La Cittadella degli Archivi di Milano: due robot per duecento chilometri di memoria

A Niguarda, Eustorgio e Ansperto movimentano i documenti prodotti dal Comune di Milano in oltre due secoli, mentre la digitalizzazione cambia il modo in cui le carte vengono cercate e consultate

Nel 2017 un ricercatore italiano che studiava negli Stati Uniti scrisse agli archivisti del Comune di Milano. Lavorava a una ricerca sul romanzo d’avventura ottocentesco e cercava documenti su una spedizione italiana nel Karakorum del 1929, finanziata dall’Amministrazione comunale. La richiesta arrivò alla Cittadella degli Archivi, in via Ferdinando Gregorovius, a Niguarda. «Qui passava anche via Mommsen, un altro storico», racconta il direttore Francesco Martelli. «Chissà chi ebbe la strana idea, negli anni Venti, di intitolare vie che allora erano in aperta campagna a questi personaggi».

Gli archivisti non erano certi che il materiale esistesse. Inserirono nel sistema gli estremi della ricerca e in pochi minuti individuarono carteggi, 385 negativi e 315 positivi fotografici, dall’arrivo della spedizione in India fino alla catena dell’Himalaya. Da quei documenti sarebbero nati studi, mostre e pubblicazioni.

L’episodio spiega cosa distingue un archivio da un deposito. Conservare la carta non basta: bisogna sapere che esiste, descriverla, collegarla al contesto in cui è stata prodotta, renderla di nuovo reperibile.

Nel maggio 2026 la Cittadella è entrata in una nuova fase. Il Comune ha inaugurato al civico 7 di via Gregorovius un secondo impianto meccanizzato, affidato al robot Ansperto, che si aggiunge al precedente Eustorgio. La capacità complessiva dichiarata è salita a 200 chilometri lineari di documenti, e secondo l’Amministrazione questa dimensione ne fa il maggiore polo archivistico cittadino d’Europa per capacità. Si tratta però di una capacità potenziale: 200 chilometri di scaffalature non sono già interamente occupati. Alla vigilia dell’ampliamento il Comune indicava circa 90 chilometri lineari di fondi effettivamente conservati, tra l’impianto meccanizzato e gli archivi tradizionali: più di 200.000 faldoni, per un totale stimato di circa due milioni di pratiche e fascicoli.

La Cittadella degli Archivi in via Gregorovius: dal 1802 all’apertura al pubblico

La Cittadella nasce come polo dell’Archivio generale dell’Amministrazione comunale. La struttura di via Gregorovius 15 è stata completata nel 2011, attivata negli anni successivi, aperta alla consultazione nel 2016. La documentazione è prevalentemente novecentesca e contemporanea, con nuclei che risalgono al 1802, anno da cui il Comune fa iniziare il cosiddetto Fondo storico.

Prima della concentrazione a Niguarda, una parte consistente degli archivi comunali era dispersa tra uffici, depositi e sedi amministrative. I due nuclei principali erano l’Archivio Storico Civico, tuttora al Castello Sforzesco, e l’Archivio Civico di via Grazia Deledda, dove erano conservate soprattutto pratiche edilizie prodotte dal 1928. «Il primo anno è stato difficile», racconta Martelli. «Andavo in giro per gli uffici a elemosinare gli archivi e nessuno voleva darceli».

Le resistenze nascevano dalla convinzione che ciascun ufficio dovesse gestire direttamente le proprie carte, e dal timore che il sistema meccanizzato rendesse i documenti più difficili da ritrovare. Il trasferimento non consisteva nel portare scatole da un edificio all’altro: ogni archivio doveva essere esaminato, ordinato, preparato. «La nostra situazione è un unicum», spiega Martelli. «Di solito un archivio è una grande massa documentaria statica. Può accadere che venga integrato con altri, ma si tratta di realtà già strutturate. Noi stiamo cercando di portare tanti archivi diversi in un unico luogo».

Prima del trasferimento i materiali vengono bonificati, selezionati, ricondizionati. «Ogni archivio ha bisogno di una serie di attività prima di essere collocato qui: bonificare, scartare ciò che è irrecuperabile, ricondizionare il resto, ripulire dalle muffe, riorganizzare, togliere punti metallici, nastro adesivo, elastici e tutto ciò che può compromettere la conservazione. Poi sostituire le unità di contenimento, associare i codici a barre, costruire la banca dati informatica». Queste operazioni avvengono spesso nelle sedi di provenienza. Solo dopo la preparazione i documenti vengono trasferiti e inseriti nell’impianto.

