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Cittadella degli archivi e archivi della città: ordinare oggi per trovare domani

A Milano venticinque persone e il robot Eustorgio mettono ordine in 100 chilometri lineari di carta prodotti in oltre un secolo dal Comune – considerando che l’Archivio del Canada ne conta solo 20

Nel 2017 uno studente italiano all’Università di Oakland scrive agli archivisti del Comune di Milano: sta facendo una ricerca di dottorato sul romanzo d’avventura ottocentesco e cerca documenti su una spedizione italiana sul Karakorum del 1929, finanziata dal Comune. La richiesta arriva alla Cittadella degli archivi: un capannone in via Gregorovius 15, zona Niguarda. «Qui passava anche via Mommsen, un altro storico», racconta il direttore Francesco Martelli, «chissà chi ebbe la strana idea negli anni Venti di intitolare vie che allora erano in aperta campagna a questi personaggi». Oggi non potrebbe esserci indirizzo più azzeccato. Gli archivisti leggono la richiesta perplessi, convinti di non poter aiutare lo studente, inseriscono gli estremi della ricerca nel sistema computerizzato e la macchina in dieci minuti sputa fuori faldoni con carteggi, 385 negativi e 315 positivi di fotografie inedite, dall’arrivo in India alla subcatena dell’Himalaya. Ne sono nati un convegno internazionale, mostre e pubblicazioni. 

La Cittadella di via Gregorovius è uno degli archivi meccanizzati più grandi d’Europa. Tra archivio meccanizzato e tradizionale, qui sono conservati 100 km lineari di carta – l’archivio di stato del Canada ne contiene 20 km. La struttura, progettata con questa funzione, è stata completata nel 2011, ma fino al 2016 ha ospitato solo schede elettorali e pochi faldoni. Nel 2013 si chiede a Francesco Martelli, formazione finanziaria, di far partire la struttura, ricollocandovi gli archivi del Comune di Milano sparsi in centinaia di uffici diversi.

Fino al 2016, i principali archivi comunali erano due. L’Archivio Storico Civico al Castello Sforzesco, tutt’oggi attivo, che conserva circa 2500 faldoni (alla Cittadella sono oltre 300mila) con materiale prevalentemente ottocentesco, fino al 1910. La documentazione successiva al 1910 era conservata nell’Archivio Civico in via Deledda 16: un edificio in cemento armato a forma di libro aperto realizzato nel 1958 da Arrigo Arrighetti che conservava 100mila pratiche e in cui si effettuavano circa 3mila estrazioni all’anno (a Cittadella oggi se ne fanno 24mila l’anno). Il resto degli archivi comunali era dislocato in uffici e sedi sparse. «Il Comune ha 900 sedi di proprietà su Milano, la metà sono chiuse, almeno 150 di quelle aperte hanno archivi correnti, non storici, che si sono creati per accumulo nel corso degli anni. All’inizio nessuno di questi uffici voleva cedere il proprio archivio alla Cittadella», spiega Francesco Martelli. «Il primo anno è stato difficile: andavo in giro per uffici a elemosinare gli archivi e nessuno voleva darceli». Due gli ostacoli: la convinzione che ogni ufficio comunale dovesse conservare e gestire in autonomia il proprio materiale d’archivio e il timore che il nuovo impianto meccanizzato della Cittadella non fosse sicuro e facesse perdere i documenti. 

Presto alla Cittadella si presentano due opportunità. Le nuove normative antincendio impongono adeguamenti onerosi degli spazi: conservare un archivio in luoghi non pensati per questa funzione diventa sempre più difficile e costoso. Inoltre alcuni edifici del Comune sono sgomberati e trasformati e fiumi di faldoni cominciano ad aver bisogno di un nuovo collocamento. L’edificio in via Gregorovius 15, progettato e costruito proprio per essere un archivio, è la destinazione naturale per questo mare di carta.

