CLUB DOMANI. IMMAGINE LORENZO FANFANI
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Milano nell’EP Club Domani: non c’è altra città in cui vorrei vivere

Andrea Ratti e Sergio Tavelli raccontano il loro primo EP Club Domani, mentre il Plastic resta chiuso. In copertina il Pirellone, tra genius loci e cosmopolitismo non ostentato. «Tutto quello che ho imparato l’ho imparato a Milano».

Sulla copertina del nuovo e primo EP di Club Domani c’è una foto del grattacielo Pirelli che taglia in due lo spazio di un cielo notturno, come un’astronave modernista fatta di cemento e vetro e luce al neon. L’impressione è di osservare un corpo estraneo, un’ipotesi irreale, un modello sperimentale presentato in qualche biennale di architettura ma che mai potrebbe esistere a Milano. Il grattacielo Pirelli è lo stesso palazzo che vediamo nei titoli di testa del film La Notte di Michelangelo Antonioni, con la cinepresa che scende dall’ultimo piano verso terra mostrandoci Milano riflessa nella facciata continua di vetro disegnata da Gio Ponti e ultimato solo l’anno prima, nel 1960. In questo gioco di specchi vediamo anche la Stazione Centrale, che gli sta di fronte. Tra un edificio e l’altro passano trent’anni che sembrano 3mila. Club Domani è il progetto dietro cui troviamo Andrea Ratti e Sergio Tavelli, dj storici del Plastic. Nel 2014 si uniscono sotto questo nome per dar vita a una festa del sabato sera, e dal 2015 a una produzione musicale – mai programmatica, animata da collaborazioni, voglia di fare e spirito del tempo. Con questo primo EP in uscita venerdì 20 novembre, in 5 tracce hanno raccontato la città e i club, la Milano che vivono e la notte di cui sono autori, di cui sono parte, e che contribuiscono a definire con il loro lavoro. Postilla per la Gen Z: EP sta per Extended Play, un disco che contiene dalle 4 alle 6 tracce.

Il disco me lo spiegano loro due una sera a casa di Sergio, ottavo piano con vista Pirellone, definendolo Un insieme delle cose che ci piacciono. È un racconto in cui si intrecciano i testi e le voci di persone a cui vogliamo bene, e che ci vogliono bene. Il primo e l’ultimo brano, Manifesto e Outro, hanno la voce di Gea Politi, direttrice ed editrice di Flash Art. Qualche mese fa aveva chiesto a Sergio una selezione musicale per completare un programma per una radio newyorkese sulla storia del suo giornale e dell’arte italiana. Sergio ascolta il montato finale e resta colpito dalla voce di Gea. A fine programma, taglia dei pezzi di parlato e li monta su una base a cui stava lavorando con Andrea per altri progetti. Sergio e Andrea si innamorano di come Gea scrive e Gea è colpita dal loro entusiasmo. La collaborazione è fatta. Andrea, che a Milano è nato e cresciuto, come Gea, pensa di chiederle un testo, senza direttive. Alla fine viene fuori che si parla proprio di Milano. La Milano degli anni Ottanta, le contraddizioni e gli eccessi, la frenesia e un certo modo di immaginare il futuro, gli scandali, la notte, un’estetica che è passata alla storia e l’appartenenza a una città per alcuni bramata e da altri rifuggita.

Politi racconta: «Mi sono ritrovata a ragionare su dei pezzi di Tondelli su Milano che stavo leggendo in quel periodo, da Un Weekend Postmoderno a L’abbandono. Ho cercato di riprendere quella parte di Milano che coincide con la mia – tra poesia e sofferenza. Ho scritto una specie di canzone-poesia per Milano, forse un manifesto, che è poi il titolo del pezzo. È stato anche un momento di rilettura di un luogo che io vivo dalla nascita, ma dove quasi tutti i miei amici sono arrivati per caso. Quando mi capita di farglielo sentire c’è una reazione che mi diverte: le cose che racconto e che ho vissuto in prima persona in questa città, loro le hanno lette o viste in tv. Si nota questa differenza percettiva. Due letture diverse di un luogo che adesso condividiamo». In A Che Ora l’Amore c’è la voce di Syria o meglio del suo alter ego discotecaro Airys, amica e Plastic-addicted (a volte arriva con una chiavetta e prende possesso della consolle). Testo di Dario Moroldo degli Amari, è un pezzo che sta a metà tra il pop e il club. Dentro c’è l’atmosfera del Plastic, pur senza citarlo mai. Una storia di amori che nascono sotto le luci strobo. Il Plastic è lì, ma non è esplicito. Il calore dei corpi e poi se potessero ballare le pareti di questo locale. Poetessa Maledetta è una collaborazione con Stephanie Glitter, Insta-diva militante e performer, composta di evocazioni baudelairiane emerse durante una notte insonne e suggestioni queer. My Business «viene da un libro di poesie di Kerouac che stavamo leggendo e che si è poi trasformato in un discorso più generale sulla libertà di essere ciò che si vuole e sulla fierezza di riconoscersi outsider e non allineati. Le voci sono di Vivelips e de La Persia, che avevano fatto delle prove per lavorare sulla metrica e poi invece funzionavano alla perfezione così». Il disco procede come una curva, come una serata: ci si prepara, si esce, si muovono le gambe e poi si suda, si balla e si finisce con quella latenza improvvisa e sospesa che si prova con l’ultimo pezzo prima che si accendano le luci sulla pista.