Le pratiche amministrative hanno più vite: corrente, deposito, conservazione storica

Un documento amministrativo attraversa più fasi. «Le pratiche hanno una doppia vita», spiega Martelli. «Prima c’è la vita corrente, quando vengono prodotte e tenute in ufficio, magari dentro un armadio. Poi attraversano una fase di deposito, una specie di limbo nel quale in ufficio non servono più, ma all’esterno non sono ancora richieste. Infine, dopo venti o trent’anni dalla produzione, entrano nella conservazione storica e cominciano a essere richieste».

Il passaggio non avviene sempre nello stesso momento. Una pratica edilizia può tornare necessaria decenni dopo la costruzione di un edificio, quando occorre ristrutturarlo, verificarne la conformità o ricostruire le trasformazioni subite. «A quel punto si pone il problema: come recuperarla? Senza una mappatura sistematica dell’archivio è impossibile».

L’archivio si forma per sedimentazione. Conserva le tracce prodotte da un’amministrazione mentre svolge le proprie funzioni, invece di essere costruito a posteriori per spiegare la storia. La meccanizzazione ha cambiato anche la percezione degli uffici comunali. «Oggi tutto ciò che viene versato qui si trova in un quarto d’ora», afferma Martelli. «Quello che è rimasto negli uffici spesso non si trova più, oppure richiede ore di ricerca».

Eustorgio e Ansperto, i robot archivisti di Milano

Il primo impianto meccanizzato funziona come un magazzino automatico. Il robot si muove lungo corsie e scaffalature, preleva i contenitori con i faldoni richiesti, li consegna agli operatori. È stato soprannominato Eustorgio. «Il vecchio archivista abitava in piazza Sant’Eustorgio», racconta Martelli. «Per scherzo, quando ancora nessuno credeva al progetto e nessuno voleva darci niente perché non si fidava della macchina, abbiamo soprannominato così il robot». Il nome è entrato nel linguaggio quotidiano della struttura: «Oggi è diventato un’istituzione. Anche durante le riunioni o nelle comunicazioni interne si dice: è in Eustorgio».

Dal 13 maggio 2026 Eustorgio è affiancato da Ansperto, nel nuovo impianto di via Gregorovius 7. Il secondo robot aumenta la capacità di movimentazione e assorbe i nuovi versamenti dagli uffici comunali. L’automazione non svolge il lavoro intellettuale dell’archivista: preleva un contenitore solo dopo che persone qualificate hanno identificato, descritto e codificato il materiale. Non stabilisce quali documenti abbiano valore storico, non ricostruisce la provenienza delle carte, non decide quali unità conservare o eliminare. «Non è vero che la robotizzazione sostituisce l’uomo», sostiene Martelli. «Oggi abbiamo più archivisti di prima».

Il robot risolve un problema fisico: riduce i tempi per movimentare i faldoni, limita la manipolazione dei documenti, concentra più carta in meno spazio. Accelera la ricerca materiale, mentre il significato dei documenti continua a dipendere da classificazione, inventariazione e interpretazione.

La digitalizzazione non sostituisce la carta: scansione su richiesta e conservazione fisica

La Cittadella dispone di una sala di consultazione e di spazi per la scansione dei fondi. Una parte della documentazione viene digitalizzata su richiesta, quando è consultata di frequente o rischia di deteriorarsi. Non esiste però una copia digitale integrale: scansionare milioni di pratiche richiede tempo, risorse, metadati e sistemi capaci di conservare i file nel lungo periodo. «Di solito digitalizziamo ciò che rischia di essere perduto per un deterioramento imminente, oppure ciò che viene richiesto molto spesso, per evitare di danneggiarlo», spiega Martelli. «Nel nostro caso si tratta soprattutto del comparto dell’architettura, dell’urbanistica e dell’edilizia».

