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Il teatro in digitale: scenografie dagli archivi del Maggio Fiorentino

In linea con la sua genesi, il Maggio adotta una visione internazionale nel suo rapporto con lo spettacolo classico, non temendo il peso del passato che rischia di schiacciare la cultura contemporanea

In risposta alla sospensione degli spettacoli dovuta alle direttive per il contenimento della situazione sanitaria attuale, il Maggio Musicale Fiorentino ha lanciato il progetto L’Archivio dei tesori: una serie di video che raccontano il suo archivio storico. Si tratta di un approccio nuovo alla fruizione del teatro, che ripensa il suo pubblico aprendosi al web. Capacità di adattamento di una realtà culturale che sa evolversi nel tempo: un teatro musicale generato da un Festival, a sua volta nato da una stagione sinfonica. 

Uno dei valori del Maggio è la collaborazione con artisti e architetti per le sue scenografie. Oggi l’Archivio del Maggio è composto da quasi tredicimila pezzi fra bozzetti, figurini e modellini di scena, tali da rappresentare un museo d’arte contemporanea. Ciò fu già intuito nel 1979, quando una selezione del materiale conservato fu esposto nella mostra Visualità del Maggio, allestita al forte del Belvedere di Firenze. L’evento non ebbe particolare successo di pubblico, ma fu riconosciuto dalla critica come un segno dei confini fra le arti sempre più labili, con del materiale tecnico che diveniva esso stesso oggetto di spettacolo. Nel 2018, una seconda mostra, Artisti al teatro. Disegni per il Maggio Musicale Fiorentino, è stata pensata per il Museo Novecento di Firenze per indagare il lavoro di scultori e i pittori che nel secolo breve hanno lasciato un patrimonio di opere d’arte in miniatura, trasferite poi sulla grande scena. Materiale nato per fini funzionali agli spettacoli e non per essere mostrato. Emerge una fusione fra il lavoro di scenografi e pittori di mestiere. Vi è una sovrapposizione di livelli estetici: i bozzetti sono considerabili come opere a sé stanti, ma non andrebbero separati dalla visione generale. La lettura deve passare per piani differenti, andando dalla storia del pezzo singolo fino a quella dell’intera opera. Ogni oggetto costituisce un singolo caso da collocare nella storia della manifestazione fiorentina. Una operazione di ‘scavo’ in un deposito stratificatosi nelle varie stagioni, dal 1933 in poi.

SIRONI
Anfiteatro, studio per scenografia per il Don Carlos di Giuseppe Verdi, scenografia di Mario Sironi, XIII Maggio Musicale Fiorentino, 1950. Artnet

L’opera di inaugurazione del primo anno di festival fu una dichiarazione d’intenti: il risorgimentale Nabucco di Verdi fu investito dalla forza teatrale voluta da Pietro Aschieri, architetto razionalista impegnato in politica, che debuttò come scenografo per l’occasione. Subito dopo vi fu la messinscena de La Vestale di Spontini, con scene di Felice Casorati. Anche per il pittore, già noto, fu il debutto teatrale: tornerà a lavorare al Maggio più volte, ma queste prime scene passano quasi nell’indifferenza generale del pubblico. Ebbero successo le scenografie disegnate da Mario Sironi per la ripresa di Lucrezia Borgia di Donizetti. Il pittore presentò una sintesi della sua poetica, una visione sospesa tra neoclassicismo ed echi industriali con elementi di ispirazione greca che convivevano con quelli delle fabbriche, allora in ascesa. Contestate le scenografie pensate da Giorgio de Chirico per I Puritani di Bellini. Il pittore era fresco dell’esperienza fatta per i Balletti russi di Diaghilev ed era stato uno dei protagonisti della riforma in senso pittorico della nuova scenografia europea. La scelta di De Chirico ebbe risvolti dal punto di vista del marketing del festival: il pubblico fiorentino e la critica furono investiti dalla provocazione metafisica del pittore, con immagini ritenute stravaganti e dettagli scenici insoliti. Il pittore sarà lontano dalle scene del maggio sino al 1949. La scontentezza del pubblico decretò una rottura con il gusto borghese del momento e creò una connessione con la modernità europea. Il primo festival si concluse con un Falstaff, opera verdiana con scenografie di Antonio Valente, architetto e teorico della scuola di Jacquel Coupeau, registi di prosa del tempo che lavorò più volte per il Maggio.

