
Dalla Brianza al Veneto: perché la provincia è al centro del discorso visivo italiano
Tra pellicola, affissioni urbane, residenze e archivi pubblici, il paesaggio non metropolitano esce dalla posizione laterale e diventa materia di ricerca, racconto e studio. Il progetto Manifesto Brianzolo
Provincia analogica: Manifesto Brianzolo e i progetti locali che stanno riscrivendo l’Italia
La provincia italiana è tornata al centro del discorso visivo. Manifesto Brianzolo aiuta a leggere questo passaggio. Il progetto guarda la Brianza senza cercare riscatto e senza costruire folklore. Strade, piazzali, bar, cartelloni, neon, parcheggi, saloni, capannoni e interni d’uso comune. Da qui emerge un dato più ampio. Nel racconto nazionale la provincia smette di occupare una posizione laterale e si presenta come lingua del presente.
Manifesto Brianzolo e la Brianza come lessico visivo
Nel testo pubblicato da Lomography nel febbraio 2025, Manifesto Brianzolo viene descritto come un progetto nato per osservare il territorio attraverso i dettagli del quotidiano. Il punto non riguarda soltanto la pellicola. Riguarda la scelta del campo visivo. Strade provinciali, sfondi commerciali, insegne e luce artificiale entrano nell’immagine come materiali di lettura. Il paesaggio brianzolo viene registrato per ciò che mostra ogni giorno. Dentro questa operazione la provincia si presenta come repertorio di forme, ritmi e abitudini. Ogni dettaglio rimanda a un modo di abitare e di usare lo spazio.
Il progetto si allarga poi alle persone. Nel materiale di presentazione emerge il passaggio che conduce a Manifesto People. Artisti, artigiani, attivisti, comici, piloti e wrestler entrano nel racconto. La narrazione stereotipata tende a lasciarli ai margini. La Brianza viene così letta come territorio frammentato. Restano visibili distanze fisiche e distanze culturali tra aree vicine. La macchina fotografica riporta questa condizione con uno sguardo quasi topografico. Paesaggio e vita sociale finiscono nello stesso quadro. Oggetti, volti, superfici e soglie tra lavoro e tempo libero costruiscono una mappa umana del presente.
Provincia analogica tra pellicola, piattaforme e comunità
Nella scorsa edizione del Monza Photo Fest il progetto ha compiuto un altro passaggio. Le immagini sono uscite dagli schermi e dai formati editoriali. Sono entrate nello spazio urbano attraverso affissioni nel centro di Monza. Questo gesto modifica la funzione delle fotografie. Il documento torna sul muro e rientra nel circuito del vivere comune. In questa traiettoria cade la rappresentazione dall’alto. Il territorio costruisce un proprio dispositivo di autorappresentazione. La pellicola, in progetti come Manifesto Brianzolo, non agisce come citazione del passato. Funziona invece come disciplina dello sguardo. Obbliga a selezionare, a misurare, a sostare.
Dentro la provincia, dove il paesaggio appare saturo di segni commerciali, architettura ruvida e percorsi ripetuti, questa pratica produce una forma di attenzione che contrasta il consumo rapido delle immagini. Le fotografie circolano online, ma nascono da un contatto diretto con strade, bar, parcheggi, officine e volti. Nasce così una grammatica della cultura locale che non separa rappresentazione e appartenenza alla comunità. Il territorio entra nel discorso pubblico non come fondale minore, ma come spazio che elabora codici visivi, lotta allo stereotipo e rimette al centro il rapporto tra territorio, rispetto umano e diversità umana.
Genealogia dello sguardo sul paesaggio ordinario
Per leggere questo scenario serve una genealogia. Viaggio in Italia, curato da Luigi Ghirri, Gianni Leone ed Enzo Velati, resta il riferimento di partenza. La Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura lo definisce una pietra miliare della fotografia italiana. In quella linea critica, strade secondarie, bordi e normalità quotidiana entrano nel quadro nazionale. Non compaiono come residui. Diventano materia di visione. Un altro precedente aiuta a leggere la Brianza. Milano. Ritratti di fabbriche di Gabriele Basilico mostra già nei primi anni Ottanta che aree industriali, edilizia produttiva e zone di passaggio possono reggere una lettura documentaria. Archivio Basilico e PAC ricordano quel lavoro come il primo progetto sistematico sulle realtà industriali milanesi. Capannoni, officine, cortili e infrastrutture formano un archivio materiale del presente.
Eugenio Turri offre il telaio teorico più utile. In Il paesaggio come teatro il paesaggio coincide con il punto in cui cultura e natura si annodano. Il territorio vissuto e il territorio rappresentato entrano così in rapporto diretto. Questa impostazione consente di leggere oltre il costume locale. La provincia agisce come metodo di conoscenza. Antonello Frongia, studiando la fotografia italiana del paesaggio tra anni Ottanta e Novanta, mostra inoltre che questi lavori costruiscono una temporalità. Non descrivono soltanto luoghi. Organizzano memoria, durata e coscienza visiva.
Atlanti della provincia italiana
Il caso brianzolo non resta isolato. Nel duemilaventicinque il progetto I-Talìa del collettivo Cesura coinvolge dodici fotografi in Friuli-Venezia Giulia, Calabria e Sardegna. Le residenze nascono con realtà locali e presìdi culturali. Ottanta opere entrano nel MUNAF. La provincia viene trattata come atlante plurale. Non compare come cornice unitaria. Mette in relazione territori lontani e mostra che il paesaggio non metropolitano cambia volto, lessico e densità sociale da un’area all’altra. Friuli-Venezia Giulia, Calabria e Sardegna non formano un blocco. Formano una costellazione. Da qui emerge un dato utile anche per leggere Manifesto Brianzolo. La provincia non coincide con un luogo chiuso. Coincide con una rete di spazi intermedi, economie locali, rituali civili e segni minuti. Quando una parte delle opere entra in una collezione pubblica, quel passaggio registra anche un cambio di statuto. Il paesaggio ordinario smette di occupare una posizione laterale e diventa materia di studio, conservazione e confronto pubblico.