La distinzione che resta valida è quella tra conservazione fisica, scansione su richiesta e digitalizzazione sistematica. «La digitalizzazione di questi documenti è un processo lungo, costoso e con una resa non immediata», osserva Martelli. «Se si asfalta una strada, il cittadino vede subito il risultato. Se si investe nella mappatura e nella digitalizzazione di decine di migliaia di pratiche edilizie, il risultato si vede nel lungo periodo, quando non sarà più necessario aspettare mesi per recuperare un documento».

Digitalizzare non consiste nel fotografare una pagina. Ogni immagine va collegata alla corretta unità archivistica, descritta, inserita in un sistema che permetta di ritrovarla.

Dal 7 aprile 2025 il Comune usa il portale InPratica per le richieste sui fascicoli edilizi. Il progetto, affidato con una concessione di tredici anni, prevede la progressiva digitalizzazione e consultazione dell’archivio delle pratiche edilizie. Il database si completa gradualmente: i fascicoli non ancora digitalizzati possono essere richiesti attraverso una ricerca di back office e poi messi a disposizione in formato elettronico. La visura fisica delle pratiche edilizie non è più il canale ordinario — la consultazione avviene sulla piattaforma, dalla quale si cerca il fascicolo, si richiede l’accesso e si selezionano i documenti di cui ottenere una copia digitale.

Per i documenti storici liberamente consultabili resta possibile presentare una richiesta di accesso alla Cittadella. Studenti e ricercatori devono motivare la ricerca e ottenere l’autorizzazione della direzione; la consultazione si svolge ancora in via Gregorovius 15. Il passaggio al digitale cambia l’accesso, mentre la conservazione fisica resta: la copia consultabile protegge l’originale dalla manipolazione, e il documento analogico rimane la fonte primaria.

Il Fondo Israeliti e le carte delle leggi razziali

La Cittadella non conserva solo documenti utili al funzionamento dell’Amministrazione. Nei fondi comunali emergono materiali capaci di modificare la ricostruzione della storia di Milano. «Se ci si dedicasse in modo più sistematico ai fondi storici, penso che ci sarebbero moltissime scoperte da fare», afferma Martelli. «Ogni volta che affrontiamo un argomento troviamo materiale inedito».

Tra questi c’è il cosiddetto Fondo Israeliti, composto dalle schedature di circa dodicimila persone sospettate di essere ebree nel 1938, dopo l’introduzione delle leggi razziali fasciste. Lo studio del fondo è stato sviluppato con l’Università degli Studi di Milano. La documentazione mostra come la persecuzione sia passata anche attraverso operazioni amministrative — elenchi, moduli, richieste di informazioni, classificazioni: la violenza politica assume la forma ordinaria di una pratica d’ufficio.

Tra le ricerche condotte sui fondi compare anche quella sull’acquisto della Pietà Rondanini di Michelangelo da parte del Comune nel 1952. Le carte hanno permesso di ricostruire il ruolo dell’Amministrazione e di Fernanda Wittgens nell’operazione, chiarendo il peso economico assunto dal Comune.

I manifesti di Milano e la carta autarchica

A via Gregorovius è conservato anche l’Archivio manifesti del Comune, che documenta le comunicazioni affisse nello spazio pubblico: disposizioni, celebrazioni, avvisi, campagne, messaggi politici. Una parte dei manifesti anteriori al 1943 è andata perduta nei bombardamenti; alcuni esemplari sono sopravvissuti perché inseriti dentro pratiche diverse. Tra quelli citati dagli archivisti, il manifesto per la morte di Giuseppe Verdi e un appello del sindaco socialista Emilio Caldara agli operai durante il biennio rosso.

I materiali raccontano la propria epoca anche attraverso la consistenza fisica. «Alcuni faldoni sembrano i più antichi», osserva Martelli. «In realtà è la qualità della carta autarchica, che si è deteriorata ed è andata in frantumi». L’archivio conserva quindi il contenuto di un documento insieme alla tecnologia, all’economia e alle condizioni politiche che ne hanno determinato la produzione.

Come si consulta un archivio: ragionare come l’archivio, non come lo storico

Per trovare un documento non sempre serve cercare il nome con cui un avvenimento è entrato nei manuali. «Per trovare documentazione utile in un archivio non bisogna pensare come uno storico», spiega Martelli. «Bisogna ragionare come ragiona l’archivio, che si crea per sedimentazione e non a posteriori».