Gli archivi del Comune di Milano fino agli anni Sessanta sono stati gestiti con ordine. Durante i decenni seguenti, con l’aumentare della quantità di carta prodotta, anche negli archivi ha cominciato a regnare il caos. Questo ha creato un doppio problema: la necessità di adeguamento e messa a norma degli spazi e la sempre maggiore difficoltà nelle ricerche d’archivio. «Le pratiche hanno una doppia vita», spiega Martelli. «Prima la vita corrente – quando sono prodotte e tenute in ufficio, magari in un armadio – poi attraversano una fase di deposito, un limbo in cui in ufficio non servono più e fuori non sono ancora richieste. Infine, dopo 20 o 30 anni dalla produzione, quella pratica, che entra nella fase della conservazione storica, comincia a essere richiesta dall’esterno». Esempio nel campo dell’edilizia privata: decenni dopo la costruzione di un edificio, quando bisogna fare adeguamenti, ristrutturazioni o demolizioni, c’è bisogno di recuperare gli atti di fabbrica. «A questo punto si pone il problema: come andare a recuperarli? Senza una mappatura sistematica dell’archivio è impossibile». All’inizio gli uffici comunali non si fidavano di consegnare a un sistema meccanizzato esterno i loro documenti, temendo sarebbe stato arduo ritrovarli. «Oggi tutto ciò che è versato qui si trova in massimo un quarto d’ora, quello che è rimasto negli uffici spesso non si trova più o richiede ore di ricerca. Ora tutti vorrebbero affidarci i loro archivi: abbiamo 25mila pezzi in coda in arrivo dagli uffici comunali che aspettano di essere depositati».

EUSTORGIO ARCHIVI
Interni degli Archivi con robot Eustorgio impianto meccanizzato, Comune di Milano

L’impianto meccanizzato di ricerca ed estrazione dei faldoni è analogo a quello di molti magazzini, che nessuno aveva mai pensato di adattare a un archivio. Un robot che si muove su binari e scaffali lunghi cinquanta metri, estrae i cassetti in cui sono contenuti i faldoni richiesti e li consegna all’operatore. Tutti lo conoscono come Eustorgio. «Il vecchio archivista abitava in piazza Sant’Eustorgio. Per scherzo, quando ancora nessuno credeva a questo progetto e nessuno voleva darci niente perché non si fidavano della macchina, abbiamo soprannominato così il robot. Oggi è diventato un’istituzione: anche nelle riunioni di alto livello o nelle mail ufficiali si dice ‘è in Eustorgio’»

Negli archivi precedenti, non robotizzati, si facevano tra le 50 e le 60 estrazioni a settimana, oggi grazie a Eustorgio se ne fanno 120 al giorno. La macchina fa in un quarto d’ora quello che l’archivista faceva in un’ora. «Non è vero che la robotizzazione sostituisce l’uomo: noi abbiamo più archivisti adesso di prima». Il sistema robotizzato migliora anche la conservazione dei documenti e riduce lo spazio occupato. In tremila metri quadrati Eustorgio conserva 50 km lineari di carta, nei 12mila metri quadrati dell’edificio a fianco, che ospita un archivio tradizionale a scaffale, non ci stanno più di 45 km lineari di carta.

Il 60% circa degli archivi del Comune di Milano sono conservati in Cittadella. «Del restante 40%, metà è già stato mappato, il resto è in un limbo da cui dobbiamo farlo uscire». Nell’estate 2020 il Comune ha riconosciuto la figura del Soprintendente agli archivi nella persona di Francesco Martelli, permettendogli di avere un funzionario alle sue dipendenze che si occupa esclusivamente degli archivi comunali esterni alla Cittadella. L’obiettivo è ricollocare in Cittadella ciò che è già stato mappato e mappare il resto. L’archivio meccanizzato è già pieno al 70%, il Comune ha pertanto previsto di realizzare un altro impianto analogo in un capannone dismesso confinante.

La digitalizzazione. «Forse l’1% del nostro materiale è digitalizzato. Di solito digitalizziamo ciò che rischia di essere perduto per deterioramento incombente, ma i casi sono rari, o quello che è molto richiesto, per evitare di danneggiarlo. Nel nostro caso si tratta soprattutto del comparto di architettura, urbanistica, edilizia». La digitalizzazione di questi documenti è un processo lungo, costoso, con resa non immediata. «Se asfalto una strada un cittadino vede subito il risultato. Se spendo 1,5 milioni di euro per mappare e digitalizzare 50mila pratiche di edilizia, il cittadino nell’immediato non vede un risultato. Se per tre anni investo 3 milioni all’anno per i futuri vent’anni i cittadini non dovranno più aspettare mesi per avere una pratica di edilizia: ma in una società come la nostra che vuole tutto subito è difficile spendere 15 milioni di euro per aver risultati a lungo termine. Negli ultimi due anni tuttavia l’Amministrazione ha investito diversi milioni nella digitalizzazione massiva, grazie anche al sostegno e contributo dell’assessore alla trasformazione digitale Roberta Cocco».

