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In Italia nessuno può studiare profumeria – bisogna andare in Francia

In Italia, le facoltà universitarie di cosmetologia non si occupano di profumeria: per diventare professionisti, bisogna andare a studiare in Francia, Breviario di teoria con il Manuale di Marika Vecchiattini

Nel 2018 l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid chiede all’esperta di profumi Marika Vecchiattini di tenere una lezione sulla profumeria italiana. Esiste qualcosa che distingua i profumi italiani da quelli prodotti negli altri paesi? Ha senso parlare di ‘italianità’ in profumeria? le domandano. Un profumo italiano, spiega Vecchiattini, propende al bello: «La sensualità si traduce nell’appagamento dell’olfatto. I nostri non sono profumi diafani, che devi inseguire per catturare. I profumi italiani sono tattili, forse perché spesso realizzati da stilisti e sarti». Altra caratteristica, la ricerca dell’armonia: «Un profumo italiano non è mai troppo sfidante, troppo intellettuale. Il bilanciamento è un elemento tecnico, percepito solo da un naso, ma chiunque indossi un profumo bilanciato ne coglie l’armonia». Sulla complessità: «Una complessità strutturale, livelli di lettura, toni e sottotoni che si intersecano. Sono indossabili da uomini e donne. Gli agrumi, le aromatiche, la menta, la lavanda, la salvia, il dragoncello non trasmettono un’identità sessuale, ma culturale. La complessità in altre profumerie dà vita a risultati conflittuali, a volte al limite dell’indossabilità». Marika Vecchiattini ha scritto L’arte del profumo: la storia, la cultura e i desideri segreti delle essenze e Il linguaggio segreto del profumo (per Castelvecchi, ora riuniti e ampliati in Capire i profumi, Amazon 2019), dal 2007 gestisce il portale Bergamotto e Benzoino. Il Manuale della grande profumeria italiana – Cinquant’anni di essenze (Silvana Editoriale, patrocinio dell’Accademia del profumo) è il risultato di due anni di ricerche e studio dell’autrice per tentare di rispondere a quella domanda. Il libro contiene un excursus sulle vicende storiche che hanno segnato lo sviluppo dell’arte profumiera italiana e un’antologia di cento profumi selezionati per la significatività della fragranza o del flacone, o per la loro italianità: corredati da una scheda descrittiva e suddivisi per decenni, a partire dagli anni Settanta. Presente anche un compendio delle oltre settemila fragranze prodotte da marchi italiani dagli anni settanta a oggi, suddivise in famiglie olfattive.

Descrivere le tappe della storia della profumeria italiana coincide col descrivere le tappe della storia della profumeria europea e mondiale, benché sia diffusa l’idea che questa arte abbia avuto origine oltreconfine, a Grasse. «Già i romani, attraverso guerre di conquista e commerci, hanno importato da Oriente i profumi e l’idea che essi fossero tramite per il divino ed elemento edonistico, un modo per gratificare i sensi di chi li indossava e di chi stava loro vicino». Gli scambi e i contatti sono continuati all’epoca delle Crociate in Terra Santa, fino al Rinascimento: «I Ducati e le Signorie italiane furono fucine del bello in ogni campo, anche nella cosmetica e profumeria. Alcuni dei libri sui profumi arrivati a noi sono stati scritti da nobildonne rinascimentali italiane, come Isabella Cortese». Caterina de Medici, figlia di Lorenzo il Magnifico, nel 1533 va a Parigi con Renato Bianco per le cronache già ripetute.

Nel 1816 la consorte di Napoleone Bonaparte, Maria Luigia d’Austria, decise di trascorrer il suo esilio a Parma e il suo arrivo fece sviluppare nuove maestranze attorno alla corte. Il suo amore per la violetta portò il giardino botanico a riempirsi di questo fiore e i primi imprenditori della profumeria italiana partirono da qui per investire su qualcosa di rinomanza che tutti conoscevano, creando il profumo violetta di Parma. Comportò lo sviluppo in città di vetrerie, etichettifici, scatolifici e tutte le attività legate alla profumeria. Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, i brand di moda italiani – Valentino, Armani, Versace, altri – cominciarono a sviluppare i loro profumi. Dal Duemila in poi in tutto il mondo si è sviluppata la profumeria artistica, fuori dalla distribuzione di massa, con piccole produzioni di nicchia, realizzate da artigiani che nel profumo vedono innanzitutto un mezzo espressivo. 

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In Vendetta c’è di tutto e di più, in un caleidoscopio di sensazioni fiorite, fruttate, legnose, verdi, saponose, resinose, muschiate che si alternano e si concatenano in maniera perfettamente orchestrata. Valentino, 1991

L’allenamento olfattivo e lo studio permettono di distinguere l’origine geografica e sviluppare una memoria olfattiva. Tra i cento profumi inseriti nell’antologia l’autrice ha escluso quelli che, seppur vivi nella sua memoria personale o collettiva, non ha potuto riannusare oggi. Alcuni profumi invecchiano male. «Quando non sono conservati in condizioni ottimali o a volte semplicemente a causa del tempo, possono avvenire scambi chimici che ne fanno degradare le molecole odorose, modificandone le qualità organolettiche. Il bergamotto diventa acido, alcune aromatiche pungenti e amare scompaiono, altre si caricano. I profumi più antichi – fine Ottocento e inizi Novecento – erano fatti di note di cuore e fondo, che son quelle che si deteriorano più lentamente. Il patchouli e certe note di resina o legno migliorano con gli anni. Sono perlopiù le note di testa, agrumi e aromatiche, a deteriorarsi. È più facile trovare un profumo ben conservato di inizi Novecento che degli anni Ottanta. Meglio evitare di acquistare profumi di colore scuro o già stappati».

