storia urbana che torna attuale
Dal primo esperimento cooperativo di Cusano Milanino ai quartieri INA-Casa del dopoguerra: come la Lombardia ha cercato, nel Novecento, un modello di città in cui il verde fosse condizione dell’abitare
Howard prima di tutto: le origini del modello urbano che arrivò in Lombardia
La storia delle città giardino lombarde non comincia in Lombardia. Comincia con Ebenezer Howard, che nel 1898 pubblica To-morrow: A Peaceful Path to Real Reform e nel 1902 la sua versione definitiva, Garden Cities of To-morrow. Il modello di Howard prevede una città autonoma, di dimensioni controllate, con una cintura verde permanente che ne impedisce l’espansione indiscriminata. Non un sobborgo, non un parco: una struttura urbana alternativa alla metropoli industriale e alla campagna isolata, che incorpora entrambe. Letchworth, nello Hertfordshire, nasce nel 1903 come prima applicazione. Welwyn Garden City nel 1920.
L’idea arriva in Italia attraverso la cooperazione e il movimento igienista. In Lombardia trova terreni disponibili, urgenze abitative reali e un sistema cooperativo abbastanza maturo da trasformare una visione teorica in cantieri. Il risultato è una costellazione di esperimenti — alcuni rigorosi, alcuni approssimativi, alcuni che usano il nome città giardino come etichetta turistica — distribuiti su un territorio che va dall’hinterland milanese al Lago di Garda, da Varese alla Brianza.
Milanino, 1909: la prima città giardino italiana e il progetto cooperativo di Luigi Buffoli
Il Milanino è la prima città giardino italiana, nata sull’esempio delle Garden Cities inglesi di inizio Novecento, per opera dell’Unione Cooperativa e del suo presidente Luigi Buffoli. Il progetto risponde a un’urgenza concreta: la città industriale è densa, costosa, poco salubre. L’alternativa non è la fuga in campagna, ma un terzo tipo di insediamento.
Buffoli era un ex ferroviere bresciano, nato a Chiari nel 1850, che nel giro di un ventennio aveva trasformato l’Unione Cooperativa in una struttura di scala paragonabile alle grandi cooperative europee. La sua intuizione urbanistica è coerente con quella sociale: la casa non si compra individualmente, si costruisce collettivamente. L’Unione Cooperativa acquista le aree, realizza strade alberate, spazi pubblici a verde, acquedotto, fognatura, rete elettrica e gas. Cede ai privati i lotti dove si realizzano villini e casette a schiera. Una cooperativa di inquilini costruisce alloggi da cedere in affitto a chi non può permettersi l’acquisto.
La struttura del quartiere ha come schema di base un ampio asse alberato rettilineo — l’attuale viale Buffoli — e una serie di sinuose strade residenziali progettate dall’ingegner Giannino Ferrini, in cui gli isolati erano circondati da cinture verdi contenenti aree proporzionate di nuclei abitativi con servizi e negozi.
Il modello si sviluppò a Cusano tra il 1909 e il 1923, con ville e villette in stile eclettico e liberty inframezzate da numerose zone verdi sia private che pubbliche. La morte di Buffoli nel 1914 e l’inizio della Grande Guerra segnano una battuta d’arresto. Un secondo piano regolatore del 1920 ne ridimensiona parzialmente i caratteri — lotti più piccoli, meno verde, strade più strette — e il fallimento della Cooperativa nel 1923 segna la fine del modello iniziale. Dalle ceneri della Cooperativa sorge la Società Anonima Milanino, con finalità più speculative.
Nonostante questo, negli ultimi decenni Milanino è divenuto oggetto di una specifica tutela da parte del Comune, mentre la Regione Lombardia ha posto il vincolo di tutela ambientale. Oggi un’associazione di cittadini, fondata nel 2005, lavora per tutelare e far conoscere il patrimonio del quartiere, opponendosi alla pressione della speculazione edilizia. Il verde di Milanino non è mai stato decorazione: è rimasto, anche dopo le deformazioni del Novecento, l’argomento più forte per la sua difesa.

Il Villaggio dei Giornalisti alla Maggiolina: quando il verde diventa rendita e posizione sociale
Nello stesso anno in cui i primi abitanti si insediano a Milanino, a Milano nasce un altro esperimento. Il Villaggio dei Giornalisti nasce nel 1911, quando Mario Luigi Cerati, redattore de Il Secolo, promuove la realizzazione di un quartiere destinato alla borghesia emergente, lamentando la mancanza di iniziative abitative per questa classe sociale rispetto a quelle destinate agli operai.
