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Blockchain applicata alla filiera del pomodoro: l’esperimento Coldiretti

Tokenfarm avvia un progetto per tutelare il Made in Italy dalle contraffazioni. Coinvolte una multinazionale di pelati da esportazione, 300 aziende agricole e 19 cooperative tra Campania e Puglia 

Quando si parla di blockchain si pensa a computer, database e registri elettronici, alle tecnologie utilizzate per monitorare scambi e investimenti in criptovalute. Possono essere applicate anche alla produzione di una confezione di pomodori pelati. Il ricorso a queste metodologie è funzionale alla creazione di una filiera controllata in ogni passaggio. Coldiretti è la prima realtà ad aver applicato blockchain su larga scala, coinvolgendo una multinazionale della trasformazione del pomodoro da industria, 300 aziende agricole pugliesi e campane, 19 cooperative e 6 organizzazioni di produttori. Pier Luigi Romiti è responsabile dell’area economica di Coldiretti e Chief Operating Officier di Token Farm, la start up creata all’interno dell’associazione per seguire dall’inizio alla fine l’applicazione della tecnologia DLT a una filiera che lega aziende agricole che appartengono alla rete. Le tecnologie DLT – Distributed Ledger Technologies, si basano sull’assenza di fiducia – o meglio, sulla creazione di fiducia a partire dalla disintermediazione, lo spiega Christian Ferri, intervistato sul suo libro Blockchain & Made in Italy.

L’impiego della tecnologia DLT è avvenuto in questo primo caso coinvolgendo la multinazionale britannica Prince. Il progetto è iniziato due anni fa, con la collaborazione della Casaleggio Associati e ha seguito l’iter di produzione e trasporto di quasi 3 milioni di quintali di prodotto destinato all’esportazione. Proprio la Gran Bretagna infatti, come riporta Coldiretti, con 3,4 miliardi di euro di importazioni agroalimentari si classifica al quarto posto tra i partner commerciali dell’Italia per cibo e bevande, mentre è il primo Paese per import di derivati del pomodoro, per un valore di circa 350 milioni di euro nel 2020. L’utilizzo della blockchain ha assicurato il rispetto degli standard sanitari ambientali e di tutela del lavoro contro i caporalato e ha rappresentato un modo per garantire la qualità del Made in Italy. Si basa sull’assenza di intermediari, sull’accessibilità dei dati da parte di tutti i componenti della filiera e sulla loro affidabilità, garantita dal controllo incrociato e dalla possibilità di risalire a chiunque li abbia inseriti all’interno del registro digitale, questo tipo di tecnologia si presta perfettamente all’impiego da parte di multinazionali, che hanno così modo di controllare la filiera in ogni suo passaggio. 

«Si tratta di un sistema di tracciabilità digitale del viaggio del prodotto dal campo allo scaffale che ne rileva le caratteristiche sia qualitative che di raccolta, ma anche del tipo di trasporto e di trasformazione subita», spiega Pierluigi Romiti. «Queste informazioni sono poi trasmesse sia all’azienda madre, che al consumatore finale attraverso un qr code presente sulla confezione. La tecnologia blockchain garantisce una maggiore sicurezza circa l’attendibilità dei dati: ognuno di questi è inserito in un registro distribuito: non c’è un amministratore unico e centrale di questo sistema, ma un’amministrazione diffusa. Perché avvenga una modifica, tutti i membri della catena devono essere concordi. Se qualcuno inserisce un dato sbagliato, è più probabile che questo errore sia individuato e subito ricollegato a chi lo ha commesso. Ciò è utile anche per la lotta alla contraffazione». Come è avvenuta l’applicazione della tecnologia a una filiera fatta di piccole aziende agricole e cooperative? «A ogni membro della filiera è stata assegnata una web app, una applicazione alla quale ci si connette tramite internet. Per utilizzarla è necessario passare per il telefono, scaricarla e averla sempre con sé. In futuro ci piacerebbe rendere tutto più agile e fornire ai proprietari delle aziende agricole dei device specifici, diversi dal cellulare»

tecnologia alimentare 4.0
Soluzione agroalimentare digitale innovativa per la tracciabilità

La start up e Coldiretti intendono implementare l’utilizzo di sensori che consentano una raccolta di dati più precisa e, come vogliono le DLT, indirizzata a una cancellazione totale delle interazioni umane. I sensori farebbero risparmiare tempo agli agricoltori e consentirebbero alla multinazionale esportatrice di godere di un controllo a 360 gradi sul prodotto che sta acquistando. La start up Tokenfarm che si occupa della implementazione dell’utilizzo di tecnologie DLT all’interno della filiera agricola Coldiretti è nata un anno fa, ma il progetto è partito in parallelo alla nascita della collaborazione con Princes. «Ci serviva uno strumento agile per portare avanti il progetto – continua Romiti – essendo un’associazione ampia, avevamo bisogno di un ambiente più ristretto. La start up si compone da informatici e amministratori e la proprietà è 100% Blu Arancio, la società informatica di Coldiretti»