Delle 24mila estrazioni annue, circa 400 sono richieste da studenti, prevalentemente in tesi, qualche decina da ricercatori, 8-9mila da professionisti di edilizia privata, 12-13mila da uffici dell’Amministrazione comunale e delle società partecipate del Comune. Metropolitane Milanesi, per esempio, ha dipendenti in pianta stabile alla Cittadella, che scansionano e inviano documenti dall’archivio delle case popolari del Comune qui conservato. Alla Cittadella lavorano in tutto 16 dipendenti comunali, cinque dipendenti delle partecipate del Comune dislocati qui, cinque tirocinanti dell’Università che cambiano ogni trimestre. «La nostra situazione è un unicum. Di solito un archivio è una grande massa documentaria statica, può accadere che sia integrato con altri archivi, ma sono comunque realtà già strutturate. Noi invece stiamo cercando di portare tanti diversi archivi in un unico luogo, e ogni archivio ha bisogno di tutta una serie di attività prima di essere collocato qui: bonificare, scartare ciò che è irrecuperabile, ricondizionare il resto, cioè ripulire dalle muffe se ci sono, riorganizzare, spinzare, togliere scotch, elastici e tutto ciò che può compromettere la conservazione, sostituire le unità di contenimento (cioè faldoni o scatole), associare codici a barre e costruire la banca dati informatica. Queste attività avvengono nelle sedi di provenienza dell’archivio, dopodiché bisogna portare qui i materiali e inserirli nell’impianto»

VOLUMIM 800 MILANO
Volumi di fine ‘800, Cittadella degli Archivi, Milano

Oltre agli archivi che continuano ad avere utilità pratica, tra i faldoni si trova materiale di rilevanza storica. Il loro studio è affidato soprattutto agli studenti dell’Università Statale che, grazie a un accordo voluto da Martelli, qui svolgono tirocini retribuiti, con la supervisione scientifica dei docenti. Dal materiale inedito scoperto in archivio sono nate mostre e pubblicazioni. «Se ci si dedicasse in modo più sistematica ai fondi storici penso ci sarebbero moltissime scoperte da fare. Ogni volta che tocchiamo un argomento troviamo materiale inedito e significativo». Un lavoro di due anni di un dottorando dell’Università ha fatto emergere il Fondo Israeliti: schedature di 12mila persone sospettate di essere ebree nel 1938, all’indomani delle leggi razziali. Martelli stesso ha studiato la documentazione relativa all’acquisto della Pietà Rondanini di Michelangelo nel 1952 da parte del Comune, che a lungo si era creduto essere stata acquistata da un gruppo di privati generosi. «L’opera era stata dichiarata di interesse nazionale e i proprietari volevano disfarsene perché era costoso mantenerla: faceva gola ad americani e fiorentini. La storica dell’arte e prima donna a dirigere la Pinacoteca di Brera Fernanda Wittgens convinse alcuni mecenati milanesi ad acquistarla per farla restare in città. Questo spinse il consiglio comunale a contribuire all’acquisto. In realtà, subito dopo i privati si sfilano e il Comune sborsò il 90% della somma: 123 milioni. Forse il Sindaco era d’accordo con la Wittgens. Oggi scoppierebbe il finimondo».

La collaborazione con l’Università ha portato ad assegni di ricerca e alla nascita del Master in Digital Humanities nel 2019, che unisce i dipartimenti di Storia e Informatica dell’Università Statale, Cittadella degli archivi e una ventina di partner privati, tra cui Fujitsu, Google, Wikimedia, Italarchivi, Omniadoc. «Con questa collaborazione abbiamo voluto unire tre diverse realtà: gli studenti di materie umanistiche, le aziende di digitalizzazione e archiviazione e l’ente pubblico. Una buona archiviazione fa risparmiare spazio e tempo, per cui oggi molte aziende si stanno muovendo in questo campo, spesso senza solide basi scientifiche. Dall’altra parte gli studenti, che hanno quelle competenze, non sanno dell’esistenza di queste opportunità».