Nella zona furono costruiti molti edifici particolari, villette eclettiche o bizzarre, in cui hanno abitato molte firme del giornalismo italiano. Chi scriveva e aveva bisogno di concentrazione trovava un tessuto urbano più rarefatto, con ampi spazi verdi e un’offerta di case mono o bi-familiari. Le strade vengono intitolate a nomi del giornalismo italiano: l’identità del quartiere si costruisce per dedica, non solo per architettura.
Il quartiere riscosse un ampio successo da parte di quella nuova borghesia milanese strettamente legata alle testate giornalistiche. Successivamente, per consentire di assegnare gli immobili alle prime linee del Corriere della Sera, il quartiere Maggiolina fu acquistato dalla Rizzoli e poi ceduto al Fondo Pensioni del personale Cariplo e all’INA.
La Maggiolina ospita anche uno degli episodi architettonici più inconsueti di Milano. Nel Secondo Dopoguerra, in una città pesantemente bombardata e in disperato bisogno di nuovi alloggi, l’ingegnere e architetto Mario Cavallè costruì nel quartiere alcune piccole abitazioni dalla forma circolare, le cosiddette case a igloo di via Lepanto. Dodici unità originarie, otto ancora esistenti: un’architettura che non appartiene né alla tradizione né all’avanguardia locale, ma testimonia la fase più sperimentale della ricostruzione milanese.
Il confronto tra Milanino e il Villaggio dei Giornalisti definisce la doppia natura della città giardino lombarda: da una parte un progetto collettivo, cooperativo, orientato a una classe lavoratrice mediamente istruita; dall’altra un modello residenziale selettivo, dove il verde non è un diritto ma una rendita. La stessa ambivalenza attraversa Milano ancora oggi: l’ombra è necessaria, ma la sua distribuzione geografica non è neutrale.
QT8 e Monte Stella: il verde pubblico come progetto civile nel dopoguerra milanese
Il dopoguerra sposta la domanda su un’altra scala. La storia del QT8 si inquadra in quella della ricostruzione postbellica di Milano, di cui costituisce probabilmente uno degli episodi più ambiziosi e culturalmente consapevoli. QT8 è l’acronimo di Quartiere Triennale Ottava, perché proprio l’ottava edizione dell’esposizione milanese, nel 1947, è l’occasione in cui il gruppo di progettisti guidato da Piero Bottoni elabora il primo piano.
Fu proprio Bottoni, commissario straordinario della Triennale di Milano dal 1945, a promuovere la realizzazione di questo quartiere sperimentale. Al suo interno nasce il Monte Stella, un’altura artificiale costruita con le macerie di tutti gli edifici distrutti dai bombardamenti: 37 ettari che restituiscono alla pianura milanese una quota, una vista, una distanza dalla città compatta.
Molta attenzione fu prestata agli spazi verdi: i primi campi gioco per ragazzi, aree verdi condominiali, e un vasto parco di circa 375.000 metri quadrati, capace di soddisfare le esigenze degli abitanti del quartiere ma anche di fare da polmone verde per tutta la città. Il fatto che maggiormente qualifica il QT8 è la possibilità di contatto quotidiano con la natura. L’elemento vegetale è tanto diffuso che in estate, quando Milano è in preda a un clima torrido, il quartiere è uno dei rari luoghi da cui non si sente il bisogno di fuggire. È una frase scritta nella prima metà degli anni Cinquanta. Suona come una profezia.
Harar-Dessiè e il programma INA-Casa: grattacieli orizzontali e verde di prossimità
I progettisti del quartiere Harar — Luigi Figini, Gino Pollini e Giò Ponti — rifiutano l’impostazione del quartiere satellite, in auge prima e dopo la guerra, per puntare sulla costruzione di una parte di città capace di integrarsi con il tessuto urbano compatto. Affidano la strutturazione dell’intero comparto a case in linea di cinque piani e di lunghezza notevole, tra i cento e i centoquaranta metri, disposte a definire un ampio spazio protetto destinato a verde con servizi.
Questi edifici sono chiamati “grattacieli orizzontali”. Nella contrapposizione tra i grattacieli orizzontali e le case basse unifamiliari — le insulae — è stata letta una riflessione più ampia sui caratteri dell’abitare urbano, sul coesistere di linguaggi legati a modernità e memoria vernacolare, e in definitiva sul rapporto tra città e campagna. Il piano di Harar-Dessiè è tra gli esiti più studiati del programma INA-Casa: la varietà delle tipologie edilizie, la disposizione attorno ad ampie aree verdi e la dotazione di servizi conferiscono al quartiere una vivibilità che molti interventi successivi non hanno eguagliato.
