
Milano Ruvido (6) – Milano Radicale Armani
Milano razionalista e radicale, in architettura ed estetica: una sfilata di Armani è un’occasione per ripetere l’aderenza, la coerenza e la consistenza che servono alla città
Milano, ruvida e radicale – Corso Venezia 14 e lo stile radicale
Milano ruvida e radicale – la città che sottrae, toglie, taglia e ritaglia. Città del fare, le idee si trasformano in lavoro, le difficoltà in opportunità – ripeteva ancora l’editoriale delle pagine cittadine, questa domenica firmato da Giovanna Iannantuoni e Alberto Mattioli. Quella stessa mattina, poche ore dopo, aveva luogo la sfilata di Silvana Armani per la prima linea.
Al civico 14 di Corso Venezia, un edificio fu costruito negli anni Sessanta sopra le fondamenta di un palazzo nobiliare appartenuto alla famiglia Arese Pallavicini. Nel 1965, Achille Castiglioni ragionò su quello che era nato come autosalone, per trasformarlo nel negozio di De Padova – fino a quando, nel 2017, quelle vetrine su strada cominciarono a esporre la casa secondo Armani. Un indirizzo che fa storia per Milano, questo ex De Padova ora Armani – le fonti attuali non danno conferma su chi fu l’architetto. Razionalismo nell’architettura degli anni Sessanta e identità estetica nel disegno che continuiamo a indagare con Lampoon – si tratta di ripeterlo: la città che sottrae, toglie, taglia e ritaglia.
Bisogna comprendere di nuovo lo stile Armani, uno stile radicale. Sottrazione, taglio, destrutturazione. Estenuare, sforzare, rendere più orgoglioso. Sfacciatamente indipendente e austero, quasi antipatico – perché sia noi che voi, tutti ci siamo sempre innamorati di quello, di quella antipatica – perché la tipa che smaniava per piacere a tutti, la lasciavamo a tutti gli altri. Poi sì, va bene, alla fine ci cadevamo, piaceva pure a noi – ma all’inizio volevamo sempre quella più antipatica.
Ricordi, Versace, Armani, Bulgari – una scala che chiede rispetto
Poco distante, via Montenapoleone sul Baguttino. Per chi è cresciuto a Milano, rimane un angolo costante. Una volta c’era il negozio di Ricordi – si compravano i primi stereo e le prime videocassette a centodiecimila lire, una cifra da capogiro. Che nome, Ricordi, per la città di Milano: il legame con la Scala e con il conservatorio, il pentagramma e l’Unità d’Italia – Casa Ricordi fu anche uno sceneggiato con Massimo Ghini nelle vesti di Puccini e Kim Rossi Stuart con le sembianze di Donizetti. Il negozio Ricordi chiuse e aprirono le porte di Versace, nel momento di massima forza all’inizio degli anni Novanta – quando la leggenda diceva che Armani vestiva le signore, Versace le puttane. Chiuse il negozio di Versace, perfetta nemesi, quelle mura furono prese da Armani. Oggi c’è Bulgari – anomalia nel settore: durante il rinnovo, le scale che Giorgio Armani disegnò sono rimaste e persistono. Da Bulgari qualcuno disse: troppo rispetto per lo stile milanese di Giorgio Armani, soprattutto quando l’intento è appunto un negozio milanese.
Sottrarre può provenire dal dire radicale – ma cosa significa radicale? Radicale è quella donna di quarant’anni che è capace di annoiarsi. Quella che non ha bisogno di mettersi in mostra sui social media, di far vedere agli altri quanto bella sia la sua vita. Che non ha bisogno di colori per vestirsi. Milanese, borghese, ruvida, noiosa nella penombra: un susseguirsi di abiti rilasciati da Silvana Armani. Perché è onesto domandarsi – e forse così comprendere il lavoro della signora Armani – oggi, siamo davvero qui a preoccuparci di moda?
La donna di Armani e una farfalla, Via Sant’Andrea, Milano
Una donna sta bene con se stessa, sembra dire la signora Armani. Anche noi uomini che continuiamo a vestire Armani – del rumore del sole ne abbiamo abbastanza, siamo a ottobre, c’è un libro in più da leggere e rivogliamo le nostre amiche, quelle che ci davano potenza di cuore – non le miliardarie russe arrivate a Milano per godersi la flat tax – queste lasciamole pascolare felici in Viale Piave, tra muffe, plastiche.
Ancora, qualche metro: in Via Sant’Andrea, una facciata piatta, colore della madreperla. Il primo indirizzo della linea Giorgio Armani oggi a Milano, a rigor di logica: vuol dire il primo ingresso di Armani nel mondo (si alza il ciglio, osservando che il marciapiede di fronte a tale ingresso, a tale simbolo di Milano nel mondo, non sia degno di Tripoli negli anni Settanta). Ancora e ancora – ma questa volta guardando in basso dall’alto – l’hotel Armani visto da un drone marca una A sulla città di Milano.
Ogni volta che sfila una collezione di Armani è un pretesto per richiamare aderenza, consistenza, identità e rigore che legano l’azienda che Giorgio Armani ha creato in poco più di quarant’anni a questa città di Milano. La moda disegnata da sua nipote vuole togliere il frastuono in Galleria, per ricordarci che siamo a Milano, che per rendere Milano la prima città al mondo per carattere, disegno e stima, basterebbe ricordarsi cosa sappiamo fare noi, a Milano: lavorare con serietà.
Forse è proprio la moda, nei suoi cicli, ad annientarsi. Può essere che possiamo arrenderci – anche noi che di moda ne vorremmo ancora – e ammettere che di moda, in questo momento storico, non frega niente a nessuno. Quello che il mercato chiede sono abiti ben fatti, di qualità sartoriale, nei materiali, nel disegno industriale.
Vogliamo proteggerci dal rumore del sole e dallo zucchero del vento – abiti con cui possiamo andare al cinema o in una casa in Via Marco de Marchi – e va bene così come ci siamo vestiti la mattina. Abiti con cui possiamo annoiarci – perché un pomeriggio lento e noioso, uno di quei pomeriggi che un tempo ci sembrava non passasse mai, e che invece oggi, maledizione, vola via come il battito d’ali di una farfalla, come una rondine feroce.
Carlo Mazzoni
Cover image: Giorgio Armani SS27