Con il 2020 sono terminate tutte le operazioni di building, di struttura e di test, e a partire dal 2021 avverrà il lancio. «Abbiamo creato un progetto pilota, costruito le applicazioni, le abbiamo messe in pratica e testate. Questo è un progetto che vorremmo applicare anche su altre filiere. Ora la start up è pronta sul mercato ed è in fase di commercializzazione del prodotto. Questa prima fase di testing ha avuto come obiettivo, oltre alla creazione di know how, e la verifica dell’applicabilità di una tecnologia come blockchain sulla filiera alimentare, anche la valutazione dei suoi vantaggi e svantaggi. Il nome tokenfarm deriva da ‘token’, ‘gettone’, un guadagno che serve per incentivare dei comportamenti positivi all’interno della collettività – quelli legati alla sostenibilità ambientale, economica, e sociale. I guadagni sono reinvestiti nell’acquisto di prodotti tipici e locali».

Una delle difficoltà che può presentare l’applicazione della blockchain a un settore spesso conservativo come quello agroalimentare sta nella resistenza iniziale degli imprenditori agricoli e coltivatori. Il progetto pilota di Coldiretti applicato alla filiera del pomodoro da esportazione è stato studiato in modalità win-win, in modo che eventuali opposizioni fossero ridotte al minimo. «Gli agricoltori non hanno dovuto sostenere alcun tipo di costo. Lo scopo era che gli imprenditori agricoli guadagnassero qualcosa. Come Coldiretti abbiamo stipulato un accordo di filiera con Princes, multinazionale inglese di trasformazione: nel contratto abbiamo inserito l’obbligo di aderire a questa piattaforma. Così facendo, l’industria ci avrebbe guadagnato in termini di credibilità e sostenibilità, ma si sarebbe impegnata a pagare di più i lavoratori. Nonostante una prima reazione negativa da parte degli imprenditori agricoli, il guadagno effettivo ha fatto la differenza». Il progetto ha contribuito a creare una base di partenza anche per progetti e implementazioni futuri. «Abbiamo fatto oltre trecento ore di formazione. La piattaforma è a disposizione anche per chi avrà voglia di avvicinarsi a questa modalità in futuro».

Questa applicazione potrà essere offerta all’interno di contratti stipulati da Coldiretti con aziende che richiedano maggiori garanzie circa l’affidabilità dei prodotti, soprattutto da esportazione. Un progetto che va di pari passo con altri servizi sull’agricoltura di precisione che altre società dell’associazione stanno offrendo. «Più le aziende sono innovative dal punto di vista dell’agricoltura 4.0 e più blockchain funziona, perché ci si può collegare a macchinari e sensori che sono già attivi sul campo. Per quanto riguarda i soci Coldiretti, attraverso la piattaforma Demetra viene già offerta la possibilità di avvicinarsi all’agricoltura di precisione. Il movimento è molto ampio su questo tipo di progetti. Sicuramente l’associazione promuoverà questo tipo di tecnologie, ma la stessa start up li porterà avanti». I vantaggi si sono visti: «Gli agricoltori hanno ricevuto un pagamento per aver aderito alla piattaforma. L’azienda multinazionale ha a disposizione dati certi che le consentono di programmare con sicurezza e di esportare un prodotto di cui conosce ogni fase di produzione. La programmazione in azienda è uno dei passaggi più importanti, anche per poter evitare di incappare in contraffazioni. Molti risultati potremo vederli dall’anno prossimo, anche in termini di riconoscibilità del prodotto da parte del consumatore. Noi di Tokenfarm siamo entrati in relazione con una azienda gemella in Gran Bretagna specializzata in comunicazione e assieme a loro svilupperemo un progetto sulla valorizzazione dei dati che abbiamo raccolto».

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Tokenfarm – track eat earn repeat – è una ACME dell’Agrifood made in Coldiretti che realizza, gestisce e sviluppa soluzioni basate su tecnologie emergenti al fine di migliorare i processi delle filiere. Attraverso servizi di tracciabilità blockchain e 5G based uniti a modelli di incentivazione di comportamenti sostenibili basati su token è in grado di aumentare la distintività dei prodotti e/o brand aziendali. 

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