
Mag to Mag: indipendenza e roughness nel lavoro di chi pubblica riviste
Dal controllo dei contenuti ai costi di stampa, cinque riviste presenti a Mag to Mag discutono il lavoro necessario per pubblicare e il rapporto fra cura editoriale e libertà degli autori
Mag to Mag: roughness e libertà di decidere che cosa pubblicare oggi
A BASE Milano, cento espositori da tredici Paesi. Polaris, MAURI, BranD, Discontent e Hungry Heart raccontano indipendenza e roughness attraverso editing, autori e scelte di produzione.
Elena Ghioldi e Cristiano Pizzi scelgono tempi e forme delle proprie zine, ma pagano anche ogni fase della produzione: ricerca, stampa, carta, rilegatura e assemblaggio. «Non riceviamo alcun sostegno finanziario», spiegano gli autori di Hungry Heart. Nei contributi raccolti per Lampoon, i partecipanti si interrogano su chi stabilisca gli argomenti, chi possa contribuire al racconto e quali risorse permettano di pubblicarlo. Quando discutono di roughness, tornano al lavoro sulla pagina e agli interventi che precedono la lettura, per capire quanto conservino dell’esperienza di un autore.
Il tre e quattro ottobre duemilaventisei, a BASE Milano, Mag to Mag ha riunito editori e lettori per la quarta edizione, organizzata da Frab’s Magazines. Gli espositori annunciati erano cento, da tredici Paesi, rispetto agli ottanta dell’anno precedente. ERRORE è il tema dell’edizione: fra un’idea e la sua stampa ci sono prove da scartare, limiti di produzione e progetti che richiedono un ripensamento.
Polaris: la cura editoriale delle storie trascurate
Taki, cofondatore e codirettore di Studio Polaris, valuta l’indipendenza a partire da ciò che permette di fare e dalle persone che possono prendere parte alla rivista. Lo studio è nato in Giappone e ha sede tra Tokyo e Londra, dove lavora fra ricerca, pubblicazioni, progettazione e mostre. Polaris segue persone, luoghi e pratiche che trovano poco spazio nei racconti più diffusi. Il manifesto usa l’espressione Living Wisdom per i saperi trasmessi attraverso la vita delle comunità, documentati con saggi, fotografie e conversazioni.
L’autonomia può consentire a chi viene raccontato di diventare autore: «Se crea uno spazio in cui persone comuni possono avere voce, non semplicemente come lettori o soggetti, ma come autori, allora crediamo che l’indipendenza abbia un valore reale». Taki descrive la rivista come un magnete: una storia pubblicata porta una segnalazione o un incontro, indica qualcuno che la redazione non avrebbe scoperto e avvia la ricerca per un altro racconto. Nella pubblicazione su carta, forme di conoscenza differenti possono stare insieme, con un archivio accanto a un’intervista e una memoria accanto a un saggio. A questa possibilità Taki lega l’interesse di Polaris per la carta.
Un artista già noto dispone di un riconoscimento del pubblico che precede la pubblicazione. Chi racconta una persona o una comunità senza quella notorietà deve invece affrontare il rischio che la sua storia resti fuori dall’attenzione anche dopo essere stata pubblicata. «Crediamo quindi che, quanto più una storia è trascurata, tanto più debba essere progettata e raccontata con cura».
Le persone di cui lo studio si occupa possono essere contraddittorie. Nell’editing, Polaris cerca di conservare questa complessità mentre lavora sul modo di raccontarla. Taki riassume così il rapporto fra contenuto e forma: «We tell unpolished stories in a polished way».

MAURI: autori, accessibilità e controllo della prospettiva
Iulianna Shilova, stylist e Editor in Chief, presenta MAURI raccontando la propria diagnosi di autismo; il team della rivista riunisce donne con disabilità e neurodivergenti. La testata nasce per e con queste comunità, e la domanda su chi possa essere autore comincia dalle persone che la costruiscono.
Al numero zero hanno contribuito circa quaranta autori e creativi, con quarantotto articoli e sei servizi distribuiti in oltre duecento pagine.
La rivista vuole lavorare con brand, istituzioni e creativi, entrando nell’industria della moda. Polina Petrova, responsabile comunicazione e partnership, spiega a quali condizioni: «Indipendenza, per noi, significa poter entrare in quegli spazi senza perdere il controllo sulla nostra prospettiva o cambiare ciò che la pubblicazione è per potervi appartenere».
La cura delle immagini e dei testi deve permettere a MAURI di stare accanto alle altre pubblicazioni ed essere valutata con gli stessi criteri. «Non renderemmo intenzionalmente un’immagine o una pagina rough soltanto per segnalare indipendenza», spiega Petrova.
«Quando tutto viene perfezionato secondo gli stessi standard, c’è il rischio che le voci comincino ad apparire e suonare allo stesso modo». L’attenzione alle singole voci si accompagna alla cura editoriale e all’accesso alla lettura: il grupposta valutando nuovi terreni come la compatibilità con i lettori di schermo e lo sviluppo di versioni audio.