Piacenza, Lodi e il territorio come metodo
Piacenza offre un altro passaggio. Photobuster Piacenza 2025 chiama Cesura, TIFF e La Città Minaccia a lavorare sui margini urbani e sulle periferie della città. La ricerca sulla provincia, qui, prende la forma della residenza e dell’attraversamento. Il lavoro si concentra sui bordi urbani, sui tratti meno narrati della città e sulle figure che abitano quelle zone. La fotografia misura distanze, passaggi e frizioni. A Lodi, con Essere Fiume, il punto di partenza cambia. L’Adda diventa asse di lettura del rapporto tra territorio, patrimonio civico e identità collettiva. Il fiume agisce come struttura materiale e simbolica. In entrambi i casi la piccola città esce dal ruolo di sfondo e diventa campo di ricerca. Il territorio agisce come dispositivo di lettura. Non resta dietro alle immagini. Entra nel metodo. Dentro questo quadro prende forma anche un lessico della cultura locale, legato all’appartenenza alla comunità e alla lotta allo stereotipo.
Veneto, cinema di provincia e pellicola
Nel cinema il processo prosegue. Le città di pianura di Francesco Sossai costruisce un Veneto fatto di bar, fermate, piazze e conversazioni raccolte nel tempo. Il dato non riguarda soltanto l’ambientazione. Conta il ritmo dei luoghi. Conta il modo in cui il parlato locale organizza il paesaggio. Il Veneto non viene ridotto a paesaggio regionale. Diventa una superficie parlante. Bar, mezzi pubblici, piazze e strade restituiscono frasi, cadenze e forme di socialità che costruiscono il racconto prima ancora dell’intreccio. Anche la scelta della pellicola interviene su questo punto. Introduce una distanza dal flusso rapido dell’immagine digitale e rallenta il rapporto con il presente. Il cinema di provincia registra proprio questa soglia. Il tempo del bar e della strada resiste alla compressione della piattaforma.
Caro Diario e la continuità tra centro minore e città
Un caso laterale, ma utile, è quello di Caro Diario di Domingo Nardulli. Qui fotografia, testo breve e affissione pubblica costruiscono un montaggio che attraversa città maggiori e centro minore senza fissare una gerarchia. Acquaviva delle Fonti non viene trattata come anticamera di Milano o Roma. Entra nello stesso circuito di visibilità. La provincia non è soltanto il luogo da cui ci si sposta. Può essere uno dei luoghi da cui il discorso prende forma. Quando oggetti comuni, frammenti di scrittura e pareti urbane entrano nello stesso racconto, il confine tra cronaca locale e immaginario nazionale si fa più poroso.
Un ecosistema critico e istituzionale
Il quadro ha ormai una base istituzionale riconoscibile. Nel novembre del duemilaventicinque la Direzione Generale Creatività Contemporanea ha reso noti i vincitori di Strategia Fotografia 2025. I progetti selezionati sono sessantaquattro. Il finanziamento complessivo arriva a tre milioni di euro. Mostre, archivi, committenze e ricerche non si muovono più in ordine sparso. Nel marzo del duemilaventisei l’Università di Bari ha promosso Linea Sud: paesaggio fotografico dopo il Duemila, primo evento del progetto omonimo nato dentro questa stessa cornice e sviluppato con partner accademici e istituzionali. Il paesaggio non metropolitano entra così in una rete di studio, archiviazione e produzione critica. Entra anche in una continuità storica. Da Viaggio in Italia a Milano. Ritratti di fabbriche, fino alle letture di Eugenio Turri e di Antonello Frongia, il paesaggio ordinario aveva già aperto un campo. Oggi quel campo dispone di strutture, fondi, sedi universitarie e dispositivi pubblici. Non si tratta di episodi sparsi. Esiste un ecosistema riconosciuto.
Provincia analogica e Italia contemporanea
Manifesto Brianzolo si colloca dentro questa soglia e la rende leggibile su scala locale. La Brianza che emerge dalle sue immagini non cerca compensazioni narrative. Mostra che i luoghi intermedi del Paese possiedono già repertori, posture, luci, superfici e rituali pronti per entrare in un discorso pubblico. Qui torna utile la lezione di Turri sul paesaggio come territorio vissuto e rappresentato. Qui torna utile anche la genealogia aperta da Ghirri e da Basilico. Dove prima cadeva lo sguardo sul margine, oggi si leggono codici sociali, lessici commerciali, tracce del lavoro e forme di convivenza.
La provincia non viene usata come eccezione pittoresca. Viene letta come ambiente ordinario in cui il Paese deposita il proprio presente. Per questo il discorso non riguarda soltanto chi vive fuori da Milano o Roma. Riguarda anche il modo in cui la cultura nazionale torna a guardare il resto del Paese per trovare alfabeti del quotidiano, forme della cultura e segni della vita culturale italiana. Una parte dell’Italia visiva passa da una rotonda, da un bar di provincia, da un’insegna nella nebbia, da un piazzale dopo il lavoro. In quel punto la provincia analogica non appare come residuo. Appare come uno dei luoghi in cui il presente prende forma.

