I profumi più antichi giunti a noi risalgono agli inizi dell’Ottocento, mentre le formule più antiche conservate ci arrivano dai Sumeri. Oggi è possibile ricreare quei profumi partendo dalle loro formule: è stato fatto con il kiphy degli antichi egizi e il rhodinon e susinon degli antichi romani, che li avevano importati dai greci. «Sono fragranze diverse da quelle cui il nostro naso del Ventunesimo secolo è abituato: avevano un’altra funzione, sono più carichi». Con l’ingresso nel mercato di massa – anni Settanta – i profumi sono diventati «l’espressione olfattiva di turbamenti, sommovimenti, che le persone e la società vivono, come la moda». I profumi creati dopo l’11 settembre 2001: «All’inizio del millennio la gente ha cominciato a non sentirsi al sicuro. Il materialismo spinto dei decenni precedenti si era esaurito e le persone cercavano qualcosa di cui fidarsi: il vicino, la famiglia, la tribù, il clan. Quasi tutti i profumi usciti in quegli anni sono leggeri, freschi, facili da leggere, spesso unisex. CK One usciva con una campagna in bianco e nero, con modelli di tutte le etnie, le età, i generi, che camminavano verso il futuro tenendosi per mano».

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CK One campagna 2001

«La profumeria è una lezione di impermanenza, concetto a cui noi occidentali non siamo abituati. Sarebbe bello goderci i profumi nel momento in cui li spruzziamo e in ogni fase del loro sviluppo, per poi alla fine salutarli e aspettare l’occasione del prossimo spruzzo. In Occidente questo non piace: molti si portano in borsa il profumo per poterselo spruzzare più volte durante il giorno, io lo faccio». A fronte di una tradizione profumiera antica e radicata in molte città italiane – Parma, Firenze, Venezia, Milano, tra le altre – la formazione profumiera nella Penisola è carente. Oltre a un ente di formazione privato – Mouillettes&Co – e altri enti privati minori che propongono corsi mirati, tra cui Vecchiattini stessa, non ci sono percorsi di studio riconosciuti per chi voglia conoscere e lavorare nel mondo della profumeria. Vecchiattini, dopo aver studiato con Maria Grazia Fornasier di Mouillettes&Co, ha frequentato i corsi estivi del GIP (Grasse Institute of Perfumery). In Italia ci sono un paio di facoltà universitarie di cosmetologia, ma nessuna si occupa della profumeria. In Francia, oltre agli enti che fanno formazione a Grasse e alle scuole di formazione interne alle aziende, c’è l’Isipca, il maggiore ente di formazione sulla profumeria, che propone un percorso di studi triennale parauniversitario. «Molti italiani vanno a studiare in Francia: in questo modo la Francia omologa e francesizza la loro sensibilità e cultura», spiega Vecchiattini. 

Ambra Martone, presidente di Accademia del profumo, associazione non profit che dal 1990 valorizza e promuove la cultura profumiera nel nostro Paese, auspica percorsi universitari che mettano al centro cosmetica e profumeria: «Ci stiamo lavorando con alcune Università come quella di Parma e Bologna, ma non è semplice. La formazione per la profumeria condivide molte delle basi della farmacia e della chimica. Oltre alla creazione della miscela degli olii essenziali che compongono la formula del profumo, c’è la parte dello sviluppo: test di laboratorio e sviluppo di questa formula nelle varie basi, che possono essere alcooliche, o le linee bagno profumate, profumi per la casa, candele. Questo è un settore in cui in Italia siamo forti, le competenze sono trasmesse e apprese direttamente in azienda». 

La madre di Marika Vecchiattini amava i profumi e ne aveva tre o quattro che alternava – tra gli altri: Inoui di Shiseido e Fidji di Guy Laroche. Vecchiattini si rese conto fin da molto piccola che il suo umore dipendeva anche dal profumo che la madre aveva scelto quel giorno. A circa sette anni ricevette in regalo, per caso, un campione di profumo: passava ore ad annusarlo e cominciò a chiedere alla mamma dove vendessero quelle essenze. A dieci anni accompagnò la mamma a comprare dei trucchi: tra i luccichii di specchi e vetrine, scaffali per lei troppo alti e fialette, le si aprì davanti agli occhi il reparto profumeria della Rinascente di Genova. L’inebriamento non finiva con il ritorno a casa: «Ci pensavo tutta la settimana, non vedevo l’ora di tornare per riannusare questo o quell’altro». Presto arrivò in regalo il primo profumo: un Anais Anais. Oggi Marika ha migliaia di fragranze, ma la sua non si può definire una collezione: «Al contrario dei collezionisti non scambio nulla e indosso tutto. Voglio dare aria e farli vivere: i profumi sono fatti per dare piacere, non avrebbe senso tenerli chiusi». Le occasioni in cui ne finisce uno si disfa subito del contenitore, se è bello o prezioso lo regala a qualche amico collezionista: deve fare posto per i nuovi profumi in arrivo. Tutti creati con essenze impermanenti, come tutto ciò che è essenziale.

IMMAGINI

Marika Vecchiattini
Manuale della Grande Profumeria Italiana
Silvana Editoriale, 2020

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