Il 23 marzo 1919 Benito Mussolini fondò i Fasci italiani di combattimento in piazza San Sepolcro, nella sala del Circolo dell’Alleanza industriale. Negli archivi comunali l’evento non genera una pratica intitolata alla nascita del fascismo: nel 1919 i partecipanti non possedevano ancora il significato storico che avrebbero assunto. L’ubicazione della sala emerge invece dalle pratiche edilizie dell’edificio. Allo stesso modo, le tracce del futurismo si rintracciano nei registri patrimoniali e negli atti di acquisto — tra questi il documento con cui Filippo Tommaso Marinetti cedette al Comune la scultura di Umberto Boccioni Forme uniche della continuità nello spazio, oggi al Museo del Novecento.

Un archivio descrive le azioni dell’Amministrazione, non le categorie con cui quelle azioni saranno interpretate in futuro. Per usarlo bisogna ricostruire il procedimento che può avere prodotto il documento cercato.

Il Master in Digital Humanities dell’Università Statale

La collaborazione con l’Università degli Studi di Milano ha contribuito a formare studenti capaci di lavorare tra discipline umanistiche e strumenti informatici. Il Master di secondo livello in Digital Humanities, organizzato dai Dipartimenti di Studi storici e di Informatica della Statale con la Cittadella e altri partner, è attivo nell’anno accademico 2025-2026 e comprende archivistica, gestione delle basi di dati, codifica delle risorse, analisi dei dati e applicazioni dell’IA generativa. L’edizione corrente si svolge dal 6 marzo 2026 al 6 febbraio 2027.

«Con questa collaborazione abbiamo voluto unire tre realtà», spiega Martelli. «Gli studenti delle discipline umanistiche, le aziende che si occupano di digitalizzazione e archiviazione, e l’ente pubblico. Una buona archiviazione fa risparmiare spazio e tempo. Molte aziende si muovono in questo campo, ma non sempre possiedono solide basi scientifiche. Dall’altra parte, gli studenti con competenze umanistiche spesso non conoscono queste opportunità professionali».

La conoscenza tecnica senza competenze storiche e archivistiche rischia di produrre banche dati prive di struttura; la preparazione umanistica senza strumenti informatici limita la capacità di interrogare grandi quantità di informazioni.

Da deposito amministrativo a spazio culturale: il progetto Muri d’artista

La Cittadella ha esteso la propria attività alla valorizzazione culturale. Dal 2017 il perimetro del complesso ospita Muri d’artista: artisti italiani e internazionali legati a Milano lavorano a partire dai documenti dell’archivio, trasformandoli in opere visibili nello spazio pubblico. Mostre, incontri e progetti artistici restituiscono alla città materiali che altrimenti resterebbero accessibili quasi solo a tecnici, funzionari e ricercatori. Il rischio è trasformare l’archivio in una scenografia della memoria: il suo valore culturale dipende dal tenere insieme divulgazione, rigore scientifico e funzione amministrativa.

Gli archivi pubblici di Milano: Castello Sforzesco, CASVA, Archivio di Stato

La Cittadella è uno dei principali archivi pubblici milanesi, ma non concentra l’intero patrimonio documentario della città. L’Archivio Storico Civico e la Biblioteca Trivulziana, nella Rocchetta del Castello Sforzesco, conservano una parte della documentazione comunale più antica e gli atti di fabbrica anteriori al 1928. Il CASVA, Centro di Alti Studi sulle Arti Visive, ha lasciato il Castello nel 2025: la nuova sede è stata inaugurata il 30 settembre nell’ex mercato coperto del QT8, in via Isernia 5, e conserva quarantaquattro archivi di architetti, designer, grafici, fotografi, art director e giornalisti, tra cui Luciano Baldessari, Vittorio Gregotti, Enzo Mari e Roberto Sambonet. L’Archivio di Stato di Milano, nel Palazzo del Senato in via Senato 10, conserva la documentazione prodotta dalle istituzioni statali preunitarie e dagli uffici periferici dello Stato dopo l’Unità, per quasi cinquanta chilometri lineari di scaffalature.

Sono istituzioni differenti per origine, competenze e natura giuridica. Confrontarne le dimensioni senza considerare queste differenze produce classifiche poco significative: la Cittadella va valutata per la funzione che svolge — concentrare, ordinare e rendere accessibile la memoria amministrativa del Comune di Milano.

Editorial Team