Nel 2022 una proposta di rifacimento delle facciate degli edifici di Figini e Pollini ha sollevato una petizione firmata da decine di accademici e professionisti. Il rischio di perdere le caratteristiche dell’involucro originale ha trasformato Harar-Dessiè in un fronte culturale aperto: un quartiere di edilizia popolare degli anni Cinquanta come oggetto di tutela attiva.

Varese città giardino: ville di delizia, lago e paesaggio urbano tra storia e identità lombarda
Varese è un caso a parte. Non nasce da un piano urbanistico né da un programma cooperativo. Il suo legame con il verde è più antico e più stratificato. Le colline verdi, i panorami sul lago e la vicinanza ai laghi minori e alle Prealpi hanno reso questa zona, fin dal Seicento, il luogo ideale per nobili famiglie milanesi e lombarde in cerca di quiete, eleganza e bellezza. Così nacquero le ville di delizia, dimore circondate da parchi e giardini dove arte e natura convivono secondo una grammatica che ha poco a che fare con l’urbanistica howardiana.
L’etichetta di “città giardino” applicata a Varese ha una genesi precisa e in parte ironica. Nel 1911 una rivista turistica tedesca parlò di Varese, per pubblicizzare il Grand Hotel Excelsior di Casbeno, come di una “città giardino”. La definizione era impropria, perché le città giardino erano allora una realtà urbanistica con caratteristiche tecniche precise. Finì per diventare ufficiale. Stendhal l’aveva già chiamata la “Versailles di Milano”. Nel Settecento, un rettore dell’Ambrosiana l’aveva definita “dell’Insubria vago giardino”. Il nome arrivò per ultimo, fissando un’immagine che la città portava da secoli.
Il patrimonio di ville varesine — Villa Toeplitz, Villa Recalcati, Villa Mylius, Villa Panza con la sua collezione di arte contemporanea affidata al FAI — costituisce oggi un sistema paesaggistico di scala regionale. Non è una città giardino nel senso di Howard, ma è forse l’esempio più coerente, in Lombardia, di una città il cui carattere urbano è inscindibile dal verde che la attraversa.
Gardone Riviera sul Lago di Garda: giardini botanici, Belle Époque e clima come progetto urbano
Sul Lago di Garda, la città giardino assume un’altra forma ancora. Gardone Riviera si caratterizza per una vegetazione eccezionalmente ricca, un mix di specie locali, mediterranee, subtropicali e dell’Europa centrale reso possibile dal microclima gardesano. È l’unico comune in tutta la Lombardia ad aver ottenuto la Bandiera Blu per la qualità delle acque, dell’ambiente e dei servizi.
Per l’amenità del clima e per le sue acque dalla rinomata funzione terapeutica, Gardone ricevette sul finire dell’Ottocento il riconoscimento di prima stazione climatica dell’Italia settentrionale. Accolse nomi di fama internazionale come Winston Churchill, Paul Heyse, Re Giorgio di Sassonia, e non da ultimo Gabriele D’Annunzio. Il Vittoriale degli Italiani — la residenza-monumento che D’Annunzio costruisce a partire dal 1921 con l’architetto Giancarlo Maroni — è l’opera più nota di Gardone, ma non la sola.
Il Giardino Botanico André Heller, inizialmente giardino botanico Hruska creato nel 1912 da Arturo Hruska, offre un percorso tra circa tremila specie di piante e fiori provenienti da tutti i continenti, alternati a rocce, cascate, laghetti, installazioni e sculture di artisti internazionali. Il soprannome di città giardino, qui, è meno metafora e più descrizione letterale: Gardone è costruita intorno al suo verde, non il contrario.

Il Parco di Monza e la città giardino che non fu mai costruita
C’è infine un episodio che appartiene alla storia della Lombardia. Nei primi del Novecento, un progetto prevedeva di destinare 205 ettari del Parco Reale di Monza all’edificazione di una grande città giardino principale, dotata anche di una stazione ferroviaria interna al parco. Questa nuova città sarebbe stata circondata da una fascia verde di 278 ettari destinata a boschi e campi sportivi, oltre la quale sarebbe sorta una seconda città giardino di dimensioni più modeste. Il progetto non si realizzò.
Il Parco rimase parco. Con i suoi 732 ettari è oggi uno dei maggiori parchi storici europei e il terzo parco cintato da mura più grande del continente dopo Chambord e La Mandria. Dal 1922 ospita al suo interno l’autodromo nazionale. La città giardino di Monza non esiste, ma la sua mancata realizzazione ha preservato qualcosa di più raro.
Matteo Mammoli