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I dj Andrea Ratti e Sergio Tavelli. Immagine Lorenzo Fanfani

Outro è la chiusa teorica di una sperimentazione emotiva, sempre con le parole di Gea Politi: «L’attacco viene dal manifesto dell’Arte Povera di Germano Celant, la prima frase è Prima viene l’uomo e poi il sistema. Mi aveva fatto riflettere, perché è stata scritta nel ’67 e per tanti anni nel mondo dell’arte ha funzionato di più il sistema. Oggi siamo in un momento in cui l’essere umano sta tornando al centro dell’attenzione. Poi c’è un elenco di artisti: Cindy Sherman, Michelangelo Pistoletto, Jeff Koons. Artisti con cui sono cresciuta, che sono il mio canone e capaci di creare un momento sonoro che piaceva molto a Sergio e Andrea, un mix di nomi italiani e internazionali a produrre un’universalità del sistema». Una caratteristica che ha forse a che fare anche con il ruolo che il Plastic ha sempre avuto in città: uno spazio che mescola il genius loci con un cosmopolitismo non ostentato. Un linguaggio che è appartenenza. «Il testo si chiude con una riflessione sul fatto che quando nacque FlashArt non esisteva la critica d’arte sui media italiani. Gli unici sprazzi di arte contemporanea interessanti erano di Dino Buzzati sul Corriere della Sera. Sporadici, ma arrivavano con un linguaggio nuovo – la lingua della contemporaneità. Uno shock in cui eri travolto dall’idea di poter usare il codice in un modo mai immaginato prima. Abbiamo pensato di legarlo al linguaggio del clubbing, che è riuscito a fare la stessa cosa, forzando il codice e sperimentando con esso, senza ostentarlo e senza quasi volerlo, facendolo succedere e basta. Ogni serata è un linguaggio nuovo».

Il Plastic c’è ovunque in questo disco, «perché ci siamo cresciuti dentro, è la scatola che ci ha sempre contenuto, sia fisicamente sia concettualmente. Il terreno di coltura in cui questo lavoro si è sviluppato, ma non è un tema del disco, non lo raccontiamo». Avrebbero voluto presentarlo e suonarlo lì, guardando le persone ballarlo, ma il disco funziona anche fuori dal club e dalla pista, in automobile, in cuffia per una passeggiata. La percezione e il rapporto tra i club e le città oggi fa riflettere. Non oggi inteso come il 2020, con tutta l’incertezza che mette sul piatto, in cui se le città sono più o meno aperte le porte dei club sono sbarrate fino a non si sa quando – e quando riapriranno non abbiamo idea di come i nostri corpi potranno e vorranno comportarsi al loro interno. Tra timori e abitudini nuove, la notte potrebbe diventare un tabù. «Mentre lo producevamo speravamo che dopo l’estate le cose sarebbero tornate a un minimo di normalità, ma abbiamo deciso di farlo uscire comunque, perché pur essendo il Plastic chiuso in questo momento, noi ci siamo e intrattenere le persone è il nostro lavoro».

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Immagine dal film La Notte di Michelangelo Antonioni. Ordine Architetti

Nel film di Antonioni, quello che inizia con Milano riflessa nel Pirellone, la città è un posto malato, incancrenito, sordido. Il nightclub dove Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau si obbligano a passare una serata di svago è anche peggio. Un posto asfissiante in cui si sta seduti bevendo whisky e guardando spettacolini sensuali. Dalla città si scappa verso la provincia in cerca d’aria e redenzione (senza poi trovarla, ma questa è un’altra storia). La notte nei club è un territorio ambivalente: chi si riconosce nella norma, nella tradizione e nelle regole imposte dal potere, dalle abitudini e dal decoro la vive come territorio della trasgressione. Chi invece appartiene all’alternativa, alla possibilità, chi lotta per l’affermazione di minoranze non riconosciute e non contrattualizzate vive la notte e il clubbing come spazio sicuro di protezione umbratile, condivisa e democratica. Anarchica e perfetta. «Per noi la notte al club è entrambe le cose: non facciamo il turno di notte in una fabbrica, quando stiamo lavorando ci stiamo anche divertendo. È uno spazio di libertà, non è un peso. Quelle poche volte che sei stanco e ci vai un po’ scazzato, quando inizi a suonare la voglia ti viene sempre. Abbiamo la responsabilità di gestire un momento di svago per persone che hanno lavorato tutta la settimana. Abbiamo un ruolo, facciamo delle scelte: è svago, ma a modo nostro».

Le battaglie portate avanti nell’ultimo mezzo secolo hanno avuto un impatto sulla percezione degli spazi. Forse i muri del club stanno cadendo, e i confini del club inteso come spazio libero sono ora pertinenti ai confini della città stessa. La tensione progressista che attira nelle città chi cerca la libertà di essere com’è o come desidera, le ha rese luoghi desiderabili e culturalmente sani, in contrasto con una provincia livida e sterile. Luoghi da cui farsi abbracciare e non più da tollerare. Andrea: «Io a Milano ci sono nato e cresciuto ma l’ho scoperta tardi. La notte mi ha aperto prospettive inaspettate e mi ha fatto cambiare idea rispetto a quando da piccolo pensavo che dopo il liceo me ne sarei andato. Sono ancora qui». Sergio: «Sono arrivato a Milano a 18 anni dalla Valtellina e mi sono infilato nel mondo della notte, che è poi la realtà che ancora vivo. Non avevo mai immaginato sarebbe diventato il mio lavoro. Nonostante sia passato qualche anno, non c’è altra città dove vorrei vivere. Qui ci sono gli amici, gli affetti, il lavoro: tutto quello che ho imparato l’ho imparato a Milano».

IMMAGINI

Club Domani, EP di Sergio Tavelli e Andrea Ratti
Pubblicato il 20 Novembre 2020
Tracce:
1. Manifesto by Gea Politi
2. My Business (ft. Vivelips & La Persia)
3. Poetessa Maledetta (ft. Stephanie Glitter)
4. A Che Ora l’Amore (ft. Airys)
5. Outro by Gea Politi

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