La maggior parte dei documenti ottocenteschi sono conservati nell’archivio del Castello Sforzesco, ma qualcosa è anche in Cittadella. Il faldone delle celebrazioni verdiane per il primo anniversario della morte di Manzoni, con decine di lettere da nobili, senatori e personaggi di spicco dell’epoca che chiedevano al Sindaco un posto per la sera dell’evento. Il bando di gara del 1844, con segni d’incendio, per il nuovo gonfalone di Sant’Ambrogio con cui sostituire quello cinquecentesco, oggi al Castello, in cui si davano indicazioni dei colori da utilizzare. A via Gregorovius si trova anche l’archivio manifesti, che conserva una copia di ogni manifesto affisso in città dai primi dell’Ottocento. Quelli fino al 1943 sono andati distrutti dai bombardamenti, salvo alcuni conservati dentro altre pratiche sparse: il Manifesto di morte di Verdi; un manifesto in cui il primo sindaco socialista della città, Emilio Caldara, durante il biennio rosso scriveva agli operai di tornare nelle fabbriche.

Accanto all’archivio meccanizzato, un edificio di Arrigo Arrighetti su tre piani in cemento armato, per 12mila metri quadrati totali, un tempo deposito di auto e moto sequestrate, conserva su scaffali tradizionali documenti di meno frequente consultazione o non ancora esaminati. I registri dell’anagrafe: nascita, morte, matrimoni. I registri di leva. Piani regolatori. Lungo tutto il perimetro dell’edificio 9mila registri scolatici provenienti dai Comuni che nel 1927 vennero aggregati alla città di Milano. Spesso i dipendenti comunali che vanno in pensione lasciano il loro archivio personale: solo loro sanno cosa contengono fino a che nessuno li apre. Faldoni logori degli anni del consenso: «Sembrano i più antichi, in realtà è la pessima carta autarchica, andata in frantumi, specchio della società che l’ha prodotta».

«Per trovare documentazione utile in un archivio non bisogna pensare come uno storico, ma ragionare come ragiona l’archivio, che si crea per sedimentazione, non a posteriori». Quelli che per noi sono personaggi storici per l’archivio spesso erano uomini qualunque. Un esempio: il 23 marzo 1919 Mussolini fondava con un manipolo di seguaci i Fasci di Combattimento in piazza San Sepolcro, nella sala riunioni Circolo dell’alleanza industriale. Negli archivi del Comune pare non essercene traccia: nel 1919 Mussolini e compagni erano considerati scalmanati senza credibilità. Cercando tra le pratiche edilizie tuttavia si trova l’esatta collocazione del Circolo in cui avvenne l’incontro. Quei locali, prima sede milanese del movimento politico, erano di proprietà dall’Associazione lombarda degli industriali presieduta da Cesare Goldmann, un industriale e massone di origine ebraica. Analogamente, se si cercano tracce del futurismo si troveranno solo riferimenti a mostre tardonovecentesche, ma nel registro degli acquisti del Comune si può trovare il documento con cui Filippo Tommaso Marinetti vendette per 8mila lire la scultura di Umberto Boccioni Forme uniche della continuità nello spazio, oggi al Museo del Novecento.

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La Cittadella degli Archivi, in via Gregorovius 15, custodisce materiale prevalentemente novecentesco dell’Archivio comunale e è solo uno degli archivi pubblici milanesi. La parte ottocentesca è custodita all’Archivio Storico Civico, nel cortile della Rocchetta del Castello Sforzesco. Anche il Casva, Centro di alti Studi sulle Arti Visive, specializzato in architettura e design, si trova al Castello Sforzesco e quest’anno verrà trasferito in una nuova struttura al QT8, all’interno dell’ex mercato comunale coperto ristrutturato. Nella collezione del Casva sono custoditi 8.500 faldoni, 4.200 tubi di disegni, 93mila disegni tecnici, 352 modelli, 24mila fotografie. In questo caso il patrimonio archivistico è acquisito per acquisto diretto o donazione. Tra gli altri, al Casva sono conservati gli archivi di Luciano Baldessari, Enzo Mari, Vittorio Gregotti. Infine, il secentesco Palazzo del Senato, in via Senato 10, è sede dell’Archivio di Stato: 45 km di scaffali che conservano i documenti delle istituzioni politiche e religiose anteriori all’Unificazione e gli atti prodotti dagli enti statali italiani facenti capo a Milano (come prefettura, tribunale e questura). 

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