BranD: che cosa raccontano le imperfezioni di una pagina
Pubblicata da Sendpoints dal duemiladodici, BranD è una rivista di design con edizioni in cinese e in inglese e una cadenza bimestrale. Nel dialogo la direttrice Nicole Lo chiarisce quale limite la testata pone al rapporto fra attività commerciali e autonomia.
Lo chiede che la scelta degli argomenti e l’esercizio di un proprio giudizio spettino ad autori ed editor, che devono conservare l’ultima parola sui contenuti, sulle immagini e sul racconto. La possibilità di decidere deve restare nel momento in cui il pubblico cresce: «Anche quando il nostro lavoro raggiunge un pubblico ampio, manteniamo la capacità di fare domande, osservare e sostenere punti di vista diversi».
Una scadenza, un limite di budget o un esperimento possono lasciare segni a mano e irregolarità nella composizione della pagina, tracce del percorso attraverso cui il contenuto ha preso forma. Riprendere quegli elementi dai codici delle sottoculture può però servire anche a costruire un’immagine da vendere.
«Se togli tutti gli elementi visivi non rifiniti e il lavoro funziona ancora perfettamente, allora quella ruvidità è soltanto decorazione», spiega Lo. Le tracce di una bozza e gli interventi a mano sostengono il racconto quando appartengono all’idea, al punto che separarli ne cambierebbe il contenuto. Per Lo, gli errori possono lasciare spazio agli esperimenti e all’interpretazione di chi legge; rifinire la pagina rischia invece di eliminare i conflitti insieme alle irregolarità. «La perfezione è ottima per mostrare i risultati finali. L’imperfezione è più adatta a registrare il pensiero».

Hungry Heart: stampa, risorse e incidenti della produzione
Elena Ghioldi e Cristiano Pizzi hanno iniziato entrambe le proprie zine come un gioco, senza aspettarsi la risposta che avrebbero ricevuto. In Hungry Heart raccolgono lettere indirizzate a serial killer, autentiche e ricostruite, affiancando materiale d’archivio a frammenti rigenerati attraverso l’intelligenza artificiale. La fanzine affronta desiderio e ossessione attraverso documenti di natura differente.
Ricerca e produzione sono a loro carico, insieme alla responsabilità delle scelte: «Nessuno ci chiede di rispettare scadenze, formati o aspettative. Possiamo sperimentare, sbagliare e ricominciare, e ci assumiamo la responsabilità di ogni scelta, anche quando non funziona». Nel loro studio concepiscono e disegnano i progetti, poi li stampano, li tagliano, li rilegano e li assemblano. Carta, colore e formato partecipano al lavoro; un errore può cambiarne il risultato e portarli a rivedere il punto di partenza.
«Nel nostro caso, il confine tra qualcosa di davvero incompiuto e qualcosa progettato per sembrarlo lo traccia il lavoro stesso, insieme al processo che lo produce». Ghioldi e Pizzi ragionano da artisti visivi: affrontano ogni progetto editoriale come un dipinto o una scultura, restando attenti a ciò che accade durante la realizzazione. Nel loro lavoro, la roughness nasce dalla componente a mano e dagli incidenti che comporta. Il confronto con la materia può dare al progetto un’identità che modifica l’intenzione da cui era partito.
Senza richieste su scadenze e formati, gli autori possono rivedere le scelte anche dopo la prima idea, sostenendo il costo di questa trasformazione. «A volte è proprio un errore, un incidente o una deviazione dal progetto originale a mostrarci la direzione giusta».
Discontent: testimonianze, resistenza e progetto della rivista
Pubblicata in inglese a Londra, Discontent racconta il dissenso, le rivoluzioni e i mutamenti in Medio Oriente, con attenzione a Palestina, Libano, Egitto e Siria. Riunisce reportage, scrittura, arte e fotografie, mentre le copertine guardano alle pubblicazioni politiche che circolavano nella regione negli anni Settanta.
Nella testimonianza dell’ideatore Iain Akerman , restare indipendenti significa scegliere a quali voci dare spazio e accettare che i contenuti possano suscitare opposizione: «Devi provare a dire cose che vengono dal cuore e non devi avere paura di turbare le persone».
La resistenza di cui si parla comprende anche quella armata. La pubblicazione cerca di far circolare le testimonianze oltre i contesti d’origine: le persone possono parlare fra loro in Libano o in Palestina, mentre la rivista prova a raggiungere anche lettori che vivono altrove. «Stai cercando di dare loro una piattaforma e una voce per parlare».
«Non sono interviste. Sono testi in prima persona», precisa Akerman. La durezza dei contenuti si accompagna alla cura delle immagini e del progetto grafico: «Anche se c’è quella roughness nelle parole, comunque la si voglia chiamare, resta una bellezza nel modo in cui viene rappresentata, attraverso il design e attraverso la fotografia».
Alessia Caliendo