L’istituzione nel 1928 dell’Orchestra Stabile Fiorentina da parte del compositore Vittorio Gui era la conseguenza della crescente internazionalizzazione di Firenze nel primo Dopoguerra. Nel 1933, il primo Maggio Musicale Fiorentino fu il primo festival di musica e opera in Italia, conferma di un desiderio di far teatro in maniera nuova, come evoluzione – non senza continuità – della tradizione classica italiana. In quel momento, il Maggio fiorentino fu presentato al partito fascista come un punto di riferimento di una cultura nazionale che aveva bisogno, una volta consolidato il potere politico, di riaprire con il resto del mondo anche un dialogo intellettuale. Il programma della prima edizione fu concentrato sull’accogliere le tendenze emergenti nel teatro europeo di qualità. Tale desiderio è rimasto nel tempo invariato. Al Maggio sono andati in scena i nomi dello spettacolo musicale operistico, sinfonico e concertistico internazionale, con al seguito compagine musicale di orchestra e coro, guidata da direttori come Bruno Bartoletti, Riccardo Muti e, negli ultimi anni, Zubin Mehta, ora direttore onorario a vita. La modernità di questa istituzione è descritta anche dal nomadismo che la distingue, con la scelta di diversi spazi di Firenze prima di arrivare nel 2011 alla sede attuale, appena fuori dal centro storico. Una compenetrazione di solidi disegnata dall’architetto Paolo Desideri, in grado di offrire l’acustica e le tecnologie che si convengono a un palcoscenico all’avanguardia. Uno spazio in evoluzione, con l’ampliamento in corso che lo renderà ancor più aperto alla città.

La presenza di giovani pittori italiani come scenografi per il Maggio ispirò l’artista Corrado Cagli per il suo scritto Muri ai pittori, segno della necessità di trovare nuovi spazi fisici per le arti. La scena del teatro è diventata un medium di comunicazione. All’interno della critica teatrale impegnata, i più puristi temevano l’avvento della scena-pittura perché poteva togliere attenzione al lavoro e al corpo degli attori, elementi che erano al centro del teatro di ricerca del periodo. Le sperimentazioni del dadaismo, del futurismo e del costruttivismo cercavano uno spazio teatrale pulito, con pochi elementi, di impostazione vitruviana. Da quel 1933, era iniziato un nuovo approccio al comporre la scena, padre di ciò che si incontra nel teatro contemporaneo.

Da segnalare le messinscene in spazi esterni, fuori dalla sicurezza del palcoscenico, che hanno incantato diversi angoli del Giardino di Boboli. Nel 1937 Giovanni Michelucci fu chiamato per le scenografie dell’opera musicale L’Incoronazione di Poppea di Claudio Monteverdi. L’architetto organizzò la scena alla quota della vasca dei putti del Gianbologna, usando il cortile come sfondo, mentre lo spazio della rappresentazione era delimitato ai lati da due scalinate asimmetriche, arricchite da frammenti architettonici e statue di gusto romano. Due gli spettacoli di Luchino Visconti nel Giardino di Boboli: la produzione di Troilo e Cressida di Shakespeare, nel 1949, con costumi di Franco Zeffirelli (anch’egli più volte impegnato nel festival), e Egmont di Goethe, del 1967. Nel 1984 ebbe successo Pier luigi Pizzi, che ha messo in scena Orfeo di Monteverdi nel cortile di Palazzo Pitti, pensandolo come uno spettacolo popolare all’aria aperta. La scena era il cortile, con al centro una statua di Dante e in un angolo il David di Michelangelo a grandezza naturale. Omaggi a Firenze, scenografia architettonica per eccellenza.

paolini
Teorema, opera di Pier Paolo Pasolini, scenografia di Giulio Paolini, 1999. Fondazione Paolini

Per le produzioni in teatro, si ricordano Antonio Bueno per I pupazzetti di Casella, Renato Guttuso per Chout di Prokofiev, Fausto Melotti in Le chant du rossignol di Strawinsky e Gino Severini per Amfiparnaso di Orazio Vecchi. Il lavoro di Oskar Kokoschka in Un ballo in maschera di Verdi, di Giacomo Manzù in Ifigenia in Tauride di Gluck, di Enrico Prampolini per La sonnambula di Bellini e di Alberto Savinio per Armida di Rossini. Negli ultimi decenni si sono distinti artisti di primo piano delle avanguardie post-moderne, come Piero Dorazio per Rideau Réversible di Goffredo Petrassi (1980), Derek Jarman per The Rake’s Progress di Stravinsky (1982), Bob Wilson per lo spettacolo di ispirazione nipponica Hanjo Hagoromo (1994) e Giulio Paolini nel Teorema di Pasolini (1999).

IMMAGINI

L’archivio dei tesori del Maggio
Maggio Musicale Fiorentino
Piazzale Vittorio Gui, 1 
50144 – Firenze

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